Digger è una satira apocalittica sul potere, il capitalismo e il bisogno patologico di avere sempre ragione. Un film enorme, rumoroso e volutamente sopra le righe che non sempre riesce a contenere tutte le idee che ha in testa, ma non ha paura di esagerare.

Un mondo al collasso

Il nuovo film di Alejandro González Iñárritu parte da un’idea che, sulla carta, sembra quasi troppo semplice per essere nelle mani di uno dei registi più ambiziosi del cinema contemporaneo: un uomo potentissimo, Digger Rockwell, ha costruito la propria fortuna sul petrolio e sullo sfruttamento delle risorse, salvo ritrovarsi improvvisamente dentro una crisi ambientale che rischia di travolgere il mondo. La soluzione, naturalmente, è affidarsi proprio all’uomo che ha contribuito a creare il problema.

Digger, però, non vuole essere una storia realistica sulla crisi climatica, ma una gigantesca satira sul modo in cui il potere reagisce alle proprie responsabilità quando diventa impossibile continuare a ignorarle e per farlo sceglie la strada più rumorosa possibile.

Il film è grottesco, ipertrofico, spesso volutamente eccessivo. I personaggi sembrano vivere in una realtà appena deformata rispetto alla nostra, abbastanza da farci ridere e abbastanza da ricordarci quanto tragicamente stiamo (o siamo) in quella situazione. Politici, miliardari, scienziati e militari si muovono dentro una macchina narrativa dove ogni catastrofe diventa contemporaneamente emergenza, propaganda e spettacolo.

Il bersaglio, insomma, è enorme. Forse persino troppo, perché Digger vuole parlare al tempo stesso di capitalismo, crisi climatica, responsabilità individuale, disinformazione, politica, ego, spettacolarizzazione della tragedia e rapporto tra verità e narrazione. E quando un film vuole dire così tante cose, non sempre riesce nel suo intento.

TOM CRUISE as Rockwell with Maggie the Cat in Warner Bros. Pictures’ “DIGGER,” a Warner Bros. Pictures release.
Photo Courtesy Warner Bros. Pictures

L’estremismo del ridicolo

Tom Cruise nei panni di Digger Rockwell è probabilmente la cosa più riuscita del film. Digger è arrogante, narcisista, manipolatore, convinto della propria indispensabilità e talmente abituato ad avere il controllo da non concepire nemmeno l’ipotesi che la realtà possa non adeguarsi ai suoi piani e Cruise sembra divertirsi moltissimo a metterlo in scena.

Il personaggio funziona proprio perché Cruise non cerca di renderlo simpatico, ma ridicolo, fastidioso, persino patetico, senza mai perdere quella magnetica sicurezza che lo rende immediatamente riconoscibile; un uomo che ha costruito un impero sulla convinzione di essere il protagonista della propria storia e improvvisamente scopre che il mondo non è un film scritto per lui.

E la cosa più divertente è che, per quanto il film possa essere caotico, Cruise non lo è mai, ma riesce a tenere insieme questa follia.

Quando la satira è troppo didascalica

Il problema di Digger è che raramente si accontenta di suggerire qualcosa perché preferisce spiegartelo e poi, nel dubbio, spiegartelo di nuovo.

La satira ambientale e politica è talmente evidente da non lasciare praticamente spazio all’interpretazione. Iñárritu non sembra interessato a chiedersi se il pubblico abbia capito il punto, ma vuole assicurarsi che nessuno possa uscire dalla sala dicendo di non averlo capito.

Da un lato, questa scelta ha una sua forza. Il film ha una rabbia precisa e non cerca di nasconderla dietro l’eleganza del cinema importante, ma, anzi, fa leva su alcune trovate davvero feroci che portano all’estremo comportamenti che, nella realtà, abbiamo imparato a considerare quasi normali.

Dall’altro l’eccesso, alla lunga, diventa una coperta troppo corta. Più Digger aggiunge livelli, metafore e obiettivi, più diventa evidente che non tutte le sue intuizioni hanno lo stesso peso; alcune sono brillanti, altre semplicemente insistite, alcune battute hanno una cattiveria notevole mentre altre sembrano arrivare più per sottointendere che questa è la parte in cui dovreste ridere. Qui, poi, il film rischia di confondere la complessità con l’accumulo.

Digger, ogni tanto, sembra talmente innamorato della propria esagerazione da dimenticare che anche la satira ha bisogno di ritmo, misura e soprattutto di qualcuno disposto a darle il tempo di sedimentare ed è un peccato, perché quando Iñárritu smette di spiegare e lascia semplicemente accadere le cose, il film diventa molto più interessante.

(L-r) SANDRA HÜLLER as Emma and TOM CRUISE as Rockwell in Warner Bros. Pictures’ “DIGGER,” a Warner Bros. Pictures release.
Photo by Antonio Olmos

Il cambio di gioco

La parte più intrigante di Digger, però, arriva quando sembra che la storia abbia già mostrato tutte le proprie carte poiché Iñárritu non si accontenta di costruire una satira sul potere e sulla crisi climatica ma comincia a interrogarsi anche sul modo in cui quelle storie vengono raccontate, trasformando progressivamente il film in qualcosa di più ambiguo e metacinematografico.

Questa scelta può entusiasmare o irritare, a seconda di quanto si sia disposti a seguirlo, ma resta il fatto che dimostri di essere il punto in cui il film diventa più affascinante e contemporaneamente più fragile. L’idea alla base del cambio di registro è interessante, ma la sua esecuzione rischia di aggiungere un ulteriore strato a un film che ne aveva già abbastanza.

La prima parte di Digger ha una forza quasi fisica: è sporca, aggressiva, spettacolare e piena di personaggi talmente caricati da sembrare usciti da una vignetta satirica. Quando il film comincia a riflettere su se stesso, diventa più cerebrale ma anche meno immediato. Per alcuni sarà il momento in cui tutto acquista un significato ulteriore; per altri, quello in cui la storia comincia semplicemente a girare su se stessa.

TOM CRUISE as Rockwell in Warner Bros. Pictures and Legendary Pictures’ “DIGGER,” a Warner Bros. Pictures release.
Photo by Seoju Park

Com’è il film?

Digger è un film ambizioso, imperfetto e completamente fuori scala. È spesso molto divertente, a tratti sorprendentemente feroce e visivamente gigantesco. Ha un Tom Cruise che si concede finalmente il piacere di essere grottesco invece che eroico e mette in scena una serie di intuizioni che rimangono in testa anche quando il film, inevitabilmente, comincia a perdere qualche pezzo per strada.

Digger è anche un film che non conosce il concetto di moderazione perché vuole dire tutto, mostrare tutto, prendere in giro tutti e, possibilmente, ricordarti ogni cinque minuti che dietro quello che stai guardando c’è un’idea.

Il risultato è affascinante forse proprio perché non è completamente riuscito.

Digger non è una satira perfetta e nemmeno il grande film sulla crisi climatica che potrebbe sembrare voler essere, ma piuttosto un enorme, rumoroso e parecchio sfrontato esercizio di cinema d’autore travestito da blockbuster, con abbastanza personalità da farsi perdonare qualche eccesso.

In un cinema sempre più attento a non uscire dai margini, Iñárritu sceglie invece di spingersi continuamente oltre. A volte trova il punto giusto, altre lo supera di parecchio, ma trova il coraggio di rischiare l’eccesso invece di accontentarsi della misura.

REVIEW OVERVIEW
Regia
Sceneggiatura
Fotografia
Montaggio
Colonna sonora
Interpretazioni
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Michela Vasini
Procrastinatrice seriale, produttrice di film mentali e l'"amica simpatica" della protagonista. Amo il buio della sala cinematografica, ma non disdegno anche un bel film sul divano in un pomeriggio piovoso. Sono alla continua ricerca degli ingredienti necessari a rendere speciale ogni giornata; energie positive, dei buoni amici e un buon sonno. Me and karma vibe like that
digger-la-recensione-del-film-con-tom-cruiseDigger di Alejandro González Iñárritu è una satira apocalittica con Tom Cruise che mescola crisi climatica, capitalismo e politica-spettacolo. Un film ambizioso, grottesco e fuori scala, tra intuizioni brillanti, eccessi e una performance sorprendente di Cruise.