DARKEST MINDS, la recensione del film di Jennifer Yuh Nelson

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Skylan Brooks, Amandla Stenberg, Harris Dickinson e Miya Cech in Darkest Minds (2018)

Nello spazio di un paio d’ore, Darkest Minds non lesina su niente: c’è del mistero (d’improvviso gran parte dei bambini sul Pianeta Terra – o forse solo negli USA? – muore, e i pochi sopravvissuti vengono segregati dal governo in strutture di concentramento); c’è del fantastico (i giovani rimasti in vita manifestano diversi tipi di poteri paranormali, per i quali loschi potenti affrettano una classificazione e pianificano uno sfruttamento per perseguire interessi privati discutibili); c’è del sentimento e del sentimentalismo (fra gli infanti superpotenziati sbocciano amori, nascono amicizie, maturano le gioie e i dolori dell’avvicinarsi – forse precoce, dato il clima apocalittico – dell’età adulta, fra pulsioni fanciullesche ed enormi responsabilità, fra cui quella di dover salvare il mondo dalle ingiustizie e dai soprusi di un sistema di potere – ma tu pensa! – corrotto e bieco); c’è, generosamente, dell’azione (come far sì che il bene prevarichi sul male, anche se si è quattro gatti contro un impero oscuro?).
C’è, insomma, davvero tutto: e nonostante un inizio farraginoso e un po’ risibile, che pare indeciso se essere netto, in medias res, o volersi concedere qualche ammiccamento didascalico, oltre a un impianto narrativo generale di gran lunga risaputo (sceneggiatura di Chad Hodge basata sul bestseller di Alexandra Bracken), l’azione coinvolge, il ritmo regge, la storia progressivamente ingrana, e gli interpreti – ancorché giovanissimi – convincono; e se poi si è in target, nella fascia degli young adult, a maggior ragione difficilmente si può sfuggire all’inatteso hype da racconto di crescita e avventura.
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Skylan Brooks, Amandla Stenberg, Harris Dickinson e Miya Cech in Darkest Minds (2018)

Ciò che a Darkest Minds manca – ed è una mancanza cruciale – è il “colore”: nel suo complesso, ossia visto dall’alto, non con gli occhi di un pubblico degnamente profilato, sembra muoversi d’inerzia, un’inerzia derivativa che non ha il sapore dell’originalità, non ha la grinta non solo del nuovo, ma nemmeno dell’arrangiato ad arte perché nuovo, appunto, appaia. Non basta, insomma, il mestiere: anche se alla prima regia live action dopo due animazioni di gran livello (Kung Fu Panda 2 e Kung Fu Panda 3), Jennifer Yuh Nelson non mostra segni grossolani di cedimento, ma deve fare i conti con un materiale che risponde in eco di troppi dejà vu. La causa va rintracciata alla fonte. Non basta sapere che i produttori del film sono i medesimi di Stranger Things, la cui febbre non è ancora svaporata; e che l’idea è, auspicabilmente, quella di sfruttare un trending genre acchiappando un pubblico un poco più maturo – o forse anche meno maturo, certamente disinteressato alle finezze di una ricostruzione nostalgica che è poi l’elemento più interessante della serie Netflix. Ma non basta nemmeno la banalità di questa suggestione: futuri distopici, conflitti adolescenziali, virus e poteri misteriosi sono elementi di una formula comprovata e piatta (che preclude qualsiasi godimento nerd) già sfruttata per (oramai esausti) franchise fra cui – evitando di annoverare prodotti cinefumettistici Marvel e DC – quelli di Maze Runner, Divergent, Hunger Games (e magari anche un po’ di Twilight). Ha più senso invece considerare che questi fenomeni declinano il loro successo in più mezzi oltrepassando i confini dell’esperienza cinema e riuscendo, tanto per cominciare, in un successo puramente letterario, spesso impattante ma di sicuro non particolarmente duraturo. Il seme della sterilità, a lungo andare, si manifesta proprio nella proliferazione di questi prodotti (para)letterari, veri e propri “casi” che si rivelano fuochi fatui immediatamente spremuti al raggiungimento di serie cinematografiche che, arrivate infine all’ultimo loro, sembrano non avere più mordente.
L’operazione comincia forse a evidenziare le tracce di una certa ridondanza. Così Darkest Minds, alla sua prima trasposizione (per un’auspicabile trilogia), soffre già di una sorta di sonnolenza e gli elementi tipici del genere diventano, nel racconto per immagini, non più forza suggestionante ma limite e prevedibilità. E non sono particolarmente sufficienti – o comunque non lasciano particolare segno – né i tentativi di introspezione dei vari figuranti (fra cui spicca un’ottima Amandla Stendberg) né il blando umorismo che tenta di vivacizzare momenti pensosi, né il tocco garbato di una regia che giustamente evita eccessi di computer grafica provando a distinguersi in una rappresentazione più naturale e sentimentalmente legata ai protagonisti.
A. Cu.

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