Venezia 73: JACKIE di Pablo Larraín, la recensione

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Jackie - Photo © Stéphanie Branchu
Jackie - Photo © Stéphanie Branchu
Jackie - Photo © Stéphanie Branchu
Jackie – Photo © Stéphanie Branchu
Per essere atteso era atteso. Per essere amato è stato amato. Eppure Jackie, di Pablo Larraín, non ha sortito l’effetto sperato. Il film incentrato sulla figura di Jackie Kennedy, moglie di John Fitzgerald, poteva essere decisamente migliore sotto molto aspetti. Larrain è un regista conosciuto per avere un occhio cinico e originale sul passato rivolto al presente. Con il suo precedente lavoro Neruda, presentato al Festival di Cannes 2016, l’autore raccontava la vita del celebre poeta e politico cileno attraverso uno stile poetico che lambiva il confine tra commedia, dramma politico e il grottesco.
L’occhio di Larrain nei confronti della storia ha un taglio acuto e innovativo poiché è in grado di cogliere prospettive inedite, inquadrare svariati punti di vista e mettere in evidenza personaggi meno noti per poi renderli protagonisti delle sue opere. Jackie non è niente di tutto questo: a fronte di una veste formale perfetta, le vicende della famiglia Kennedy alla casa bianca, a ridosso dell’omicidio a Dallas, non riescono mai ad appassionare o a trovare quell’input inedito e audace che, dopo decine di pellicole sul tema, era preteso. Natalie Portman indossa gli abiti della first lady con carisma e eleganza ma l’impressione che comunica è quella di sforzarsi di andare oltre la sfumatura emotiva più ovvia, alla scelta interpretativa più immediata.
Jackie - Photo © William Gray
Jackie – Photo © William Gray
Il lungometraggio stesso si comporta come la sua attrice principale: la sceneggiatura non riesce a trovare un focus su cui concentrarsi. Entriamo nella storia in medias res, durante un’intervista a Jackie rilasciata dopo la morte del marito. Attraverso una serie di flashback osserviamo il lento avvicinarsi della tragedia nella Casa Bianca. Larrain si focalizza sui momenti privati per caratterizzare una donna sicuramente complessa ma mai veramente comprensibile. Vediamo, attraverso finti filmati d’epoca, il lavoro di ri-arredo delle stanze dell’abitazione presidenziale operata dalla first lady. Poi troviamo la donna ricoperta del sangue del marito alla ricerca delle parole per annunciarne la scomparsa ai figli. Prendiamo parte al lutto personale e al ritiro dalla vita politica. Questi istanti, estrapolati dal fluire degli eventi, faticano però ad unirsi in progetto che sia qualcosa di più di un esercizio di stile.
Jackie non aggiunge infatti niente a ciò che sapevamo dei fatti del 1963, non inventa nulla a livello cinematografico e non emoziona a sufficienza per essere davvero coinvolgente. Eppure, a fronte di questa mancanza di sostanza, è impossibile non lasciarsi sedurre dalla perfezione formale, dalla cura dei dettagli, e apprezzare il tentativo (seppur non pienamente riuscito) di far luce sull’intimità di una donna caparbia e fragile al contempo. Tutto questo cataloga il film come un’amara delusione, proprio perché specchio del capolavoro che poteva essere e che, invece, non è.
Consigliato a: gli amanti dei melodrammi, delle storie vere e chi ricerca un personaggio femminile che rubi veramente la scena ai comprimari.
Gabriele Lingiadi

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