ALLIED – Un’ombra nascosta, la recensione del film di Robert Zemeckis

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Allied - Photo: courtesy of Paramount Pictures
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Allied – Photo: courtesy of Paramount Pictures
Voltaire diceva che “Il dubbio è scomodo ma la certezza è ridicola”. A volte però è meglio mentire per evitare che una verità disarmante possa far scaturire il peggio. Ed è proprio da questo presupposto che si snoda il climax di Allied – Un’Ombra Nascosta, l’ultima fatica di Robert Zemeckis con Brad Pitt e Marion Cotillard.
Casablanca. 1942. Nel corso della Seconda Guerra Mondiale, l’ufficiale canadese dei servizi segreti Max Vatan (Pitt) viene inviato in Nord Africa per eliminare un ambasciatore nazista. Nella roccaforte marocchina incontra Marianne Beausejour (Cotillard), combattente della Resistenza Francese che lo aiuta a portare a termine la missione, dall’altissimo coefficiente di rischio. L’unione d’intenti e la difficoltà di un’impresa rischiosa, dagli echi mortali, avvicinano i due fino a farli innamorare. Travolti da un insolito destino, Max e Marianne si trasferiscono a Londra e decidono di sposarsi. A minare l’incolumità del loro matrimonio, minacciato dalla schiacciante pressione del conflitto, è un oscuro segreto che pende sul conto della donna.
Allied - Photo: courtesy of Paramount Pictures
Allied – Photo: courtesy of Paramount Pictures
Autentico narratore e promotore di un cinema in grado di incantare e al tempo stesso di stimolare riflessioni, Zemeckis è tra i pochi autori in circolazione, insieme al mentore Steven Spielberg, a concepire il racconto come una metafora del reale, toccando temi e sviscerando contenuti da sottoporre al pubblico. La forza del filmmaker risiede nella capacità di proiettare il suo sguardo oltre lo stato di chiusura della realtà, superando i limiti del tangibile con l’immaginazione e costruendo le storie con una prospettiva davvero straordinaria.
Ed è proprio nel sintomatico culto per la perfezione e nella ferma convinzione di far interagire i personaggi con l’ambiente circostante, tra spazio e tempo, che trova sostanza la visione dell’ultimo Zemeckis. Perché analizzando con lucidità il presente il regista di Forrest Gump ha sempre trovato il modo di rinnovarsi, di leggere l’attualità e interpretare le vicende con uno taglio pop e moderno. È un cinema completo e consapevole quello di Zemeckis, abile nell’esplorare territori intatti, valicando i confini del linguaggio con lungimiranza e dovuta sensibilità. Una sorta di potere futurista, di apertura mentale che guarda all’avvenire, intercettando gli strumenti messi a servizio della tecnologia, dal digitale alla computer grafica, per passarli al setaccio e utilizzarli all’occorrenza. Questa disponibilità, unita all’incondizionata facoltà di donare uno spessore comunicativo ai fotogrammi, rende ancor più unico e pregevole il suo stile, in continua metamorfosi creativa.
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Allied – Photo: courtesy of Paramount Pictures
Dopo la parentesi tridimensionale di The Walk, “caper-movie” funambolico e magnifico, il cineasta premio Oscar torna con Allied alla narrazione classica del cinema americano, alla mise-en-scene solida e complessa in bilico tra finzione e realtà. Nel tentativo di rispolverare il modello hollywoodiano proposto da Micheal Curtiz nel monumentale Casablanca, la pellicola punta sulla scelta di due divi acclamati del calibro di Brad Pitt e Marion Cotillard, per affidare loro le sorti di una sceneggiatura in cui l’alchimia tra i protagonisti gioca un ruolo fondamentale.
Mentre la Cotillard, attraente e conturbante nella sua bellezza, dà prova del suo brillante talento nella recitazione, Pitt appare rigido e dimesso, complice forse una scrittura tratteggiata e poco approfondita del suo personaggio, ancorato nella sua solennità. Allied utilizza una struttura inconsueta: anticipa l’azione nella parte iniziale, con sequenze di guerra visivamente affascinanti e suggestive, e sposta l’intrigo della menzogna, della ricerca e dell’indagine, nella seconda. Il rovesciamento di tali fasi, in questo caso, non produce benefici in termini di fluidità e conduce l’opera sui binari di uno sviluppo sterile e meccanico, deprivato della suspence necessaria per far deflagrare la componente emozionale.
Allied - Photo: courtesy of Paramount Pictures
Allied – Photo: courtesy of Paramount Pictures
Impostato nella direzione di uno spy thriller tradizionale, Allied si trasforma a metà in un melò spinoso dal sapore romantico, in un dramma intimo e passionale che fa crollare ogni certezza, conducendo il pubblico in un vortice di tensione, ansie ed esitazioni che sospendono il respiro. Compresso e serrato, il lungometraggio vive di lampi di puro cinema (su tutti la splendida scena d’amore nella tempesta di sabbia nel cuore del deserto) che faticano ad equilibrare l’apparato diegetico e i piani tematici: il menage amoroso prevale sulla parabola investigativa e il sentimentalismo sull’aspetto “inquisitorio”.
Ricoperto da una patina vintage e da una fotografia vivida e opaca, Allied è un teatro dualistico di inganni e verità, sospetti e rivelazioni, diffidenza e fiducia, dove il rapporto della coppia protagonista è perennemente in discussione. Il finale, tragico e doloroso, è la dimostrazione limpida di quanto la paura di rivelare verità inconfessabili sia più grande di affrontare una questione con determinazione e coraggio, rifugiandosi nel silenzio e omettendo l’uso delle parole.