Hamnet – Nel nome del figlio è un’opera intima e rigorosa che trasforma la perdita in memoria, trovando nel terzo atto una delle rappresentazioni più intense dell’elaborazione del lutto nel cinema contemporaneo.

Di cosa parla Hamnet?

Hamnet – Nel nome del figlio racconta la storia mai rivelata e la perdita che ha ispirato la creazione del capolavoro senza tempo di Shakespeare, Amleto.

Un’illusione di quiete

Hamnet si apre con una calma solo apparentemente innocua. La prima parte del film costruisce un mondo fatto di gesti quotidiani e di legami familiari osservati senza enfasi in una natura che non è mai semplice cornice, ma presenza viva e partecipe. Il tempo del racconto è dilatato, quasi contemplativo, a tratti esitante e, invece, rivela fin da subito la scelta narrativa del film; farci abitare quella realtà prima di incrinarla.

Il film lavora costantemente in sottrazione. Evita qualsiasi esposizione emotiva diretta, preferendo una narrazione fatta di dettagli, rituali, silenzi. Ogni elemento contribuisce a creare un senso di intimità che non viene mai dichiarato apertamente, ma lentamente sedimenta. È una costruzione silenziosa dell’affetto, fondamentale per dare peso emotivo a ciò che verrà dopo.

Corpi, silenzi e sguardi

Le interpretazioni in Hamnet sono misurate, profondamente interiori. Paul Mescal e Jessie Buckley lavorano su una gamma emotiva sottilissima, affidandosi più al non detto che alla parola. Il dolore, l’amore, la paura passano attraverso posture, micro-variazioni dello sguardo, gesti trattenuti. Non c’è mai la ricerca dell’effetto, ma una costante adesione a uno stato emotivo coerente con il tono del film.

La regia di Chloé Zhao accompagna questo lavoro con uno stile ormai riconoscibile: camera discreta, attenzione al tempo reale, utilizzo dello spazio come estensione dello stato emotivo dei personaggi. Zhao osserva senza invadere lasciando respirare le scene e concedendo ai momenti il tempo di esistere. La sua è una regia che non guida l’emozione, ma la prepara alla sua evoluzione e alla vasta gamma di espressioni.

La costruzione invisibile del dramma

Il dramma in Hamnet non si manifesta mai come evento improvviso, ma come un progressivo crescendo. Il film dissemina presagi minimi, tensioni sottili, segnali quasi impercettibili che rompono l’equilibrio iniziale senza mai nominarlo esplicitamente. La perdita viene annunciata senza essere anticipata, lasciando allo spettatore una vaga sensazione di instabilità e sorpresa.

Quando il dramma arriva, lo fa senza spettacolarizzazione. L’assenza si impone più per sottrazione che per presenza, trasformandosi in uno spazio vuoto che modifica tutto ciò che lo circonda. È una scelta narrativa e registica rigorosa, che rifiuta le convenzioni melodrammatiche e affida il peso emotivo allo sguardo, al tempo, al silenzio, senza shock o compiacimento.

Il lutto come processo e il terzo atto

Hamnet trova la sua identità più forte nel modo in cui racconta il lutto come processo e non come evento isolato. Il dolore non viene mai verbalizzato, ma è costantemente presente; nei corpi, negli spazi, nelle dinamiche familiari che lentamente si ridefiniscono. Non esiste una traiettoria emotiva lineare o una promessa di guarigione, anzi, ci si perde nel quotidiano e ordinario senza una via d’uscita.

È nel terzo atto che tutto ciò che il film ha trattenuto trova finalmente una forma compiuta. La quiete iniziale, il dramma invisibile, il dolore sotterraneo si condensano in una riflessione di rara potenza. Il lutto diventa memoria, presenza, materia viva. Non viene risolto, ma si trasforma in arte. Quando il teatro entra in scena si manifesta la forma più concreta del dolore in un linguaggio non di salvezza, ma l’unico possibile quando le parole comuni non bastano più.

Com’è il film?

Hamnet è un film che rifiuta la consolazione e sceglie di prendersi del tempo. Chiede allo spettatore attenzione, pazienza, disponibilità ad attraversare il silenzio. Nel farlo costruisce un racconto sul lutto che non cerca risposte o consolazione, ma presenza. Un’opera controllata, rigorosa, emotivamente profonda, che non si impone ma che resta dentro anche dopo la fine della visione.

REVIEW OVERVIEW
Regia
Sceneggiatura
Fotografia
Montaggio
Colonna sonora
Interpretazioni
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Michela Vasini
Procrastinatrice seriale, produttrice di film mentali e l'"amica simpatica" della protagonista. Amo il buio della sala cinematografica, ma non disdegno anche un bel film sul divano in un pomeriggio piovoso. Sono alla continua ricerca degli ingredienti necessari a rendere speciale ogni giornata; energie positive, dei buoni amici e un buon sonno. Me and karma vibe like that
recensione-hamnet-film-chloe-zhaoHamnet, il film diretto da Chloé Zhao, si inserisce nel solco del cinema contemporaneo che sceglie l’intimità e la sottrazione per raccontare il dolore, evitando qualsiasi forma di spettacolarizzazione. Hamnet è un film che rifiuta la consolazione e sceglie di prendersi del tempo. Chiede allo spettatore attenzione, pazienza, disponibilità ad attraversare il silenzio. Nel farlo costruisce un racconto sul lutto che non cerca risposte o consolazione, ma presenza. Un’opera controllata, rigorosa, emotivamente profonda, che non si impone ma che resta dentro anche dopo la fine della visione.