LEATHERFACE, la recensione del film sulle origini di Faccia di Cuoio

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Leatherface, di Alexandre Bustillo e Julien Maury
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Un’immagini tratta dal film Leatherface
L’horror non è mai stato il sangue, così come la fantascienza non è mai stata definita da oggetti scintillanti e meravigliosi. Il melodramma non è mai stato un fatto di lacrime e la commedia non si limita ad essere materia di risate. I generi, sia cinematografici che letterari, sono guidati e caricati di senso dai personaggi. L’arte che si riduce a pura forma, non me ne vogliano i più azzardati sperimentatori, è spesso vuota.
Perché il cinema possa essere dirompente serve potenza comunicativa, serve significato (o totale assenza di esso) che trasuda da ogni fotogramma, serve cattiveria, cinismo, ma allo stesso tempo serve amore per quello che si fa. Il resto, l’ingrediente che manca per un buon film, è tuttora un mistero.
Leatherface è arte senza cattiveria, forma senza sostanza. Passino i bellissimi trucchi che riproducono con precisione chirurgica ferite indicibili. Passi l’incredibile e apprezzabile velocità con cui si sviluppa la trama. Ma poi cosa resta?
Nonostante la forza dei suoi due registi Alexandre Bustillo e Julien Maury, Leatherface non è altro che una semplice idea trasposta in un film passabile. Raccontare le origini di nemici dal passato oscuro non è un’operazione semplice né tantomeno consigliata se si ha intenzione di proseguire, con immutato fascino, una determinata saga. Ne sa qualcosa l’Anakin Skywalker di George Lucas, la cui analisi del passato non ha giovato al carisma del personaggio. Ha subito un contraccolpo simile anche Wolverine, con il dimenticabile X-Men le origini – Wolverine (il discorso non vale per l’operazione a fumetti, molto più riuscita). E così via, l’elenco potrebbe proseguire.
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Leatherface, di Alexandre Bustillo e Julien Maury
Osservare le origini di Faccia di Cuoio, per quanto possa appagare il desiderio di viscere e sangue, non aggiunge niente al fascino del personaggio, anzi, forse toglie qualcosa. La principale ragione sta soprattutto nella velocità con cui l’arco di trasformazione del personaggio viene portato a termine. Troppo rapido e ingiustificato, per niente sentito perché non costruito nei minuti che lo precedono. Persino il punto di vista dell’eroe, l’infermiera innocente rapita, è troppo debole perché possa esserci vera tensione.
In secondo luogo Leatherface eccelle nell’impressionare lo spettatore (con scene di necrofilia e amputazioni) ma si dimentica di graffiarlo. La società non viene dissacrata, come accadeva nei classici degli anni ’70 e ’80. Non c’è nessuna rabbia in questo prequel, nessuna voglia di ribadire la mortalità, la forza della carne, la bassezza dell’uomo.
Forse nulla di questo è richiesto. Forse è inutile, arrivati all’ennesima riproposizione del canovaccio, pretendere qualcosa che vada oltre un’esposizione spettacolare di corpi e lame. Eppure, per uno slasher, ma anche per un qualsiasi horror che voglia essere incisivo, non può mancare una straordinaria intelligenza.
Leatherface, per usare una metafora un po’ bizzarra, è come il tema del compagno di classe più amato dalla prof: prenderà un gran voto ma, a ben guardare, sarà pieno di pagine scritte con una grafia eccellente e aride di contenuto.
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