Arriva al cinema Marty Supreme, una celebrazione sfacciata dell’ego, dell’ambizione e di quella voce interiore che dice sono destinato a qualcosa di grande.
Di cosa parla Marty Supreme?
Marty Supreme racconta le vicende di Marty Mauser (Timothée Chalamet) un venditore di scarpe con un’irrefrenabile ossessione per il ping pong che si muove nella New York degli anni ’50 fra truffe, scommesse, passioni proibite e sogni di gloria. Un’esistenza rocambolesca per un personaggio eccentrico e ambiziosissimo, smodato e, a suo modo, leggendario.
Velocità, ego e main character vibes
Marty Supreme di Josh Safdie è una scarica di adrenalina. Un film che corre senza mai guardarsi indietro con lo stesso ritmo instancabile del suo protagonista: un concentrato esplosivo che mescola l’esuberanza da rockstar al fascino del furfante ammaliatore, il tutto incanalato in un’energia purissima con le vibrazioni da main character.
È un film che sa perfettamente cosa sta facendo e, soprattutto, si diverte a farlo. Trascina lo spettatore in una montagna russa emotiva guidata dal sorriso sornione di Marty, tra euforia, caos e una costante sensazione di essere complici di qualcosa di leggermente scorretto. Non chiede permesso, non rallenta, non si giustifica: Marty Supreme parte e ti trascina con sé.

Marty aka il villain della propria storia
Al centro di tutto c’è lui: Marty. Rumoroso nello spirito, puro istinto, impossibile da ignorare. Non è un eroe nel senso classico del termine e non finge mai di esserlo ma, anzi, abbraccia con orgoglio una chaotic energy elegantemente confezionata.
Marty è ambizioso fino all’ossessione patologica. Vuole il successo, il riconoscimento, e lo vuole subito: senza ostacoli, senza fatica, senza il “fastidio” del percorso di crescita. Il suo sogno va oltre la vittoria e la sua vera ambizione è mostrarsi mentre vince, mentre diventa esattamente ciò che crede di essere destinato a essere. Ha fame di gloria e questa lo rende affascinante e pericoloso allo stesso tempo.
Piega le regole sociali e morali a suo piacimento, giustifica quasi tutto pur di avvicinarsi alla versione ideale di sé che si è costruito in testa. Marty è, a tutti gli effetti, il villain della sua stessa storia e funziona alla grande.
Stile, ironia e il piacere colpevole di tifare per lui
Marty Supreme è intrattenimento ultra-stylish ad alta velocità. È rapido, intelligente, sempre in movimento e proprio come il suo protagonista, allergico alla lentezza e all’introspezione, almeno finché la storia non lo costringe a fermarsi. La trama è caotica, ricca di avvenimenti, a tratti quasi vittima della propria opulenza narrativa, ma trova la sua forza quando ruota attorno alla psicologia di Marty più che al colpo di scena.
L’ironia è una delle armi segrete del film. L’umorismo è naturale, spesso nascosto in battute fulminee, in dettagli visivi o momenti di consapevolezza autoironica. È un film che capisce perfettamente il fascino degli antieroi cresciuti a pane ego e megalomania curata nei minimi dettagli, ma proprio sotto tutta quella sicurezza, emerge una persona reale: imperfetta, insicura, segretamente terrorizzata dall’idea di essere ordinaria.

Dal punto di vista stilistico, il film è magnetico. Ogni scelta creativa rafforza i temi dell’ambizione, dell’identità e del piacere seducente di credersi destinati a qualcosa di grande anche quando la vita dimostra il contrario.
Com’è il film?
Quando scorrono i titoli di coda, Marty Supreme ti lascia divertito, carico e leggermente complice. Sai che Marty non ha sempre ragione, sai che non è un modello da seguire e che, probabilmente, il ping pong non è davvero qualcosa su cui puntare tutto nella vita, eppure fai il tifo per lui: a volte per pietà, a volte per spirito di rivalsa.
Arguto, audace e sfacciatamente carismatico, Marty Supreme non cerca di essere morale, ma preferisce essere memorabile mettendo a segno il match point finale.