PINOCCHIO, la recensione del nuovo film di Matteo Garrone

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Pinocchio
Pinocchio
Federico Ielapi è Pinocchio nel nuovo film di Matteo Garrone
C’era una volta un regista, che con abile maestria intagliava le proprie creature – richiami mnemonici di un’immaginazione fanciullesca solo momentaneamente assopita dal passare degli anni – e infondere così vita a un pezzo di legno dal cui ceppo nascerà ancora una volta, e in nuove vesti, Pinocchio.
Gioca con la propria immaginazione Garrone, fa suo il racconto di Collodi recuperandone quella commistione di umanità e poesia, per infonderlo del proprio stile autoriale. I colori sono sfumature di una fiaba senza tempo, dove tutto è il contrario di tutto. Eppure in questo paese dei balocchi in cui i grandi tornano bambini, e i bambini si tramutano in asinelli, qualcosa va storto. Inciampa il Pinocchio di Garrone; come il suo burattino tenta di correre libero, scappando dai dettami del genere e diventare un bambino vero, fiero della propria unicità che lo distingue dai suoi gemelli cinematografici. Il film è una macchina dalle componenti ben congegnate, ma che una volta avviata, si ritrova a viaggiare sulla strada della fantasia con il freno a mano tirato. Vuole osare senza riuscirci; cerca di unire con rispettoso omaggio un mondo a cui lui stesso è affettivamente legato, alla propria visione autoriale, lasciando che il mondo prenda vita per poi rinchiudersi immediatamente tra quelle stesse pagine che lo hanno generato.
Il Pinocchio di Garrone è una fiaba in tutte le sue parti. Una trasposizione che sa di omaggio, ma che finisce per sacrificare spesso lo sguardo del proprio creatore alla seconda. Garrone si nasconde dietro la gigantesca figura di Collodi, ne segue le orme senza sovrastarle. Sebbene facilmente riconoscibile, l’artigianalità che tutto manovra e tutto crea negli impianti cinematografici di Matteo Garrone (figlia diretta del suo pensiero fanciullesco di libertà creativa) qui è frenata dal caricare quella forza sovversiva che ha fatto di Pinocchio un personaggio immortale. Il film di Garrone auspica a essere un po’ Pinocchio e un po’ Lucifero, per quella sete di spensierata ribellione, finendo per mostrarsi come un bambino obbediente agli ordini del genitore.
Reduplicando quel desiderio di fiaba senza tempo, scritta con un linguaggio semplice e innovativo (perfetta commistione di fantasia e sarcasmo) da Carlo Collodi, il Pinocchio di Matteo Garrone è un prodotto concepito per essere destinato a un mondo senza età. Le scene di grande impatto drammatico (il burattino impiccato, o la sua trasformazione in asinello) sono rivolte a bambini che vogliono essere adulti, mentre quelle più scanzonate o dolcemente poetiche (Pinocchio che diventa bambino, l’incontro con il Gatto e la Volpe) sono porte aperte nel cuore dei grandi sul loro universo di bambini perduti. Ordinate con precisione e accurata attenzione, le parole escono dalla bocca dei personaggi prive di quella squisita illusione di essere udite per la prima volta. La loro portata emozionale sfiora lo spettatore, accende in lui quella debole fiammella illuminante il proprio fanciullino interiore, ma senza alimentare quel fuoco capace di bruciare il proprio cuore e far scendere le lacrime. La comicità è lieve, leggera, ma non colpisce a fondo il proprio pubblico. È un sussurro che accarezza l’udito sgombro di quella caustica visione che abbraccia il riso alle brutture del mondo.

pinocchio

L’afflato lirico si colora di note di vera fiaba poetica, la stessa che lo lega al proprio testo d’origine, si imprime degli umori del più nobile racconto popolare senza liberarsi in un’espressione di sconvolgente meraviglia.
Rimane ad altezza di bambino Pinocchio; un universo fiabesco che guarda il resto del mondo dal basso verso l’alto. E in questo tempio dominato da giganti a cui affiancarsi con rispettosa reverenza senza slanci sperimentali o virtuosistici, due figure si impongono sul resto degli altri, uno per la pacatezza e la sottrazione a cui affida la propria performance, l’altro sull’abilità di tradurre emozioni, o temi astratti, in musica. Due personalità che, senza farlo apposta, devono la propria nascita a quella stessa terra toscana che ha dato i natali a Carlo Collodi: Roberto Benigni e Dario Marianelli.
L’esuberanza, la mimica facciale e i gesti sovraccaricati a cui ci ha abituati l’attore e regista de La vita è bella (autore lui stesso di un deludente Pinocchio del 2002) frenano davanti alla potenza e alla grandiosità di una paternità improvvisa. Il Geppetto di Benigni è un uomo docile, ingenuo, scatola magica piena di umiltà, amore e dolcezza. La performance dell’attore è tutta in sottrazione, lasciando che siano gli occhi e il fisico di un uomo provato dall’età e dalla povertà, a esprimere tutto il mondo nascosto dentro questo corpo fragile.
Da parte sua Dario Marianelli si riconferma uno dei compositori più poetici ed espressivi del panorama mondiale. Il suo tocco lo si riconoscerebbe tra mille, senza per questo ripetersi mai. Le voci che accompagnano lo scorrere delle sue note sono braccia che avvolgono lo spettatore in un caldo abbraccio, sottolineando emotivamente le immagini che intanto scorrono sullo schermo e potenziandone la portata sentimentale, non sempre resa esplicita dall’impianto visivo.
 Perfetto padrone del linguaggio cinematografico, pellicola dopo pellicola Garrone si è imposto come abile elargitore di avventure e ritratti di un’Italia soffocata dalla propria bestialità (Gomorra, Dogman) o idiosincratica natura (Reality). Con Pinocchio il regista tenta di dipingere con i colori della fiaba e della poesia un mondo dalle mille sfaccettature, di esistenze che corrono su percorsi irti di ostacoli e minacce, pronte a far ritorno nel nucleo sicuro di casa. Quella creata dal regista è però una strada troppo sicura, visivamente folgorante e filologicamente impeccabile, privata però di quel guizzo anarchico che da un autore come Matteo Garrone e un personaggio come Pinocchio il pubblico si aspettava di trovare.