CITY OF LIES – L’ORA DELLA VERITÁ, la recensione del film di Brad Furman

City of Lies L'ora della verità

Johnny Depp e Forest Whitaker in City of Lies L’ora della verità

Richiamare alla memoria le sequenze di City of Lies significa trovarsi dinnanzi ad immagini ammantate di grigio. City of Lies, in effetti, è tutto di un indistinto grigiore, qualsiasi sia il punto di vista che si intende assumere. Tanto per cominciare, la storia: una (scompaginata) cronaca, da un lato, di dedizione; dall’altro, un deprimente – ma vivido – racconto di irrevocabile fallimento.
Nell’adattare il romanzo di “Labyrinth” di Randall Sullivan,il regista Brad Furman e lo sceneggiatore Christian Contreras – alla prima esperienza in questo ruolo – mischiano le carte in continuazione, cambiano passo e ritmo in un andirivieni temporale stancante (pur essendo, semplicemente, duplice) e inefficace. E anche poco funzionale ad una esposizione che tenti – laddove la vera storia per forza di cose non può più – di fare chiarezza almeno nelle complesse indagini sugli omicidi dei rapper Tupac Shakur e Notorious B.I.G., portate avanti anche privatamente, e per anni, fino allo sfinimento, fino all’annientamento fisico, dal detective Russell Poole (Johnny Depp).
È difficile credere che il reportage giornalistico alla base dello script (inizialmente pubblicato su Rolling Stone) non privilegiasse quanto più possibile un intento di chiarezza: di conseguenza riesce difficile comprendere le ragioni di una tale annebbiata e caotica narrazione filmica, totalmente mancante di punti forti, di schiena, di colore. Grigia, appunto. Se si aggiunge la cenerina fotografia di Monika Lenczewska, l’impressione è quella di un sonno febbricitante e dolente: se già la storia si muove a fatica, il racconto per immagini – che è poi, paradossalmente, perlopiù un racconto di parole, inutilmente verboso, senza che le sequenze si impongano per loro stesso respiro – appare scarno, consumato. E dire che, a voler ricamare una vicenda vera (ricami di cui il film non è sordo, considerando che il personaggio del cronista interpretato da Forest Whitaker è creato ad hoc), e forse senza dover inventare nulla di così tanto inverosimile, ci sarebbe molto materiale adatto a del colore, per quanto lugubre: gang, successo e miseria, corruzione (che si spreca, vedi relativo scandalo della Divisione Rampart del Dipartimento della Polizia di Los Angeles), lotte occulte fra differenti fazioni nelle strade di una Los Angeles violenta. Ma manca qualcosa.
City of Lies

Johnny Depp e Forest Whitaker in City of Lies L’ora della verità

Che il problema stia proprio nell’idea, del tutto disattesa, di voler fare una sorta di noir pre-nuovo millennio, in piena crisi dei relativi valori e punti focali? Forse, ma mancano vere coordinate – nonostante l’assist della storia vera – o buona parte di esse, sia dal punto di vista estetico sia da quello contenutistico. Si scade quindi, tanto senza difficoltà quanto senza colpe oggettive, nell’impersonalità e nella convenzionalità, nemmeno sollevate da interpretazioni degne di particolare nota. Qui l’altra scala di grigi: probabilmente innervosito da screzi sul set e su una produzione non propriamente felice, Johnny Depp riesce nel paradosso di rendere inconsistente, a causa di un palese disinteresse per la parte, un personaggio che già di per sé sembra dover essere reso come tale: annichilito, stanco, irascibile. Niente smuove il detective Poole, se non l’ostinazione – che è al limite del patologico – per una verità sempre lontana e sfuocata. Ma non è sufficiente per indurre a compassione: la devozione professionale di Poole è assai lontana dall’essere compresa e celebrata, si sminuisce di conseguenza nella (criminale) indifferenza di chi guarda, specialmente se non ha ben presente l’effettiva cronaca d’epoca. A proposito, a niente serve il tentativo di introdurre la figura del giornalista a cui è rimasta vitalità e idealismo, del tutto dimenticabile nonostante i buoni propositi di un Whitaker che non sembra subire il disagio generale della crew.

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