IT e la paura che non fa paura: la recensione del film di Andy Muschietti

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Bill Skarsgard è Pennywise nell’adattamento cinematografico di IT (2017)

IT
Senza nomi, senza descrizioni: It. Esso.
Un’entità malvagia che terrorizza i bambini di una cittadina, facendoli sparire uno a uno. Alcuni di questi, che formano il “Club dei Perdenti”, cercheranno di scoprire di cosa si tratti.
Una “pietra di paragone” nella bibliografia enorme di Stephen King, trasposto su piccolo schermo la prima volta nel 1990 e che ricompare – come il Pennywise protagonista – 27 anni dopo al cinema.
Andy Muschietti, reduce dall’apprezzabile, e per certi versi sorprendente, La Madre del 2013, riporta in scena IT e il suo clown mangia bambini Pennywise. Questa volta abbiamo una versione più fedele al romanzo e più spaventosa della miniserie del ’90 (arrivata in Italia nel ’93), quasi apertamente comica e funzionale a quella versione, interpretata da Tim Curry.
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Il Club dei Perdenti di Derry

Cosa galleggia e cosa affonda? 

Partiamo dalla superficie.
A livello visivo e narrativo questo It funziona bene, la fotografia curata (forse troppo, risultando a volte un po’ sterile) rende un gradevole effetto retrò, l’ambientazione anni ’80 consente di omaggiare e giocare con certi cliché del cinema di allora e il cast è praticamente perfetto.
Muschietti sembra inizialmente avere un’idea precisa della direzione in cui portare il film, ma man mano che si procede questa sensazione comincia a mostrare falle e a imbarcare acqua, affondando lentamente.
Il Pennywise di Bill Skarsgård è effettivamente terrificante, malvagio e perfido fino in fondo. L’attore svedese mette tutto sé stesso nel ruolo e centra gli obiettivi, ma il poco tempo che gli viene dato non è sufficiente a dargli il dovuto peso. La scelta forse vuole ricalcare quella di film come Nightmare – Dal Profondo Della Notte, in cui non era tanto Freddy Krueger a spaventare, quanto l’attesa di ogni sua comparsa. In IT però non c’è l’ombra della tensione che si poteva respirare nel classico di Wes Craven.
I momenti in cui le paure dei piccoli protagonisti si manifestano sono dei deja vu di una miriade di sequenze horror uguali, viste e riviste, mentre gli unici salti sulla poltrona sono affidati agli ormai onnipresenti “jump scares” che intasano ogni film di questo genere senza inventiva.
La sensazione è quella che la sceneggiatura iniziale di Cary Fukunaga (che originariamente doveva anche dirigere il film), su cui si basa questa versione, sia stata annacquata, perdendo per strada frammenti che avrebbero reso molto più memorabile la parte orrorifica della vicenda, donando maggior mordente a tutto il film.
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Bill Skarsgard è Pennywise nell’adattamento cinematografico di IT (2017)

L’alchimia tra i vari protagonisti buca lo schermo ed è il vero punto di forza del lungometraggio. Anche gli interpreti del Club Perdenti sono perfettamente in parte e funzionali: da Bill (Jaeden Lieberher), determinato e alla ricerca dello scomparso fratello minore, a Richie (Finn Wolfhard, reduce da Stranger Things), che deve sempre spezzare la tensione con pessime battute a cui nessuno ride, tutto il cast è bilanciato e gestito egregiamente.
Purtroppo cercare di catturare ciò che rese grandi film come I Goonies o Stand By Me non basta…
Il contorno di personaggi davvero troppo stereotipati (caratteristica, purtroppo, di quasi tutti i lavori di King e dei loro derivati) rende tutto molto prevedibile.
Dal bullo troppo bullo al padre molestatore troppo viscido, alla madre ipocondriaca grassa e trasandata, la sagra del cliché porta il film alla noia piuttosto che alla tensione, impedendo di godersi fino in fondo i buoni momenti dei Perdenti.
Alla fine, e questo è il vero problema, non si ha mai una vera sensazione di pericolo, non si avverte il peso della minaccia costituita da IT e questo lega inevitabilmente a terra tutto il resto. E, purtroppo, lo scioglimento finale dei nodi resta davvero insoddisfacente.
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Bill Skarsgard è Pennywise nell’adattamento cinematografico di IT

Capitolo Uno

Come tutti sanno, la vicenda originale si divide in due parti ambientate a 27 anni di distanza.
Il film (o meglio questo Capitolo Uno) mette tutte le pedine in posizione per l’inevitabile, soprattutto visto il successo economico negli USA, Capitolo Due.
La volontà di lasciare la porta aperta, pur rispettando la costruzione del libro, toglie però davvero troppo peso al confronto e alla parte finale in generale, quasi mortificando tutto il buon lavoro fino a quel momento fatto con Pennywise.
Si poteva forse trovare un modo meno ridondante e più elegante di concludere questa prima parte, magari prendendo un po’ più le distanze dalla pagina scritta e facendo scelte meno ovvie.
In sostanza se siete già amanti del libro, o di Stephen King in generale, qui troverete pane per i vostri denti: la messinscena è curata e dimostra di avere un ottima resa visiva, su grande schermo fa la sua figura e i personaggi sono trattati con coerenza.
Se non siete particolarmente appassionati all’universo creato dallo scrittore del Maine avrete probabilmente da ridire, ma in un anno avaro di film meritevoli come questo 2017 anche quest’ultima versione di IT rimane un buon prodotto rispetto alla maggior parte della concorrenza.

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