Il GGG – Il Grande Gigante Gentile, la recensione del film di Steven Spielberg

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Il GGG – il Grande Gigante Gentile
Il poster italiano del film Il GGG – Il Grande Gigante Gentile
Steven Spielberg è un demiurgo illustre, un cantastorie soave, di quelli che ti accompagnano vicino al fuoco, ti fanno sedere e ti puliscono l’anima dalle spigolature della vita. Il maestro di Cincinnati è un uomo di cinema, un moderno oratore che manipola le immagini per fare accedere la coscienza del pubblico al mondo della propria interiorità, proiettata su uno schermo bianco. I suoi primo piani, sempre enfatici nel miglior senso della parola, carichi di emozioni, stabiliscono un contatto intellettuale ed emotivo. La sinergia dell’azione e dei corpi passa attraverso lo sguardo tra spettatore e osservato. Nel fantasy Il GGG – Il Grande Gigante Gentile, Spielberg riduce al minimo l’inventiva per quanto riguarda la successione degli eventi, ma sfodera tutta la sua forza espressiva nell’imbastire una narrazione solida e magica. Le nuove tecnologie digitali, sebbene non facciano uso la più realistica computer grafica, sono utilizzate dal regista per ottenere una fluidità nell’azione sempre più marcata.

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La parabola di Sophie e del suo amico gigante è punteggiata da un montaggio talmente raffinato e invisibile da restituire l’impressione di assistere ad un’opera composta da 10-20 piani sequenza. Il GGG ha un sapore antico, quello del cinema appartenente agli anni in cui non c’era fretta di sviluppare una trama, in cui i dialoghi tra i personaggi possono permettersi di durare parecchi minuti e, in questo modo, entrare in profondità. Allo stesso tempo la mano di Spielberg procede controllata e ferma, inserendo ogni piccolo frammento in un delicato puzzle emotivo. Quando tutti gli elementi vengono messi in fila, il film riesce a raccogliere una quantità incredibile di sentimenti raffinatissimi. Il climax della pellicola corrisponde a quello che, tradizionalmente, sarebbe un anticlimax: un dialogo che è anche un incontro tra due ceti sociali diversi, la regina e il povero e deforme gigante. In quella splendida sequenza l’anticipazione dell’ingrediente comico e l’attesa del suo arrivo, innescano un filo di tensione essenziale che permette di seguire i fotogrammi come se appartenessero alla risoluzione finale. In questo modo Spielberg toglie equilibrio, senza essere percepito, al momento che nelle fiabe viene indicato come “duello finale”.

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La scelta registica è straordinaria perché, al posto del senso di rivalsa, viene comunicato l’affetto di una amicizia impossibile. La leva ironica diviene lo strumento necessario per donare risalto al tema del lungometraggio. Il GGG è un memorabile viaggio attraverso il mezzo cinematografico, che riflette sull’importanza delle parole gentili, della cura del prossimo, dei sogni che possono guidare l’esistenza delle persone. C’è una brevissima sequenza in cui il gigante, nella sua casa, appare grande come Sophia. Richiamato da un rumore, l’enorme individuo si avvicina alla bambina e diventa sempre più enorme. Questo è un semplice gioco di prospettiva che, come il miglior cinema sa fare, si rende portatore di una morale: “non importa quanto tu sia grande o quanto io sia piccolo, non importa a quale rango sociale tu appartenga. Siamo esseri viventi che hanno un’unica statura: quella umana.” È qui che vive il vero narratore, nella cura dei dettagli e nei fotogrammi che collegano tematicamente tutte le sue opere. È questa il messaggio di speranza e fratellanza proposto da Steven Spielberg: una missiva che fa bene al mondo e fa bene al cinema.
Consigliato a: anche se non vi chiederanno di andare a vederlo, portate i vostri bambini, dai 6 anni in su.
Gabriele Lingiardi

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