L’uomo che uccise Don Chisciotte, la recensione del film di Terry Gilliam

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    The Man Who Killed Don Quixote
    The Man Who Killed Don Quixote (2018) di Terry Gilliam
    l'uomo che uccise Don Chisciotte recensione
    L’uomo che uccise Don Chisciotte di Terry Gilliam
    Sono passati 25 anni e finalmente la creatura di Terry Gilliam ha preso forma. L’uomo che uccise Don Chisciotte è nato dalle ceneri della forza di volontà del regista e dei suoi collaboratori che negli anni non si sono arresi di fronte a mille ostacoli. Perché hanno voluto credere in un sogno e in un’avventura degne del Cavaliere della Mancha.
    Nel corso del tempo ovviamente il progetto originale si è trasformato e quello che ne emerge è un racconto contemporaneo in cui il protagonista non finisce più nel racconto in senso letterale, ma in maniera metaforica. Adam Driver interpreta Toby, un talentuoso, ma al tempo stesso cinico, regista disilluso ormai dalla magia del cinema. Durante le riprese di un nuovo spot commerciale ispirato a Don Chisciotte, in Spagna, per una serie di circostanze legate all’incontro con un misterioso gitano (Óscar Jaenada), Toby si ritrova faccia a faccia, corpo a corpo, con un uomo anziano del posto che crede di essere il vero Don Chisciotte (Jonathan Pryce), e scambia il ragazzo per il proprio fedele scudiero Sancho Panza. L’uomo lavorava, infatti, come calzolaio nella location in cui Toby, 10 anni prima, aveva ambientato una pellicola – da lui girata – negli anni dell’Università. I due, volenti o nolenti, si ritrovano a ripercorrere le avventure del romanzo di Cervantes, incontrando i personaggi della storia e riscoprendo luoghi e persone che il ragazzo aveva conosciuto durante le riprese del suo film e a cui aveva cambiato la vita con terribili conseguenze. Ecco che allora fantasia e realtà iniziano a confondersi, portando a galla demoni interiori, fino ad arrivare a un finale sorprendente.
    L'uomo che uccise Don Chisciotte, la recensione
    Adam Driver nel ruolo del regista pubblicitario Toby in una delle scene sul set dello spot che sta girando
    L’uomo che uccise Don Chisciotte è un omaggio all’opera di Cervantes e al cinema, ai sogni che ci accompagnano, che mutano nel corso della nostra vita e che a volte ci abbandonano.
    Lo stesso Gilliam ha dichiarato infatti che: “[…] quando ti appassioni a questo personaggio e a quello che rappresenta, diventi tu stesso Don Chisciotte. Ti muovi nella follia, determinato a trasformare la realtà nel modo in cui la immagini. Ma che, ovviamente, si rivela molto diversa”.
    L’opera diventa quindi la concretizzazione di questa fantasia quasi parossistica, un metafilm, una fabula nella fabula, dove Toby e il pubblico vengono catapultati. Il regista protagonista non finisce più nel XVII secolo come nella prima versione, ma paradossalmente inizia a pensare di esserlo, rendendo la storia un misto tra contemporaneità e antichità. Poco per volta la realtà filmica inizia a tramutarsi nella realtà letteraria del romanzo, in un connubio di comicità, dramma e follia.
    Da un lato Gilliam presenta il narcisismo e la disillusione del mondo pubblicitario (la realtà), mentre dall’altro il romanticismo proprio dei racconti cavallerischi e del mondo in cui l’anziano fluttua (le nostre speranze). Al centro c’è Toby, che, con un piede in entrambe le ambientazioni, riscopre il piacere di sognare e immaginare al di fuori degli schemi che la società – materiale e razionale – impone. Questo tratto viene esaltato, e amplificato, dai magnifici paesaggi spagnoli e dalle musiche in sottofondo. Non a caso, in questo universo si muove e si agita come un’onda anche il misterioso gitano. Il tutto arriva a un exploit grottesco e caotico con la scena della festa al castello del magnate della vodka, che rappresenta il nemico: è li che emerge l’essenza di Terry Gilliam in maniera inconfondibile.
    L'uomo che uccise Don Chisciotte, la recensione
    Stellan Skarsgård, Adam Driver e Olga Kurylenko nella scena della festa al castello
    L’uomo che uccise Don Chisciotte è intriso di battute divertenti e irriverenti da parte di Jonathan Pryce, che si cala perfettamente nel ruolo del cavaliere al servizio di fanciulle in pericolo e giganti da combattere. Adam Driver non è da meno e risponde a tono, mostrando una verve comica innata, con tempi e ritmi perfetti. Entrambi donano ai personaggi lo spirito romantico, drammatico e dolce che li contraddistingue.
    L’uomo che uccise Don Chisciotte è una dichiarazione d’amore – in tutti i sensi – al cinema e all’arte: Terry Gilliam è il vero Don Chisciotte, il sognatore errante, l’uomo tenace che dimostra la sua perseveranza nel portare avanti un progetto tanto travagliato quanto sospirato. Il cineasta confeziona una storia che, nonostante qualche difetto, racchiude il suo spirito e quello del romanzo, rivelandosi allo spettatore per ciò che è.
    E come afferma la produttrice Amy Gilliam: “L’uomo che uccise Don Chisciotte è fedele alla visione di Terry. Racchiude tutta la sua passione per Don Chisciotte e la Spagna. […] È un film pieno di magia e di amore”.