Amarga Navidad è il film di un Almodóvar che sembra guardare più se stesso che i suoi personaggi: elegantissimo, autoreferenziale e profondamente ambiguo nel modo in cui trasforma il dolore in spettacolo.
Almodóvar che guarda se stesso
Ci sono registi che con il tempo evolvono, altri che si reinventano, altri ancora che iniziano lentamente a dialogare quasi esclusivamente con il proprio cinema. Amarga Navidad dà molto questa sensazione: quella di un Almodóvar che ormai guarda soprattutto se stesso, il proprio immaginario, le proprie ossessioni e il proprio modo di raccontare il dolore.
Fin dai primi minuti sembra di entrare in un universo estremamente familiare. Le donne emotivamente devastate ma sempre magnetiche, gli interni pieni di colori saturi, i dialoghi che oscillano continuamente tra confessione sincera e monologo teatrale. Tutto è immediatamente riconoscibile, forse persino troppo.
La sensazione più strana durante il film, infatti, è proprio questa: che i personaggi sappiano di essere dentro un film di Almodóvar. Nessuno sembra davvero vivere le emozioni, ma si adoperano piuttosto per metterle in scena. E quella distanza, che all’inizio può sembrare affascinante, col tempo diventa quasi frustrante.

Emozioni sotto la lente d’ingrandimento
Amarga Navidad è un film che continua ad avvitarsi su se stesso. Registi che scrivono altri registi, sceneggiature che diventano altre sceneggiature, dolore che viene trasformato in materiale artistico e poi rianalizzato ancora e ancora come se ogni emozione dovesse immediatamente essere osservata, interpretata e trasformata in racconto prima di essere vissuta davvero.
In questa ottica il film sembra molto più interessato al processo creativo che alle persone dentro a questo processo.
Scatta così una, forse, naturale perplessità poiché il film parla continuamente di vulnerabilità, lutto, solitudine, memoria, ma raramente riesce a lasciare che le emozioni esplodano senza un maniacale controllo; una costruzione molto evidente, e quasi ossessiva, che impedisce al caos emotivo di esplodere davvero.
E più il film procede, più sembra ripiegarsi dentro il proprio linguaggio fino a porci di fronte al dubbio che Almodóvar abbia cercato solamente di mettere in scena la propria immagine di autore in una chiave nuova.
La perfezione dell’estetica del dolore
Visivamente il film è impeccabile e Almodóvar continua ad avere una capacità incredibile di rendere bellissima anche la disperazione. Ogni stanza sembra studiata al millimetro, ogni colore comunica qualcosa, ogni inquadratura è troppo perfetta, ma quasi soffocante.
Il dolore è elegantissimo e la depressione fotogenica. Persino le crisi emotive sembrano ritrovare un certo gusto estetico misurato e a un certo punto si ha la sensazione che il film sia più focalizzato sulla propria estetica che sui personaggi stessi.
Non è una critica nuova parlando di Almodóvar, ma qui emerge molto più chiaramente perché il film sembra continuamente volerci dire quanto siano profonde le ferite, senza però permettere davvero a quelle ferite di diventare disordinate, scomode, brutte.
Stiamo guardando persone che soffrono oppure stiamo guardando l’idea sofisticata della sofferenza?
Amarga Navidad non è assolutamente un film vuoto, anzi, forse la cosa più frustrante è proprio che si intravede un film molto più forte con scene lucide e dialoghi crudeli. In quei momenti il film cambia completamente energia diventando più umano, più vulnerabile, persino più cattivo.

Critica e autocritica
Per tutto il film aleggia questa idea del trasformare il dolore degli altri in arte, del prendere qualcosa di reale, intimo, persino brutto e renderlo cinema e viene spontaneo chiedersi: è un gesto sincero oppure profondamente egoista?
Il film non dà mai una risposta chiara e sembra quasi che Almodóvar stia mettendo in discussione se stesso, il proprio modo di fare cinema, il bisogno di trasformare ogni trauma in qualcosa di controllato, elegante, narrativamente perfetto.
ll risultato è un film che si autoanalizza continuamente fino a consumarsi senza far capire mai davvero quanto questa autocritica sia intenzionale e quanto invece nasca dal fatto che Almodóvar sembri ormai intrappolato dentro il suo stesso linguaggio cinematografico.
Com’è il film?
Si esce dalla sala più disorientati che realmente colpiti. Non è uno di quei film che devasta emotivamente o entusiasma, ma non è nemmeno una completa delusione. L’aggettivo che meglio descrive il sentimento post visione è la confusione; come quando hai la sensazione di aver visto qualcosa di importante senza però riuscire a capire fino in fondo cosa ti abbia lasciato.
Almodóvar discute apertamente con se stesso per tutto il film, con il proprio passato, con la propria immagine di autore, con tutto quel cinema che negli anni è diventato così riconoscibile da rischiare quasi di incaternarlo e a tratti sembra persino perdere leggermente il controllo di quella conversazione.
Non è uno dei suoi film migliori, né uno dei più emotivamente sinceri, ma gli si dia merito di essere sicuramente uno dei più strani e autoreferenziali: un film che continua a cercare significati dentro se stesso, quasi in modo ossessivo, fino a diventare persino delusional.