Rampage, la recensione del film con The Rock

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Dwayne Johnson e Naomi Harris in un’immagine di Rampage

Mostri giganti, palazzi che crollano e The Rock. È probabile che sia stato di questo tenore il pitch (la presentazione del regista al produttore per convincerlo a finanziare il film) fatto per Rampage. E questo, in fondo, è anche l’unico motivo di attrazione verso questo concept. Se sviluppato bene, con una personalità forte, anche senza una realizzazione eccellente ma con un tono preciso, questa trasposizione dell’omonimo videogioco degli anni ’80 avrebbe potuto trionfare. Il film invece, privato di ogni componente videoludica di immersione o anche solo di esplorazione, fallisce nel trovare una propria identità. 
Il colpevole? Dwayne Johnson. The Rock è uno di quei rari attori più grandi del cinema stesso, che riescono a sovrastare la pellicola con il solo carisma (in questo caso fisicità). L’esito di una presenza scenica così stereotipica, è però un crescente uniformarsi dei blockbuster a cui Dwayne Johnson prende parte. Un machismo diffuso e infuso alle immagini, che sembra portare con sé sempre gli stessi stilemi e gli stessi valori. Un uomo solo, marginale rispetto alla società, che salva il mondo (che disprezza) dai cattivi, mossi dal desiderio di fare affari loschi.
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Dwayne Johnson e Naomi Harris in un’immagine di Rampage

Grattacieli che si gretolano. Effetti sonori a mille. E Dwayne Johnson. Fine. Come se la sua presenza nel film giustificasse questa struttura narrativa pigra e scialba. Come se questo fosse “un film con The Rock”, destinato ad assomigliare ai “film con The Rock”, e non una storia con una propria identità. 
Certo, il progetto nasce con il proposito di regalare qualche ora di intrattenimento spensierato e spettacolare, nulla di più. E non ci sarebbe nulla di male se così fosse. Ma è il forte contrasto tra le intenzioni del regista Brad Peyton (all’ennesima collaborazione con l’attore, dopo Viaggio nell’isola misteriosa e San Andreas), che cerca di veicolare le emozioni con pathos e dilemmi morali, e il suo protagonista, ad annullare ogni fluidità nella visione. Non c’è concordanza tra i comparti artistici sulla direzione da prendere. La pasta delle immagini stona con il racconto, e i dialoghi non si uniformano a ciò che viene comunicato sullo schermo.
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Rampage – Furia Animale (2018) di Brad Peyton

Rampage è un caso clamoroso in cui i primi minuti, se confrontati con gli ultimi, sembrano appartenere ad un film completamente diverso. Anche dal punto di vista visivo la computer grafica lascia molto a desiderare, salvo riprendersi nella parte finale, quella che doveva essere pronta per il trailer, che risulta di gran lunga la più riuscita. C’è un’altro film che scorre nelle sue vene, uno in cui i personaggi hanno una psicologia complessa, in cui l’azione viene intesa come serio atto di realizzazione delle possibilità cinematografiche. La confezione che è però quella di un gommoso divertimento infantile. Manca la scelta di una direzione precisa, l’affermazione di una di queste due componenti.
Non può esserci divertimento così, quando manca alla produzione la consapevolezza di quello che vuole essere. Le briglie sciolte, che l’opera prometteva di avere, sono in realtà ben tese tra le esigenze corporate e le ambizioni registiche. Per questo motivo Rampage riesce ad alzare la testa solo nel terzo atto, e lo fa regalando un impossibile tripudio di vetri, esplosioni, colori e creature giganti, più nelle sue corde rispetto a tutto quello che l’ha preceduto. Forse è troppo poco, ma può essere sufficiente per trovare una ragione all’acquisto del biglietto, per qualcuno. Per molti, invece, il film sarà purtroppo destinato a venire ricordato, con il passare degli anni, solamente come: “quel film con The Rock”.

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