Il diavolo veste Prada 2 è un sequel che non cerca di replicare il passato, ma di fare i conti con ciò che resta. Il film è uno specchio elegante e disilluso del tempo che passa tra nostalgia, ambizione e il coraggio di scegliersi.
Nostalgia e crescita: tornare, ma non uguali
Il diavolo veste Prada 2 gioca una partita delicata: non tanto replicare la magia del primo, quanto fare i conti con il tempo che è passato, sia per i personaggi sia per il pubblico. Il risultato è, inevitabilmente, dolceamaro.
C’è qualcosa di profondamente confortante nel ritrovare i volti di Miranda (Meryl Streep), Andy (Anne Hathaway), Emily (Emily Blunt) e Nigel (Stanley Tucci): forse più stanchi, sicuramente più consapevoli, meno iconici e decisamente più umani. La loro crescita non è mai plateale, ma sottile. Si intravede nelle scelte che non fanno più, nei compromessi che hanno accettato e nel modo in cui il lavoro diventa anche espressione di sé.
L’effetto nostalgia, su cui il cinema insiste molto negli ultimi anni, scatta proprio lì: nel momento in cui, attraverso loro, riconosciamo noi stessi e quello che siamo diventati. In vent’anni siamo cresciuti, cambiati, forse un po’ disillusi. Esattamente come loro.
Autodeterminazione, senso di colpa ed etica del lavoro
Il diavolo veste Prada 2 compie un passo in avanti rispetto al primo capitolo in termini di tematiche e si inserisce pienamente in un contesto sociale fatto di incertezze, precarietà e sogni infranti. Se nel primo capitolo la tensione narrativa era soprattutto dovuta a fattori esterni, dettati principalmente dal desiderio di dimostrare qualcosa e sopravvivere a un sistema competitivo, qui diventa interna. Le protagoniste si interrogano su cosa vogliono davvero e su come ottenerlo in un contesto molto meno lineare.

Emerge qui un tema molto contemporaneo: il superamento del senso di colpa. Quel senso di colpa silenzioso che spesso accompagna le donne nelle scelte professionali e personali, quando hanno ambizioni e scelgono se stesse, qui si affievolisce lasciando spazio a una dimensione più autentica. Il film non lo dichiara apertamente, ma lo suggerisce nei dettagli: nelle esitazioni, nei non detti, nei momenti in cui il successo non coincide più automaticamente con la realizzazione.
In questo contesto persino il lavoro cambia significato. Non è più solo performance o sacrificio, ma diventa un linguaggio identitario: un modo per raccontare chi sei e raccontare, anche, il costo delle proprie scelte. Il glamour resta, ma perde l’illusione di essere leggero: dietro c’è sempre un prezzo da pagare.
Glamour, mito e una narrazione che rallenta
Il diavolo veste Prada 2 resta consapevole di vivere all’ombra del proprio mito. Il mondo della moda è ancora lì, sfavillante, aspirazionale, bellissimo, ma ha una qualità quasi museale. Più che raccontare il presente, sembra evocare i fasti di un’epoca in cui quel sistema era davvero centrale. Come una collana vintage su un abito impeccabile: stupenda, ma datata.
Visivamente, c’è tutto ed è inutile negarlo: outfit impeccabili, scenografie patinate, momenti di puro piacere estetico. La struttura narrativa fatica, però, a sostenere completamente l’intera vicenda. Infatti nella parte centrale il film perde debolmente il mordente con molta meno tensione e meno evoluzione soprattutto con dialoghi che girano intorno ai conflitti senza mai farli esplodere davvero.
La trama resta, tuttavia, credibile, senza forzature o drammi eccessivi. Non che ci aspettassimo nulla di diverso da una storia di eredità e compromessi in un mondo che cambia troppo velocemente, però proprio questa credibilità, a tratti, scivola nella prevedibilità.

Com’è il film?
È un sequel che non cerca di superare l’originale, ma di parlarci da un altro momento della vita. Più malinconico che brillante, più riflessivo che incisivo. Il diavolo veste Prada 2 funziona quando smette di inseguire il mito e si concentra sulle crepe: nelle scelte difficili, nel senso di colpa che si impara a lasciare andare, nel coraggio di definirsi da sole.
Non è iconico come il primo, ma, in certi momenti, è più vero.