Metropolis. Il Martello di Boravia riduce Superman a pezzi. Salvato dal fido Krypto, Nembo Kid torna a difendere il pianeta dagli attacchi del miliardario Lex Luthor.

La storia di un alieno alienato in un mondo estraneo, un passato irrisolto che ritorna ciclicamente nel messaggio glitchato dei genitori kryptoniani, il dubbio costante nelle scelte, il dilemma morale sulle buone o cattive azioni: gli elementi ci sono tutti per ripresentare al cinema, con veste rinnovata ma nel rispetto dei canoni, quel Big Blue con la S sul petto creato da Jerry Siegel (testi) e Joe Shuster (disegni) nel 1933 per DC Comics.

L’Uomo d’Acciaio è assalito dall’incertezza: cosa è giusto e cosa sbagliato? Diventare il riflesso di ciò che vorrebbe la famiglia biologica scomparsa o seguire l’istinto, ponderando riflessione e ragione, per essere semplicemente sé stessi, ascoltando i consigli dei propri cari adottivi, fonte di crescita ed educazione?
Clark Kent (David Corenswet) pensa e si interroga, non prende scorciatoie ma percorre la via più tortuosa, e insieme dolorosa, quella dell’individuo che si sacrifica per la collettività, dell’eroe che protegge il prossimo, ripudia il conflitto e combatte la guerra, difende chi subisce crimini con grande senso civico e responsabilità. Contro burattinai e megalomani, come Lex Luthor (Nicholas Hoult), che cospirano senza sosta e bramano il potere, calpestando i diritti altrui e il mondo intero. Scenari talmente estremi da sembrare reali, con l’attualità e la cronaca contemporanea a insediarsi palesemente nel tessuto narrativo.

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Il riscatto dell’eroe

Divertente, fumettoso, psichedelico, umano: il Superman di James Gunn non è un film perfetto e non vuole nemmeno esserlo, ma sfodera personalità, cuore e muscoli, trasformando le imperfezioni in virtù.

Il regista di Saint Louis rilancia la figura di Superman riservando al personaggio lo stesso trattamento di Star-Lord in Guardiani della Galassia, architetta e costruisce la sua post-origin story, ribalta la prospettiva del supereroe cupo, vincente e inflessibile, preme il pedale dell’ironia e tratteggia la classica parabola dello sconfitto in odore di riscatto, facendo leva sul concetto di famiglia, i valori umani e “l’amor che move il sole e l’altre stelle” dantesco, senza rinunciare a una sana dose di retorica e irriverenza.

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Molto umano, molto super

Superman diventa Super Man, separato da uno spazio a definire due dimensioni diverse ma complementari, diviso dallo stesso squarcio temporale che annienta Metropolis, il superuomo di Nietzsche che spezza il suo nome, affronta il dualismo interiore e difende la sua duplice identità, accettando il cambiamento e l’incertezza come parte integrante dell’esistenza. Senza cercare verità metafisiche, ma sposando il contatto e la materialità, la sofferenza fisica e la vulnerabilità, i legami saldi con i genitori putativi a Smallville, con Lois Lane (Rachel Brosnahan), la gente comune, la Justice Gang, i Super-Robots e lo spericolato Krypto. E quindi l’idea che un alieno possa essere umano, come Clark con tutti i suoi limiti, e di conseguenza super, con costume e mantello a simboleggiare speranza e pace.

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I’m a punk rocker, yes, I am

Superman è un’esplosione di colori e tavole dei fumetti, un film caleidoscopico che batte nel petto del suo autore e mostra carattere e sentimento, portando avanti la sua visione fino in fondo.

Cadere per poi rialzarsi: è questa la mission di James Gunn, donare linfa al DC Universe e aprire la strada a nuovi orizzonti, guidando il cinecomic (in altre direzioni) nell’era del futuro. Con verticalità, esattamente come il suo Superman che, in un modo o nell’altro, tra ostacoli e difficoltà, alla fine si risolleva sempre. E torna in piedi, dopo aver incassato colpi, fratturato ossa, prendere fiato e recuperare le forze, per poi planare in cielo e salvaguardare la terra. La sua terra, il pianeta che lo ha accolto e che chiama casa.

L’ultima fatica di Gunn è un’opera onesta e sincera, un un giro di giostra meraviglioso, con uno stile riconoscibile, un ritmo coinvolgente, momenti toccanti, un’estetica affascinante e una colonna sonora che esalta al meglio l’intero worldbuilding. Clark è punk, Superman è rock e a sottolinearlo è il brano Punkrocker di Teddybears con Iggy Pop (Yes, I Am) che scandisce il finale e chiude il primo film del “Capitolo Uno: Dei e Mostri”.

Foto: trailer YouTube di Superman