MOTEL, la recensione

cusack
Ancora una notte in motel per John Cusack. Il film che vede David Grovic (già produttore di pellicole minori come “Dying of the Light” e “Breaking at the Edge”) esordire dietro la macchina da presa, infatti, ricorda parzialmente le rarefatte e claustrofobiche atmosfere di quell’interessante caso cinematografico che fu “Identità” di James Mangold (Quando l’Amore Brucia l’Anima, Quel Treno per Yuma), anch’esso con John Cusack in veste di protagonista e ambientato nel frangente di una notte in un cupo motel dall’anonima collocazione, dove un manipolo di anime si trascinavano, come intrappolate, all’ombra del proprio passato e dei propri peccati con il solo scopo di arrivare incolumi al mattino seguente.
Le due pellicole presentano un ulteriore tratto comune: entrambe sono permeate da una conturbante aura di mistero che ruota attorno alle azioni dei protagonisti e al senso di minaccia che quel luogo ci trasmette; ed è proprio lì dove Mangold si è dimostrato abile nel nutrire quell’aura con l’avanzare dei minuti, regalandoci un finale che appagava tutta la nostra curiosità, che il film di Grovic finisce con il perdere vigore, nel momento esatto in cui lo spettatore realizza la quasi totale mancanza di un vero colpo di scena che spezzi la snervante attesa dei suoi personaggi, caratterizzati per lo più attingendo a piene mani dall’archivio di stereotipi delle pellicole di genere e i quali si fanno portavoce di frangenti di dialogo che passano continuamente da picchi filosofici, senza apparente via d’uscita, ad abissi di puro linguaggio da ‘film a low budget’. È da apprezzare il tentativo, da parte del regista, di contaminare il proprio dramma con ingredienti che puntino a creare un’ilarità che faccia da contrappeso alla dose di violenza presente nel film, ma niente di tutto questo, purtroppo, finisce con il risultare pienamente efficace e capace di trasformarsi in vero ingrediente ‘cult’ .
motel
Proprio l’attesa del protagonista Jack (Cusack) vorrebbe essere il nucleo tematico della pellicola. Incaricato da un tarantiniano boss della malavita di nome Dragna (con le fattezze del sempre efficace Robert De Niro) di prelevare e sorvegliare una normalissima borsa di pelle, con il solo divieto di aprirla e verificarne il contenuto, il nostro protagonista viene fatto attendere in un fatiscente luogo di appuntamento, nella speranza che il proprio capo si faccia vivo il prima possibile. Vittima degli eventi della notte e circondato da ambigui personaggi, tra i quali ci fa piacere ricordare il riesumato Crispin Glover nel ruolo di un diffidente e ficcanaso concierge (costretto su una sedia a rotelle e il cui passato avrebbe potuto essere oggetto di un interessante approfondimento), Jack diventerà il simbolo, attraverso la propria indole e il proprio passato tormentato, dell’unico vero spunto di riflessione del film: l’elemento dell’attesa trasformatosi in una lugubre parabola sulla fiducia reciproca e le conseguenze dell’eccessiva curiosità.
Avendo deciso di trarre in parte ispirazione da “La Gatta”, l’intricato e inafferrabile racconto di Marie-Louise Von Franz, che ruota attorno alle conseguenze dell’estromissione della componente femminile dalla società e dal mondo della politica, Grovic non poteva certo rinunciare a inserire una controparte di Jack appartenente al gentil sesso: decisa a tutti i costi a partecipare a un pericoloso gioco di cui percepisce la componente salvifica che la condurrà lontana da quel luogo di perdizione, la prostituta Rivka (l’attrice brasiliana Rebecca Da Costa) contribuirà ad accrescere la sensazione che l’uomo di punta di Dragna sia, in realtà, finito in una sorta di trappola per topi; tutto questo per rivendicare quella redenzione che crede le sia dovuta per il ruolo di oggetto che le è sempre stato attribuito. Dal canto suo, nonostante le buone premesse e intenzioni, è al personaggio di Robert De Niro, caricaturale erede dei boss malavitosi portati prima di lui sul grande schermo, che dobbiamo, forse, le parti meno efficaci del film:  in particolare, a una superflua parentesi di violenza gratuita che, palesando le effettive capacità di Dragna, finisce con l’attenuare l’aura di pericolosità emanata fino a quel momento dalla sua figura; inoltre, lo spietato burattinaio viene scelto dal regista come portavoce della sequenza esplicativa del film, lasciando poco spazio alla nostra immaginazione e illuminando con un fascio di luce un intreccio che avrebbe senza dubbio beneficiato delle proprie zone d’ombra.

Rating_Cineavatar_3

Potrebbero piacerti...

Shares