L’ETÀ GIOVANE, la recensione del film di Jean-Pierre e Luc Dardenne

Se c’è una cosa di cui il cinema europeo ha bisogno come il pane è la presenza di autori in grado di mantenere una riconoscibile identità artistica nel tempo, di portare con costanza alla gente la propria idea di cinema, e di analizzare ed interpretare le complessità del presente. L’insidia maggiore in quest’ottica, nella quale si imbattono le carriere di gran parte dei cineasti, è la ripetizione fine a sé stessa, l’esaurimento dell’originaria istanza comunicativa in favore di una superficiale priorità di diffondere un messaggio o di attenersi a ciò che è richiesto dal proprio ruolo.
Puntuali a venire in soccorso, i fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne “festeggiano” i vent’anni dall’affermazione sulla scena internazionale (nel 1999 Rosetta vinceva infatti la Palma d’oro a Cannes) con il loro ultimo lungometraggio L’età giovane. Il film racconta di Ahmed, un adolescente belga irrequieto, che dopo aver aderito ad un’interpretazione estremista del Corano pianifica di uccidere la sua insegnante.

Dopo qualche anno e un paio di film, i Dardenne tornano a prendere in esame uno dei capisaldi della loro filmografia, ovvero il punto di vista di giovani alle prese con il delicato periodo adolescenziale nei confronti dei grandi problemi della società. In quest’occasione il tema è quanto mai attuale e spigoloso; nonostante tanto cinema si sia interrogato a riguardo e abbia cercato di mostrarne le molteplici sfaccettature, pochi film negli ultimi anni possono vantare un risultato così convincente. Il giovane Ahmed -questa la traduzione del titolo originale- viene seguito nel corso del film in tutti i movimenti e rituali quotidiani con una camera a mano che sembra voler scandagliare ogni singolo dettaglio dei suoi comportamenti, come per scoprire le ragioni profonde che lo portano a compiere determinate scelte (non bisogna dimenticare a tal proposito che la matrice culturale del cinema dei Dardenne non risiede nel mondo della finzione, bensì in quello documentario). Ahmed è un personaggio caratterizzato in modo straordinario: se da un lato è quasi impossibile provare empatia nei suoi confronti, dall’altro non si può non apprezzare lo spessore psicologico conferitogli, impietosirsi dinnanzi alla sua impenetrabile solitudine e ricordare infine che si tratta soltanto di un bambino che, come tutti i bambini, nel momento di maggiore difficoltà invoca sostegno e amore dalla madre.
L’età giovane è l’emblema di un cinema che non ha paura di mostrare la disperazione (nell’accezione etimologica di impossibilità di salvezza) in tutta la sua brutalità, ma che allo stesso tempo offre, per quanto spesso sfocato, un barlume di speranza a cui aggrapparsi con tutte la forza di cui si dispone.

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