SERENITY, la recensione del thriller di Steven Knight

Serenity

Anne Hathaway e Matthew McConaughey in Serenity

Plymouth Island. La serenità del misterioso Baker Dill (Matthew McConaughey) ritiratosi a vivere su una piccola isola dei Caraibi, dove vive tranquillo facendo il capitano di una barca che porta i turisti a pesca, viene turbata dal ritorno improvviso ed inaspettato dell’ex moglie Karen (Anne Hathaway) che, maltrattata dall’attuale marito (Jason Clarke), chiede a Baker di salvarla aiutandola ad uccidere l’uomo violento.
Serenity fatica a incasellarsi in un genere definito spaziando dal thriller psicologico al dramma passando per il mistery fino a toccare il giallo investigativo classico e il risultato è una cozzaglia confusa e stereotipata.
Se infatti l’idea iniziale poteva essere interessante la realizzazione è claudicante e improbabile. L’ambientazione scelta, così come l’intreccio narrativo non brillano per la loro originalitaà , questo bisogna ammetterlo, ma è la costruzione vera e propria del crescendo della vicenda che fa storcere il naso.
serenity

Serenity (2018)

L’incontro tra reale e fantasia, o meglio tra quello che sembra reale e quello che invece è puramente inganno, si perde nella costruzione della suspense, scontrandosi contro un muro di azioni improbabili, inverosimili e affrettate. Per quanto la confezione sia appetibile ed esotica il colpo di scena che dovrebbe rimettere in discussione le sorti del finale è smorzata nei toni e nella sua efficacia.
Non aiutano nemmeno gli attori principali chiamati a interpretare personaggi svuotati di senso e stereotipati: se McConaughey riesce, in qualche modo, a dare credibilità al personaggio e alla sua evoluzione, la Hathaway si riduce a una macchietta di femme fatale maltrattata dal marito.
Deludente quindi, il risultato di quest’opera di Steven Knight che lascia insoddisfatti soprattutto sul finale dove si abbandona a una didascalica spiegazione degli eventi rivelando così, tutta la debolezza del racconto.

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