ALASKA, la recensione

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A poche settimane dall’uscita di Suburra di Stefano Sollima, Elio Germano torna con Alaska a regalarci un’altra stupenda interpretazione in un ruolo drammatico e intenso, sfoderando inaspettatamente un’ottima recitazione in lingua francese.
Fausto (Elio Germano), un cameriere italiano, lavora in un prestigioso albergo parigino e sogna un giorno di mettersi in proprio e aprire un ristorante. Tutto cambia quando nella sua vita fa capolino la bella Nadine (Astrid Bergès-Frisbey), aspirante modella francese della quale Fausto s’innamora al primo istante. Per far colpo su di lei, il ragazzo decide di mostrarle la suite più costosa dell’hotel ma, quando il cliente che la occupa si accorge degli intrusi, fra i due uomini avviene una colluttazione che costerà a Fausto il licenziamento immediato e due anni di carcere. Tuttavia, il giovane protagonista non riuscirà mai a dimenticare Nadine e, una volta uscito di galera, tenterà di riavvicinarsi alla ragazza, la quale, nel frattempo, si sarà affermata nel mondo della moda e trasferita a Milano. Il destino darà non poco filo da torcere alla loro relazione, al centro della quale si staglia prepotentemente l’ombra della discoteca “Alaska”, ambizioso progetto lanciato da Fausto e dal suo amico Sandro (Valerio Binasco) nel bel mezzo del capoluogo lombardo.
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Dopo Lezioni di Cioccolato e Una Vita Tranquilla, il regista Claudio Cupellini ci trascina in una tormentata storia d’amore che sembra uscita quasi da una telenovela: i tragici eventi si susseguono uno dopo l’altro come in una reazione a catena, da cui sembra impossibile fuggire. Attraverso la visione di Cupellini, la vita ci appare inevitabilmente come una sorta di montagna russa in continua funzione, dove felicità e tristezza si alternano senza sosta e senza mai coesistere nello stesso momento. Come nel caso di due poli positivi che si respingono, la buona sorte di Nadine sembra causare e nutrire la sventura di Fausto e viceversa. La coppia perfetta/imperfetta formata da Elio Germano (Il Giovane Favoloso) e Astrid Bergès-Frisbey (I Origins) risulta oggettivamente inedita e credibile. Stiamo parlando di due attori e di due personaggi molto diversi tra loro: lui palesa il proprio stato d’animo attraverso la voce e la forza fisica, lei attraverso timidi sguardi, movimenti leggeri e disinibizione. Eppure, questa apparente lontananza caratteriale li trasforma, agli occhi del pubblico, in qualcosa per cui vale la pena combattere. Dal canto suo, anche lo sfrontato e grottesco Valerio Binasco (La Bestia nel Cuore) viene eretto a struggente simbolo di una vita che, senza mai fermarsi, prima regala e poi toglie (prestate particolare attenzione all’efficace sequenza che vede protagonista una torta di mirtilli).

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Alaska è lontano, purtroppo, dall’essere un film perfetto. La sceneggiatura dello stesso Cupellini (scritta a sei mani con Filippo Gravino e Guido Iuculano) sfiora continuamente tutta una serie di argomentazioni e tematiche che, mescolandosi tra loro, non vengono mai approfondite a dovere, finendo con il privare la pellicola di un vero punto focale. Si passa dal mutevole corso del destino (ma anche della fortuna) al divario sociale tra dimensioni lavorative differenti, ma anche dagli ingiusti atti di condanna da parte del sistema giuridico (italiano e francese) all’attrazione di un equilibrio economico invidiabile e al sottile confine tra legalità e illegalità. Più forte, tuttavia, è il ruolo dell’amore e degli affetti profondi, anteposti al denaro, grande alleato e, al tempo stesso, spietato nemico dell’uomo; un elemento dal potere immenso in grado di controllare e condizionare completamente la nostra mente. A questo punto, tutto si riduce a una questione di scelte cruciali e forza di volontà.
Alberto Vella & Giulio Burini
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