Un piano sequenza iniziale e un epilogo racchiuso in uno sguardo. La mano e il cuore di Damien Chazelle si sentono, si percepiscono in ogni dettaglio infinitesimale di The Eddy. Anche quando il regista di La La Land lascia la propria cinepresa in eredità ad altri ottimi registi, il suo spirito continua ad aleggiare, muovendosi a passo di danza in ogni sequenza che vibra, smuove anima e corpo dei protagonisti sulla scena. È un brano jazz che ha bisogno di ingranare, The Eddy. Parte lento, dilatato, e con pazienza attende il momento più propizio per esplodere. È da gustare con calma, e a piccole dosi, The Eddy. Una pillola in formato musicale che racchiude in sé tutta quella imperfetta umanità che ha caratterizzato – e caratterizza – la produzione registica di Chazelle.

Al centro della mini-serie ideata da Jack Thorne e disponibile su Netflix è la vita di Elliot Udo, noto pianista che negli anni ha costruito la sua fama a New York, per poi abbandonare la propria carriera e aprire, insieme al socio Farid (Tahar Rahim), un jazz club a Parigi battezzato “The Eddy”. Ad animare le serate al locale ci pensa un quintetto di musicisti per il quale Elliott scrive come autore e del quale fanno parte gli attori e musicisti Randy Kerber (autore, insieme a Glen Ballard, della colonna sonora della serie), Ludovic Louis, Lada Obradovic (Katarina), Jowee Omicil e Damian Nueva Cortes (Jude). A tradurre in parole la melodia composta da Elliot ci pensa la voce di Maja (Joanna Kulig), mentre l’arrivo della figlia Julie (Amandla Stenberg) e qualche riciclaggio di denaro sporco, sconvolgeranno la vita di Elliot, e con lui, dell’intero locale.

The Eddy

The Eddy, dunque, non è La La Land, e non ha la presunzione di esserlo. I colori sgargianti della città dei sogni, lasciano spazio a quelli più grigi della metropoli parigina. La stessa musica, affiancandosi a quella di Whiplash, irrompe sulla scena in tutta la sua foga, come un urlo di liberazione. Prigionieri delle proprie conseguenze, i personaggi di The Eddy non sono santi, né tantomeno esseri umani perfetti. Figli di un grembo creativo in cui l’ambizione è una corrente che li spinge al largo, tra le onde di un oceano in cui è facile perdersi e naufragare sotto il peso delle proprie aspirazioni, ognuno di questi personaggi vede crollare il proprio castello di carta relazionale a discapito di un sacrificio umano e professionale più grande di loro. Più che una serie TV, The Eddy è un film suddiviso in otto episodi; una melodia unica e armoniosa, in cui ogni componente musicale sopraggiunge con i propri assoli senza mai sovrastare gli altri. Già, perché sebbene ogni episodio sia dedicato a un singolo personaggio, ogni sub-plot non intende mai alzare la voce, ma integrarsi nella cornice generale dell’intreccio, seguendo con cura le fila di una narrazione bi-lingue (francese e inglese) e in parte musica, thriller, commedia e dramma familiare. È uno spartito eseguito con attenzione e professionalità, in cui dettagli di vita vanno a incastonarsi perfettamente tra gli interstizi lasciati scoperti da quelle di amici, famigliari, colleghi. Elliot (un intenso André Holland) è l’ultimo di una galleria di Icaro contemporanei disposti a bruciare le proprie ali pur di volare vicino al sole del successo.

Elliot non tiene tra le mani insanguinate le bacchette di una batteria (Whiplash), e non viaggia all’interno di un’astronave (First Man). Guida per le strade di Parigi su uno scooter, mentre tra le mani stringe un cellulare, strumento ipertrofico della sua (in)comunicabilità interpersonale, celando tra i suoi tasti verità ed emozioni represse. Analogamente all’interpretazione di André Holland (odioso e quindi da lodare perché capace di restituire il proprio personaggio in tutta la sua interezza, fisica e morale) tutto il mondo di The Eddy gioca in sottrazione. Svela pian piano le proprie carte, raggiungendo con calma e senza mai urlare un climax silenzioso, lasciandosi cullare tra le note di una musica jazz. La stessa regia rifugge da virtuosismi e complicati giochi di riprese. Adattandosi allo scorrere delle esistenze da immortalare, fatte di continui alti e bassi, i quattro registi (oltre a Chazelle, i bravi Houda Benyamina, Laïla Marrakchi e Alan Poul) si passano la macchina da presa come un testimone in una gara a ostacoli chiamata “vita”, propendendo per l’impiego di una camera a mano. Così facendo, ognuno di loro sostituisce al proprio occhio artificiale il senso di colpa e timore che insegue ogni personaggio sulla scena. È uno spettro che li assale, li spinge a rinchiudersi in se stessi, ricercando in un oggetto (uno strumento musicale, un microfono), o una sostanza stupefacente (le droghe per Julie), o un abbraccio, un salvagente a cui aggrapparsi per risalire a galla e ricominciare da capo. Elliott, Julie, Sim, Jude, Maja, Katarina, scendono a patti con le loro mancanze, uscendone sconfitti. Reduplicando quanto compiuto in precedenza da Seb in La La Land, in Andrew in Whiplash e Neil in First Man, ognuno di loro baratta  la propria felicità per uno sprazzo di soddisfazione professionale e personale.

Può risultare lento, a tratti piatto, The Eddy, ma si tratta solo di un timido abbaglio. È una salita pronta a discendere nel freddo di un inferno personale la serie Netflix. Una palingenesi che nelle battute finali si eleva a un abbraccio collettivo di vita e rinascita. Come il girotondo di 8 e ½ così l’epilogo sulle note del brano “The Eddy” recupera un’umanità e una solidarietà perduta e sfilacciatasi nel corso dei precedenti episodi, sporgendosi in potenza verso una probabile seconda stagione. Dategli tempo a The Eddy, non vi deluderà, soprattutto dal punto di vista musicale e (imperfettamente) umano.