GAME THERAPY, la recensione

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Partiamo da una premessa: chi scrive può considerarsi un appassionato del mondo videoludico, inteso come alternativa (momentanea) alla routine di tutti i giorni e come moderna forma d’arte che unisce il lavoro e la passione delle centinaia di esperti coinvolti nel processo creativo di un singolo videogioco. Il divertimento su console e pc, inutile negarlo, rappresenta tuttora una realtà concreta e un forte business, in grado d’inglobare e sfruttare al meglio la maggior parte dei campi associati al mondo del professionismo artistico (design, musica, scrittura, ecc.).
Tra i numerosi fan di questo genere d’intrattenimento c’è chi, probabilmente, valuterebbe la perpetua permanenza all’interno della dimensione videoludica come cura definitiva al cosiddetto “male di vivere”. Inquadrando nel ruolo di protagonisti due “alti” rappresentanti di questa branca dell’umanità, l’esordiente regista statunitense Ryan Travis (autore dei corti The Chase e The Darkside of Happiness) dona vita a un prodotto cinematografico che aveva tutte le carte in regola per approfondire, in maniera divertente e fresca per il panorama italiano, un tema attuale come quello della diffusa alienazione e incapacità giovanile di saper dosare il tempo passato con il joystick in mano ma che, nel concreto, non arriva neanche lontanamente a scalfire la superficie del problema. In realtà, il progetto di Game Therapy non parte da un’idea di Travis ma, piuttosto, è stato fortemente voluto e costruito sul successo crescente di quattro membri del popolo di YouTube: stiamo parlando di Favij, Federico Clapis, Zoda e Leonardo Decarli. Qui subentra forse il primo vero problema di Game Therapy, cioè l’aver affidato l’attesa orazione sul tema sopracitato a ragazzi che, anche sorvolando sulla prevista mancanza di una qualche esperienza recitativa, hanno fatto della passione per i videogiochi una vera e propria carriera sul Web e corrispondono oggettivamente all’identikit della gioventù “incriminata”.
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I due protagonisti, Francesco (Favij) e Giovanni (Clapis), si muovono in una Roma estranea, frenetica, fatta di grattacieli, specchi e luci sfavillanti, che quasi richiama uno scenario urbano statunitense, rinnegando i propri trascorsi storici e adattandosi anch’essa all’ideale di società a cui ambiscono le nuove generazioni. Francesco è un disadattato, chiuso in sé e preso di mira dai bulletti della sua scuola (capeggiati da Zoda), ma anche un giovane genio dell’informatica. Non riusciamo a capire bene come ma, grazie alle sue doti personali (il continuo smanettare per muoversi attraverso fintissime schermate di computer risulta a dir poco fastidioso), il nostro eroe riesce a scoprire l’ubicazione di uno speciale macchinario, opera del più grande game-designer vivente, in grado di proiettare la mente di un individuo all’interno dei più noti videogiochi (anche se i titoli ufficiali non vengono mai menzionati). Non si tratta di realtà virtuale ma di una vera trasmigrazione della propria coscienza, in conseguenza della quale, se vieni ferito nel gioco, subisci lesioni anche nella realtà. Nonostante l’idea di partenza risulti affascinante (seppur non originale), niente di quello che vediamo poi sullo schermo sembra avere un senso logico e il linguaggio utilizzato da Francesco è reso inutilmente complesso e inafferrabile nelle sue innaturali e forzate elucubrazioni. Di conseguenza, il film manifesta uno sviluppo narrativo che procede “sulla fiducia”, attraverso i vari scenari della Game Therapy, così come negli intermezzi di vita quotidiana. Inoltre, il fatto che la prima stesura di script sia stata fatta in lingua inglese si percepisce con fin troppa prepotenza, dal momento che nessun adolescente (italiano) parlerebbe ai suoi amici utilizzando espressioni come “real life” e “game life”, giusto per citare le due più semplici e di facile memorizzazione.
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Difficile salvare qualcosa all’interno di Game Therapy, se non la regia di Travis in alcune sequenze d’azione girate a Los Angeles e le coinvolgenti musiche elettroniche degli ormai navigati Pivio e Aldo De Scalzi (Song’e Napule, Dark Resurrection). Ogni cosa è lasciata al caso, compresa l’orribile scena inserita nel bel mezzo dei titoli di coda. Se i quattro youtuber si fossero limitati a fare quello che fanno sempre sui propri rispettivi canali, sarebbe stato meglio per tutti; invece, il film di Travis ha la pretesa d’innalzarli al ruolo d’improvvisati attori drammatici di nuova generazione e finisce con lo snaturare (e, in alcuni casi, annullare) la loro genuinità di fondo che tanto ha contribuito ad avvicinarli ai cuori dei giovani esploratori della Rete. All’uscita dalla sala, nello spettatore cresce forte solo il desiderio di rispolverare i grandi classici di fantascienza dei quali Game Therapy è estremo debitore: Tron, eXistenZ, la trilogia di Matrix o, anche rimanendo in territorio nazionale, il sempre gradevole Nirvana di Gabriele Salvatores.
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