COPIA ORIGINALE, la recensione del film con Melissa McCarthy

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Melissa McCarthy in Copia Originale

La scrittrice Lee Israel (Melissa McCarthy) ha un talento documentario senza pari: conosce così a fondo le personalità di cui ricostruisce le biografie – unico genere cui si dedica – da riuscire a rendersi invisibile dietro la scrittura, in tutto aderente nello stile e nell’immagine del personaggio cui rivolge i propri studi. Certo, della propria immagine non si può dire abbia medesima cura: escluso il talento, che non le basta per vivere, è burbera, intrattabile, scorretta, spregiudicata, imprevedibile; è, tra l’altro, sempre in bolletta, costretta a impegnare i propri averi anche per pagare le cure mediche del suo gatto. Eppure, è a suo modo fedele a se stessa: non scende a compromessi, mostrandosi in qualsiasi occasione – decorosa o informale – coerente con il proprio ego non fuori misura, ma totalmente fuori giudizio. Questa sua sincerità crea una vibrante dissonanza col suo agire criminale, condotto per necessità economiche, e (anche, forse) per sadico ma gustosissimo perseverare: la confezione di corrispondenze fasulle redatte ad arte. Lee è così brava a scrivere false lettere d’autore, inventate di sana pianta e attribuite con l’inganno a più o meno noti personaggi del passato, da mettere nel sacco gran parte degli antiquari newyorkesi. Così, progressivamente i suoi infruttuosi impegni editoriali passano in secondo piano, e acquista vigore una carriera da scaltra falsaria. Trova, in ciò e in altre faccende più o meno lecite, l’amichevole aiuto di Jack (Richard E. Grant, straordinario), un perdigiorno che, forse con spontanea bontà, sembra condividere con la donna una certa affinità. E, suo malgrado, deve fare i conti anche con la bontà e la fiducia, talvolta disinteressata, dei suoi traditi acquirenti. Come potrà Lee conservare queste singolari amicizie e contemporaneamente dribblare l’interessamento degli inquirenti?
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Melissa McCarthy e Richard E. Grant in Copia originale

Permettetemi questo giudizio semplicistico: dopo Diario di una teenager – già di per sé convincente, per non dire audace – Marielle Heller ha girato proprio un bel film, misurato, senza fronzoli, dunque ben scritto (da Nicole Holofcener e Jeff Whitty) e ben recitato (entrambi gli attori principali sono candidati all’Oscar). Ma ciò che conta, oltre al valore estetico, è il piano del senso, che è peraltro pienamente comprensibile senza doversi spendere (in eccesso, qualche ammiccamento è benvenuto, suscita volentieri il riso o la commozione) in ruffianaggini della prima ora. Due punti, in particolare, sono ragione di interesse, tanto più considerando che i fatti proposti dalla narrazione sono reali – in realtà due quesiti, cui il film non fornisce reale risoluzione. Il primo: croce e delizia nel raccontare destini. A un certo punto nel film Lee Israel chiede a Jack se mai avesse immaginato, in gioventù, che la sua vita sarebbe stata com’è allo stato delle cose, de facto. Tracciare il bilancio di una vita – nel momento in cui è ancora nel suo pieno corso eppure pare d’essere arrivati al punto di non ritorno, e alla luce di successi che non vengono riconosciuti tali, di aspettative da ridimensionare sia nei confronti delle proprie capacità, in assoluta autoanalisi, sia in relazione al peso delle altrui capacità – è cosa ardua anche una personalità più mite di quella di Lee. Soddisfatti o no della propria esistenza, il senso è proprio più ampio: quanto sfugge al proprio controllo la costruzione di un destino di cui si posano con tanta strenua cura le fondamenta? In quanta misura, come si dice, siamo la somma delle nostre azioni? Di certo Lee Israel è artefice del proprio destino: la sua condotta traccia un percorso che non può che sfociare, prima o dopo, in una obbligata assunzione di responsabilità, almeno nei confronti della legge; ma porta, anche, al superamento parziale e più o meno cosciente sia di un atteggiamento sbagliato nei confronti del vivere (certo, non si parla comunque di una vera maturazione, quanto più di una pacificazione con il proprio io), sia di un blocco creativo (autoimposto) per cui l’unico genere degno di scrittura sembra essere quello biografico – si arriva poi, alla fine, all’autobiografia. In effetti, prima della carriera da falsaria, pareva esserci poco da raccontare nella vita di Lee: non un’amicizia, pochissimi affetti, pochissime cose che suscitassero brivido o eccitazione. Non una riconosciuta bravura, né tantomeno genialità. Occorreva forse solo la sregolatezza, per farla emergere?
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Melissa McCarthy in Copia originale

È una tesi da manovrare con cautela, ma forse non è tanto sbagliata, almeno nei confronti del narrato. Ecco il secondo punto: genio e sregolatezza, accoppiamento tanto risaputo nell’immaginario dell’arte da venire, oggi, quasi a noia. Truffa e falso materiale a parte, sulla sregolatezza di Lee Israel non c’è da discutere. Ma che cosa definisce il genio della scrittrice squattrinata? La strettissima nicchia dei suoi lettori non le consente margine di vendita sufficiente per poter vivacchiare; la sua editor la sprona a scrivere di fantasia, abbandonando il racconto di vite inattuali ancorché illustri, e non le accorda alcun acconto, anzi rimarca le milionarie vendite di bestseller di (assoluta?) marginalità letteraria. Metro di valore e di vendita si scontrano ancora una volta in una battaglia ideologica non banale, e a farne le spese è proprio Lee. Il film non vuole esprimere una tesi per cui, impossibilitata a muoversi come vorrebbe e mortificata da un ambiente letterario vanesio, la donna si trova costretta a delinquere, ovviamente: anzi, prova a far intendere sia la sua esclusione del tutto cosciente da un ipotetico olimpo dei grandi, sia, col tramite dell’inganno, la sua singolare genialità per niente derivativa, per cui le è semplice vestire i panni di scrittori e attori amati, fino a sostituirsi a loro stessi in un delirio in bilico proprio fra la genialità e la lucida follia. Lee Israel si intrappola coscientemente in sistemi viziati: quello editoriale, del quale stoicamente non vuole condividere gli opportunistici meccanismi; quello criminale, che abbraccia con qualche diffidenza fino a cedervi completamente come a un gioco pericolosissimo travestito da passatempo intellettuale arguto. Con una chiusura concisa, a riguardo – sulle possibilità di vendita di un falso “d’autore” – che, nell’asciuttezza formale, vale più di mille discorsi e suggella in modo impeccabile un racconto ricco di significanza.

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