MIDSOMMAR – Il villaggio dei dannati, la recensione del nuovo film di Ari Aster

Midsommar

Midsommar (2019)

Per William Shakespeare era un sogno; per Ari Aster (regista lanciato da Hereditary) quello che gli svedesi chiamano Midsommar (Mezza estate) è un incubo dal sapore catartico. E così la luce che avvolge il mondo immortalato dal regista, i fiori che adornano i capelli dei suoi protagonisti e i colori che esplodono inondando gli occhi dello spettatore perdono il loro significato primario di festa e rinascita per denotare un significato più oscuro, profondo e atavicamente introspettivo.
Dani (Florence Pugh) ignora l’ennesima chiamata di aiuto della sorella bipolare, rassicurata in questo dal fidanzato Christian (Jack Reynor). Christian vorrebbe rompere con Dani, ma non sa come dirglielo. Quando purtroppo le peggiori paure sulla chiamata si rivelano fondate, è troppo tardi per intervenire. Christian decide quindi di invitare Dani a partecipare al viaggio organizzato dall’amico Pelle in un curioso villaggio svedese, per effettuare studi antropologici e insieme svagarsi nel festival che celebra il solstizio d’estate. Nulla andrà, però, come previsto.
Recuperando dal suo film d’esordio il tema dell’elaborazione del  lutto, Aster lo ripone in un contesto estraneo e non più famigliare, capace al contempo di rafforzare la figura della donna come strumento di creazione e distruzione. Puzzle di tessere poste in ordine sparso, il percorso che il regista apre davanti al proprio pubblico è composto da una lunga e ripida salita sulla cui cima non può che attenderci qualcosa di terribile. Una corsa intervallata da sospiri e compiuta al ritmo di crescente suspense quella di Midsommar; Aster si conferma un bravo burattinaio, sa come giocare con la mente e le emozioni dei propri spettatori. La sua è una giostra sospinta dall’ansia. Lo spettatore sa che qualcosa di orribile è nascosto proprio dietro all’angolo, ma esausto non può far a meno di desiderare l’arrivo di questo terribile epilogo. Un’eutanasia della propria impazienza che Aster riesce a generare nel proprio pubblico, non più mostrando la fonte del pericolo come voleva Alfred Hitchcock, ma alludendo alla sua presenza implicita lasciando così che sia l’immaginazione dello spettatore a elaborare la sua natura. I suoi personaggi si immettono così in questa strada rivestita da una patina di dolore e priva di guardrail che acutiscano l’impatto, lasciando che precipitino giù nel burrone di loro stessi, attirati da una forza maligna che neanche loro riescono a comprendere.

Sembra un quadro impressionista dipinto sulle ceneri di un libro di maledizioni Midsommar. Come lo spettatore sulla poltrona, anche la giovane protagonista si ritrova bloccata dinnanzi a uno spettacolo sublime e mefistofelicamente attrattivo; incapace di scappare si lascia coinvolgere nell’ebrezza dei riti pagani per poi scendere giù, nei meandri dell’inferno, ammantata dalle lingue d’ombra delle convenzioni sociali.
L’opera seconda di Ari Aster è l’immagine riverberata dell’estetica autoriale del suo autore: o la ami, o la odi. Non esiste una via di mezzo. Eppure, se si riesce a togliere il velo di Maya che avvolge la pellicola, e a guardare oltre il filtro metaforico che si intrapone tra lo spettatore e la sua razionalità, il potere di Midsommar vi investirà come un faro nella notte. La dipendenza verso gli altri, l’incapacità di accettare la propria eventuale solitudine anche a costo di soffrire, una falla empatica impossibile oramai da colmare con amore e sentimenti puri: sono loro il vero mostro da cui scappare, le fauci da cui salvarsi.

La perdita che Dani è chiamata a superare è la prima tessera di un domino esistenziale che le crolla di colpo dinnanzi agli occhi. Al posto di rialzarsi, la ragazza si aggrappa ferocemente a Christian, a quell’ideale di amore rimasto bloccato nella sua potenzialità e del tutto incapace di tradursi in realtà tangibile. Ed è proprio nel tentativo di rimanere ancorata al suo ragazzo – unica certezza in una vita fatta di titubanze – che Dani viene trascinata in un inferno travestito da paradiso bucolico. La natura della Svezia dove tutto sembra essere rimasto cristallizzato in un’epoca pre-urbanizzazione, nasconde in sé i fiori del male; Aster gioca per tutto il tempo sull’immagine del contrasto ossimorico: un universo speculare in cui ambientazioni e personaggi usciti dai quadri di Dante Gabriel Rossetti e dei suoi preraffaelliti lasciano spazio a sprazzi di violenza e orrore latente.  La macchina da presa di Aster si tramuta così in un bisturi affilato con cui vivisezionare il prototipo dell’uomo medio del XXI secolo: una creatura (im)perfetta, egoista e ipocrita. Compiuta la sua autopsia il regista si concentra su Dani: è attorno a lei e al suo lutto elaborato solo in territorio alieno e fuori dai confini cittadini della metropoli newyorchesi che ruota l’intero percorso intrapreso in Midsommar.
Un viaggio da cui non uscire a veder le stelle, ma scoprire la propria essenza: uomini e donne fatti della stessa sostanza di cui sono fatti gli incubi.

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