THE WIFE – Vivere nell’ombra (2017), la recensione del film con Glenn Close

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Glenn Close e Jonathan Pryce in The Wife (2017)

In tutto il cinema che avremo visto in una vita, sarà certamente categoria numerosa quella che enumererà di quanti confessati segreti inconfessabili saremo venuti a conoscenza e con quante storie di sacrificio e diniego ci saremo trovati a condividere le nostre emozioni. The Wife, l’ultimo film di Björn Runge, potrà facilmente essere inscritto in un gruppo tale di storie, ma con almeno una doverosa prudenza: il fatto che il grande mistero che avvolge la narrazione e che condiziona tutti i rapporti – il vero grande coup de théâtre che viene a lungo suggerito e che esplode verso il finale – non è il vero perno del film, ma solo un punto d’arrivo.
Il vero fulcro è suggerito dal titolo – non occorre spirito di osservazione – e sorregge l’intera ossatura: è Joan Castleman (una straordinaria Glenn Close), moglie dello scrittore Joe Castleman (Jonathan Pryce), la cui fortunatissima carriera da romanziere e pensatore giunge all’apice del riconoscimento con l’assegnazione del Premio Nobel. Un grande uomo sostenuto da una donna tutta d’un pezzo, viene da pensare. Ma progressivamente, gli equilibri cambiano, si insinua un dubbio che acquista, nell’economia della narrazione, due voci: quella di un altro scrittore (Christian Slater), intenzionato quasi morbosamente alla vita della coppia, in vista del possibile incarico di una biografia; e inserti in flashback (talvolta un po’ deboli) che ricostruiscono la storia dei due coniugi, in cui si colgono le prime avvisaglie di una sotterranea ma non spontanea incompatibilità, intellettuale in modo particolare – perché sentimentalmente è impossibile non dire di un rapporto virtuoso sotto certi aspetti, benché non completamente sano sotto altri – in un gioco delle parti (professionali) dettato da necessità e imposte limitazioni.
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Glenn Close in The Wife (2017)

Il vero fulcro, ancora, è il ritratto di una personalità complessa (quella della moglie, chiaramente), e uno scontro di personalità che si gioca tutto, ad esclusione delle sequenze finali, sulle sfumature, sui silenzi, sulla necessità di non dire e insieme sul desiderio inconfessabile di una confidenza (e quanta tensione, in ciò!).
Non che The Wife sia un film poco parlato, al contrario, ma spesso ciò che è taciuto, o su cui si esercita una forma di reticenza, è più indicativo, e possibilmente più incisivo di tante parole. E giova incredibilmente nella delineazione su schermo di una psicologia che tanto rifugge da semplicismi di comodo: il singolare atteggiamento tenuto dal personaggio interpretato da Glenn Close è forse la miglior ragione che si potrebbe addurre se si volesse indicare una ragione per cui vedere il film. Il suo è un comportamento sofferto ma consapevole, se non pienamente “stoico” di certo fortemente determinato, e senza essere plateale e melodrammatico è lo specchio di preoccupazioni e realtà sempre fortemente contemporanee: esigenze familiari, egoismo, pregiudizio, sacrificio. Man mano che le verità sommergono, sempre più tremenda e progressiva è la scelta del modo in cui la coppia si parla, come si esprime, si atteggia vicendevolmente, come si confida continuando a dissimulare, mentre all’inverso sempre più nudo è lo stato di un matrimonio che è sul punto di cedere, e da sempre fondato sul compromesso, fino al punto di rottura. Il gioco al massacro procede così perlopiù strisciante da essere avvertito in sordina, ben condotto da una sceneggiatura che sa valorizzare, pur coi dovuti cambiamenti, il romanzo di Meg Wolitzer.
Ciò che rimane è prima il dolore, e poi una sorta di respiro profondo, una convinzione consolatoria, il ritorno a una vita alleggerita da un peso. E qui si rinnova ancora un atteggiamento che poco ha di plurale, di cliché. Compreso e decaduto il falso mito della narrazione, acquisisce ancora più forza il personaggio della signora Castleman, le sue ultime decisioni nelle battute finali, il suo pensiero lucido ed enigmatico. Fin nell’ultima sua inquadratura, Glenn Close vivifica il carisma di un personaggio su cui vale sinceramente la pena di soffermarsi, capace come è di spingere a riflettere.

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