Scarface, di Brian De Palma e Oliver Stone, rilettura dell’omonimo capolavoro del 1932 di Howard Hawks con Al Pacino, Michelle Pfeiffer e Steven Bauer

Collocatosi in posizione centrale nell’opus depalmiano degli anni ottanta, Scarface (1983) è tra le massime espressioni del genio artistico del suo autore. Quel Brian De Palma dall’intrinseco talento citazionista che se con Vestito per uccidere (1980) e Omicidio a luci rosse (1984) rilesse l’inerzia di racconto, rispettivamente, degli hitchcockiani Psycho (1960) e La finestra sul cortile (1954) trapiantandola in un nuovo connettivo narrativo, con Scarface si va ben oltre; agendo secondo propositi citazionisti non più fra le righe, bensì dichiarati.

Qualcosa di cui De Palma sembra anticiparne timidamente gli intenti nel lavoro precedente. Quel Blow Out (1981) dal titolo gemellare a Blow-Up (1966) che vive di un’inerzia a specchio con l’opera di Antonioni. Traslando così l’interpretazione della realtà per mezzo dell’immagine – e nella fattispecie dell’occhio della macchina fotografica – attraverso invece il suono; nello specifico il campionamento di effetti sonori per un horror a bassissimo budget. Nel caso di Scarface invece gli intenti citazionisti depalmiani sono evidenti e dichiarati. Ci ritroviamo infatti nel sentiero narrativo del remake, o per meglio dire, della rilettura adattata.

Brian De Palma e Al Pacino sul set di Scarface

Nonostante infatti sia inteso unitariamente come il dichiarato remake di Scarface – Lo sfregiato (1932) di Howard Hawks – e non si sbaglia nel definirlo tale – l’opera di De Palma si muove in realtà più nel terreno narrativo della ricodifica piuttosto che del remake conclamato. Ratio filmica, per intenderci, non dissimile dalle intenzioni autoriali di opere come Terrore dallo spazio profondo (1978) – l’apripista delle riletture eccellenti; ma anche di La cosa (1982) e La mosca (1986).

Nel cast figurano Al Pacino, Steven Bauer, Michelle Pfeiffer, Mary Elizabeth Mastrantonio, Robert Loggia; F.Murray Abraham, Gregg Henry, Miriam Colon, Paul Shenar, Harris Yulin, Mark Margolis e Tammy Lynn Tappert.

Scarface: la sinossi del film di Brian De Palma

Nel 1980 due profughi cubani, Tony Montana (Al Pacino) e Manny Ribera (Steven Bauer), sbarcano in America. Deportati a Freedom Town, un ghetto di popolazione cubana a Miami, i due riescono facilmente ad andarsene. Finiscono infatti sotto la protezione di Frank Lopez (Robert Loggia) per intercessione di Omar Suarez (F. Murray Abraham); suo sgherro e fidato braccio destro.

Compiuti i primi lavoretti, Tony e Manny diventano gangster ed entrano nel giro che conta, guadagnatisi la loro fiducia. Solo che, se Tony – dal carattere deciso, perfino violento – ha ambizioni altissime, perfino spropositate, Manny si gode le cose semplici: donne, guadagni e tener cara la pelle. Una sera da Frank, Tony incontra la moglie del capo, Elvira (Michelle Pfeiffer): decide che deve essere sua a tutti i costi, sfidando la sorte.

Al Pacino

Al contempo, Tony ricuce i rapporti con la famiglia trapiantata in America e “lontana” dal suo stile di vita: la madre Georgina (Miriam Colòn) e la sorella Gina (Mary Elizabeth Mastrantonio). Se la prima, tuttavia, riconosce nel figlio il gene demonico, la seconda prova un amore puro e sincero che Tony ricambia con un attaccamento malato e protettivo in forma ossessiva.

Di ritorno dalla Bolivia per un incarico affidatogli da Frank, dove farà conoscenza del potentissimo trafficante Alejandro Sosa (Paul Shenar), Tony capisce che se vuole emergere in questo campo deve mettersi in proprio. Sarà l’inizio della fine di un’ascesa straordinaria degna di Icaro per poi veder le proprie ali sciogliersi come neve al sole.

Il primo draft di David Rabe, lo scontro tra Oliver Stone e Sidney Lumet

In linea di principio Scarface sarebbe dovuto essere un remake molto più organico. Ancor prima del coinvolgimento di Oliver Stone, David Rabe scrisse un draft molto vicino nello spirito e nelle atmosfere a Scarface – Lo sfregiato: ambientato nella Chicago degli anni trenta e dalla ricostruzione storica accuratissima. Progetto tuttavia cestinato perché oltre ad aver necessitato di un budget oltremodo proibitivo, lo script stesso si risolse in un nulla di fatto. In realtà Oliver Stone avrebbe dovuto anche dirigerlo oltre che scriverlo. Dopo l’insuccesso de La mano (1981) però, era ben poco propenso a dar forma a un soggetto filmico simile; e in ogni caso, come dichiarò a Creative Screenwriting:

Non ho mai amato il film originale così tanto. Non mi ha mai colpito e non avevo alcuna voglia di fare un altro film su di un gangster italiano. Ne sono stati fatti così tanti che non avrebbe avuto senso.

Di parere contrario era invece Al Pacino, da sempre fan dell’opera di Hawks, che propose al produttore Martin Bregman il suo regista-mentore: Sidney Lumet. Pur non firmando la regia, il ruolo del regista de Quel pomeriggio di un giorno da cani (1975) fu essenziale. Sua infatti l’idea di switchare il protagonista da italiano a cubano; incrociando la narrazione con la contemporaneità degli eventi negli anni ottanta americani e l’esodo di Mariel. A detta sempre di Stone, l’idea era notevole:

Sidney ha avuto la grande idea di prendere i gangster movie sul Proibizionismo americano per trasformarli in chiave moderna sull’immigrazione; che tratta gli stessi problemi che avevano allora: proibiamo le droghe anziché l’alcol.

Al Pacino

Nonostante la sincera ammirazione di Stone per l’idea di Lumet però, il rapporto fra i due fu tutt’altro che idilliaco. In piena pre-produzione, Stone iniziò un lungo viaggio per dare solidità e compostezza al racconto. A cavallo tra Miami, Ecuador e Bolivia, Stone incontrò agenti della DEA, ex-criminali e pericolosi narcotrafficanti; non l’ideale per un uomo che in quel periodo combatteva un’ancora più pericolosa dipendenza da cocaina. Per mettere insieme tutto il materiale, Stone si trasferì a Parigi dove lavorò in totale sobrietà.

A sceneggiatura ultimata, nonostante l’ottimismo che trapelava da tutte le parti in causa, Lumet sorprese Bregman e Stone dissociandosi dal progetto. Secondo lui mancava una direzione politica. Un qualche sottotesto rilevante che facesse da trait d’union agli eventi narrati, accusandola soprattutto d’essere troppo violenta. Il regista di Platoon (1986) commentò così, poco tempo dopo, le dinamiche tra lui e Lumet:

Odiava la mia sceneggiatura. Non so se l’avrebbe detto in pubblico lui stesso. Sembro uno sceneggiatore petulante; preferirei non dire quella parola. Sidney non ha mai capito il mio copione nonostante lavorassimo in quella direzione con Bregman e Al. 

Il ritorno di Brian De Palma, il ruolo di Steven Spielberg, il caso Tammy Lynn Leppert

Entrò qui in scena Brian De Palma, o per meglio dire “ritornò”. Il regista de Gli intoccabili (1987) era infatti già salito a bordo del progetto-Scarface, ancor prima di Sidney Lumet. Vi rinunciò dopo che il lavoro con Rabe si concluse in un nulla di fatto; in ogni caso molto prima dello switch narrativo suggerito da Lumet. Con lo script di Stone in mano, De Palma era convinto di poter realizzare un grandissimo film. Scelse così di mollare la lavorazione di Flashdance (1983) – che a quel tempo stava compiendo i primi passi pre-produttivi – per riunirsi al progetto: la storia gli diede ragione.

De Palma, figlio della carica propulsiva new-hollywoodiani, tra i più sperimentali e giocosi dei giovani narratori di quell’epoca, seppe unire tradizione ed innovazione lavorando sulla scia dell’opera di Hawks ma dandogli una forte impronta interpretativo-autoriale. Il suo ingresso permise anche la collaborazione tacita di altri “figli della New Hollywood”, tra cui Steven Spielberg. I due, uniti da un’amicizia solida, sognavano di una vita di poter collaborare in un progetto importante.

The World is Yours

Il tutto si concretizzò nella sequenza della climax di Scarface. Orgia di violenza e sangue con cui De Palma chiude i conti dello spregiudicato Montana facendogli pagare le conseguenze delle sue folli azioni paranoiche e malsane. In quella sequenza si percepisce un po’ un sapore spielberghiano, vuoi nel montaggio netto, nel dinamismo registico, nella costruzione d’immagine rigorosa e solida; elemento quest’ultimo che accompagna l’inerzia registica di tutto il racconto. Ebbene, Spielberg diresse alcuni momenti salienti tra cui l’ingresso dei colombiani nella Villa di Montana ad armi spianate. Scelse comunque di non comparire nei credits, nemmeno sotto pseudonimo, così da non attirare l’attenzione e non inficiare, in alcun modo, la paternità depalmiana dell’opera.

Non tutte rose e fiori (e amicizia) sul set di Scarface. Una delle comparse infatti, Tammy Lynn Leppert, che nel film vediamo approcciata da Manny nella famosa scena “della sega elettrica” (la ragazza in bikini azzurro), sparì il 6 luglio 1983 in circostanze misteriose. I vicini alla Leppert raccontarono come, durante la visione di una scena parecchio violenta del film, ebbe un crollo emotivo e nervoso. Portata nella sua roulotte, raccontò a un amico di famiglia di minacce e intimazione da parte di alcuni uomini. Del caso se ne occupò anche la trasmissione Unsolved Mysteries nei primi anni novanta. Ancora oggi non si hanno notizie della Leppert.

Scarface prima: Lo sfregiato, il contro-sogno americano di Howard Hawks

Per comprendere la ratio filmica dell’opera di De Palma bisogna andare indietro di cinquantuno anni, precisamente nel 1932: anno del rilascio in sala de Scarface – Lo sfregiato. Caposaldo del gangster movie dell’epoca che annoverava classici senza tempo come Piccolo Cesare (1929) e Nemico Pubblico (1931), Scarface – Lo sfregiato nacque su iniziativa del visionario Howard Hughes. Il vulcanico produttore era infatti in cerca di un successo da box office con cui lasciare la sua firma nel cinema gangster. Acquistati i diritti dell’omonimo racconto di Armitage Trail del 1929, Hughes assunse Ben Hecht come sceneggiature e propose Hawks per la regia. Evento in sé che sorprese e non poco il regista de La cosa da un altro mondo (1951).

I due erano infatti nel bel mezzo di una causa legale dove Hughes accusava il quasi omonimo Hawks di aver plagiato Gli angeli dell’inferno con il suo La squadriglia dell’aurora (1930). Durante una partita a golf, a dimostrazione della sua lungimiranza produttiva, Hughes propose a Hawks la regia di Scarface – Lo sfregiato; in cambio avrebbe ritirato la denuncia: alla diciannovesima buca discutevano già della ratio filmica.

I titoli di testa di Scarface

L’idea alla base era quella di rileggere in chiave cinematografica il mito di Al Capone e la sua inerzia da contro-sogno (italo) americano eccessivo e violento, avvolgendolo di una carica valoriale sulla scia della Famiglia Borgia. C’era tutto del famigerato gangster di Chicago nella narrazione di Hecht. Dal titolo, Scarface, riecheggiante al suo soprannome, al nome stesso del protagonista – Tony Camonte – e le sue fattezze etniche italo-americane; perfino la cicatrice sul volto similare a quella del famigerato criminale. Elementi molteplici che sembrerebbe piacquero a Capone, tanto che, si dice, avesse comprato una copia del film.

Fu un successo planetario Scarface – Lo sfregiato. Per l’interpretazione di Paul Muni; il sottile valore simbolico della X come fosse un’ante-litteram arancia de Il padrino (1972); non ultimo la disillusione dell’individuo nel Dopoguerra, l’incapacità di progredire ed accettare l’evoluzione tecnologica e l’annessa modernità sociale. Un’opera dal peso specifico immenso per le generazioni future. Ulteriore conferma dell’intrinseca importanza della rilettura di De Palma in cui, quella di Hawks, rivive e prospera nelle suggestioni scaturite dalle immagini filmiche.

Scarface dopo: The World is Yours, il sequel non-ufficiale in forma videoludica

Ventitré anni dopo il rilascio in sala di Scarface, la Vivendi Games realizzò un’opera videoludica d’inestimabile valore: Scarface: The World is Yours (2006). Arricchito dalla partecipazione “vocale” di Steven Bauer, Robert Loggia e di attori “extra-narrativi” del calibro di James Woods, Cheech Marin, Robert Davì e Michael Rapaport; oltre che della collaborazione di Al Pacino che non prese parte al doppiaggio ma aiutò nella scelta del suo sostituto; Scarface: The World is Yours partì da un assunto quasi sacrilego: far sopravvivere Tony Montana.

Di fatto una scelta sovversiva, snaturante della narrazione stessa di Scarface. Tanto che, chiamato in causa, Oliver Stone scelse di non prendervi parte in alcun modo. Al suo posto fu assunto David McKenna (American History X, Blow) che a seguito delle polemiche sulla scelta narrativa alla base del concept videoludico rispose così:

Ci siamo divertiti prendendo un grande personaggio, facendolo sopravvivere per rivendicare il suo impero. Pensavo che fosse un buon modo per far continuare la storia. […] Volevo dare il via a Scarface: The World is Yours con Tony immerso nella vasca, parlando a un gruppo di dirigenti cinematografici per poi chiedersi: “Perché il cattivo deve sempre morire alla fine?”[…] Ma l’intera cosa è un gioco; uno scherzo. La gente capisce che non sto cercando di reiventare la ruota con Scarface o di distruggere il film; è uno dei miei preferiti.

Al Pacino in una scena di Scarface

Il gioco riparte infatti poco prima della fine dell’opera di De Palma. Tony assediato dai sicari di Sosa che si appresta a difendere la villa armato di M16. Anziché perire nel suo delirio d’onnipotenza riesce a sgominare gli uomini di Sosa; incluso The Skull. Giunto così in una casetta fuori città, Tony riflette sul senso delle sue azioni, sulla perdita dei legami delle persone vicine a lui; infine giurando di non assumere più cocaina e vendicarsi di Sosa.

L’innovazione narrativa della visione di David McKenna

Non soltanto il dichiarato “divertimento” nelle intenzioni autoriali di McKenna. Di riflesso, una redenzione di spiccata umanità. Un’evoluzione caratteriale dell’arco di trasformazione di cui Stone ci aveva dato un preciso rimando – nella coltre di nebbia violenta e paranoica – nella scelta precisa di non uccidere bambini o in forma gratuita, ma soltanto chi gli pestava i piedi o si metteva contro di lui (o toccava Gina). Celebrare il mito di Scarface quindi, attraverso un’opera originale che andasse a far rivivere lo spirito dell’impareggiabile gioiello filmico firmato Stone e De Palma.

Al Pacino in una scena di Scarface

Per il resto, come si potrà facilmente immaginare, Tony ripartirà da zero perdendo i suoi averi. Potenziando così la prosecuzione del viaggio dell’eroe con cui far rivivere il sogno cubano-americano macchiato di sangue di Scarface nell’accezione di vendetta pura e cruda verso Sosa. C’è una particolarità però. Nella sequenza iniziale, la cosiddetta Fortuna di Tony ammonta a poco meno di 66 milioni di dollari (nello specifico 65.884.703 $); la cifra che incassò Scarface al box office globale.

Scarface: il coraggio della visione di Brian De Palma e Oliver Stone

Come dicevamo in apertura, Scarface di De Palma e Stone è ben lungi dall’essere un semplice remake, piuttosto una rilettura autoriale della ratio filmica dell’opera originaria. Così, se l’opera di Hawks si muoveva verso la rilettura dell’inerzia del più tipico sogno americano, incanalandola nel sentiero dell’anti-agiografia di un Capone/Camonte diabolico, corrotto e incestuoso con cui vestire la narrazione di un’arguta lettura storico-sociale, l’opera di De Palma e Stone si muove verso tutt’altra direzione.

D’altronde, l’aveva detto chiaramente Lumet: Scarface trasuda violenza ed è privo di un quantunque sottotesto sociale; e va bene così. In fondo sarebbe potuto essere molto più semplice perseguire la strada narrativa di Rabe o Lumet, ricostruendo lo Scarface di Hawks riadattandolo secondo le estetiche del cinema degli anni ottanta.

Al Pacino

Quello di De Palma e Stone è un salto nel vuoto creativo. Un riscrivere un caposaldo del cinema americano secondo una nuova impronta autoriale: aggressiva, acuta, brillantemente violenta. Figlia di una sperimentazione narrativa da rediviva New Hollywood ricalibrata però secondo un nuovo paradigma industriale-produttivo. Ciò che per il regista de La parola ai giurati (1957) ha rappresentato però il punto debole dello script di Stone, è in realtà la sua carta vincente; o perlomeno, lo è in parte.

Non è vero infatti che Scarface asciuga la componente socio-politica del racconto originario privandosene del tutto. Proprio nella sequenza d’apertura, in cui l’espediente di Lumet dà solidità e attualizzazione al racconto, Scarface disegna con un’unica linea dialogica un’acuta visione del capitalismo. Elemento funzionale al racconto con cui De Palma e Stone potenziano oltre ogni immaginazione il viaggio dell’eroe prossimo al dispiegamento. Un sogno cubano-americano avvolto attorno all’irriducibile Tony Montana di Pacino che a furia di mangiare polpi e indossare scarpe russe sfilacciate e bucate vuole di più dalla vita; vuole tutto.

Il mondo è tuo, Tony!

Prende così forma la contro-epica di Tony Montana. Un sogno (italo) americano che fa il giro, diventa cubano e ritorna per le strade di Miami perdendo in parte – e qui si che bisogna dar ragione a Lumet – quel sapore di lettura sociale. Da Camonte a Montana, Scarface glorifica ancora una volta il suo gangster. Ma se Hawks caricava di senso la caratterizzazione del suo (anti)eroe – e le fattezze – giocando di quei nemmeno troppo velati rimandi a Capone, in De Palma e Stone non c’è niente di tutto ciò: Montana è marcio fino all’osso e lo è in via ontologica.

Non c’è nessuna giustificazione storico-sociale con cui condannare l’anti-eroe a un destino segnato dai suoi vizi e dagli orrori scaturiti dalla sue scelte. Narrazioni, quelle degli Scarface, figlie di tempi diversi. Dove la retorica dogmatica degli anni trenta ha lasciato il posto al puro spettacolo negli anni ottanta. Svestito così della carica socio-politica hawksiana, Camonte diventa Montana, passa da italiano a cubano e continua a fare la storia del cinema tra paranoia, ossessioni e desideri incestuosi morbosi.

The World is Yours

A non variare è il suo modus. È eccessivo e avido Tony. Carburato da odio, competitività oltre l’inverosimile e possessione snaturante e malata, l’agente scenico di Pacino vuole mettere le mani su tutta la ricchezza, la fama, un impero. Vuole riavere la sua famiglia e prendere il posto del suo capo, perfino mettere le mani sulla sua donna; la Elvira di un’impareggiabile Pfeiffer “vittima” di un corteggiamento asettico e romanticamente anti-hollywoodiano. Per riuscirci sgomina chiunque gli si pari contro, perfino e alleati e vicini se necessario.

Nel dinamismo registico da manuale fatto di zoomate con cui amplificare la tensione drammaturgica e una profondità di campo perfino hitchcockiana nella ricchezza di particolari De Palma dà forma a una scalata al potere annegata nel sangue; piena espressione del self-made-man fatto e finito seppur dall’inerzia folle e autodistruttiva. Al centro c’è ancora una volta il momento filmico del The World Is Yours/Il mondo è tuo; citato poi dall’inerzia non dissimile in L’odio (1995) di Mathieu Kassovitz. Immagine filmica che se nel 1932 di Hawks gettava una coltre d’ottimismo verso la modernità e il nuovo mondo, nel 1983 di De Palma e Stone è l’apice criminale e al contempo l’inizio della discesa nel baratro paranoico di Montana.

Il naso di Al Pacino, Saddam Hussein e Luca Guadagnino: Scarface, un cult senza tempo

Per anni circolò la diceria che Pacino avesse davvero tirato cocaina nella climax del racconto. In realtà non era altro che latte in polvere ma leggenda narra che sul set ne circolasse, e anche parecchia. Qualunque cosa fosse, il naso del povero Pacino ne rimase compromesso tanto che nel 2015 dichiarò:

Per anni dopo ho avuto come delle cose lì dentro. Non o cosa sia successo al mio naso, ma è cambiato.

Al Pacino in una scena di Scarface

Fu un successo strepitoso Scarface. Vuoi per la folle unione filmica di due autori eccezionali come Brian De Palma e Oliver Stone; la quasi interminabile sequela di fu*k detti (196); la colonna sonora leggendaria di Giorgio Moroder contente successi come Push it to the limit o She’s on fire. Per i quasi 66 milioni di dollari al box office globale; per Saddam Hussein che ne rimase così folgorato da intitolare un fondo fiduciario Montana Management; ispirazione massima per GTA: Vice City (2002); o anche solo per l’idea stessa di rileggere in forma inedita, efficace e spettacolarmente violenta una delle opere più rilevanti della Golden Age Hollywoodiana, quello Scarface – Lo sfregiato che era al contempo atto di denuncia e demolizione del mito mediatico di Al Capone.

Abbastanza da spingere la Universal a volergli dare una nuova vita filmica. Per il 2023 è previsto infatti un nuovo Scarface. Un secondo remake a distanza di quarant’anni dal rilascio in sala del primo di De Palma e Stone che si renderà protagonista anch’esso di una collaborazione autoriale eccellente: sceneggiatura dei Fratelli Coen e Luca Guadagnino alla regia dopo le rinunce di Antoine Fuqua e David Ayer. Uno script per tutte le stagioni, per tutte le generazioni; uno Scarface per ogni era Hollywoodiana.