L’ALTRO VOLTO DELLA SPERANZA, un film tra umorismo e dura realtà

L'altro volto della speranza recensione

L’Altro Volto della Speranza, di Aki Kaurismäki

Un uomo emerge dalla cenere. È un profugo Siriano. Ha abbandonato la famiglia e sta cercando fortuna in Finlandia.
Un altro uomo lascia la moglie. È un cittadino regolare. Ha lasciato la sua casa per ricominciare una nuova vita. Gioca a poker, ha un colpo di fortuna, e decide di aprire un ristorante.
L’altro volto della speranza è questo: un ritratto malinconico dell’umanità perduta. La ricerca della felicità, tanto decantata dalla cultura statunitense, diventa per Kaurismaki il centro psicologico del film.
I fasci di luce mettono in evidenza i volti, in particolare gli occhi, unico vero strumento di comunione emotiva. L’ambiente, i mobili, le finestre, i rumori, sembrano continuamente puntare come frecce sugli esseri umani. È l’umanità, infatti, il primo punto di interesse del lungometraggio.
L’altro volto della speranza possiede la forza straordinaria del punto di vista. Nell’epoca contemporanea il cinema ha ormai già parlato di tutto, secondo ogni sfumatura e opinione. Riuscire a immortalare su pellicola un’umanità mai vista prima d’ora è diventata un’impresa quasi impossibile (a meno di non essere registi come Werner Herzog, in costante ricerca di sfumature antropologiche). Se è pressoché impossibile essere originali o dire qualcosa di mai espresso prima, dove sta allora la capacità comunicativa del cinema? Come già detto, nel punto di vista.
L'altro volto della speranza recensione

L’Altro Volto della Speranza, di Aki Kaurismäki

L’altro volto della speranza è un film agrodolce che possiede un’ironia lontana dai canoni dell’umorismo a cui siamo abituati, ma assolutamente graffiante, proprio in funzione del suo sguardo. Il lungometraggio normalizza gli immigrati, li tratta come pari. Non c’è pietà né giudizio delle loro vite. Kaurismaki decide di rendere il pubblico esattamente come un migrante, che osserva le contraddizioni (spesso buffe), della società. Gli stereotipi vanno in frantumi e la deflagrazione è condotta con poetica armonia.
La colonna sonora, che accompagna le gesta dei personaggi come un vero e proprio commento musicale, è soprattutto diegetica, inserita cioè nel mondo narrato. I musicisti di strada, i cantanti da bar, che spesso sono uno sfondo (o meglio, un sottofondo) delle nostre giornate, catturano il fuoco delle sequenze.
Certo, l’opera di Aki Kaurismaki non è esente da asperità. In primo luogo vi è proprio il suo senso dell’umorismo. Certi film possono essere “non per tutti”, non solo se presentano scene di violenza. Ebbene, l’umorismo di L’altro volto della speranza non è per tutti. Non che sia ricercato o incomprensibile, solo che, per qualche spettatore (come per il sottoscritto), potrebbe essere ben lontano dal riuscire a provocare sincere risate.
Va anche detto che, in questa possibile incompatibilità con il proprio pubblico, risiede parte del fascino del film. Persino il ritmo lento, l’andamento bizzarro di Kaurismaki, viene accettato facilmente una volta compreso lo scopo del lungometraggio.
In conclusione dell’analisi, il recensore avveduto deve rendersi conto che non c’è modo migliore per descrivere il film se non usando le stesse parole del regista. Aki Kaurismaki scrive infatti, in una bellissima nota di regia che:
“L’altro volto della speranza è per certi versi considerato un film di tendenza che tenta senza alcuno scrupolo di influenzare le visioni e le opinioni dei suoi spettatori, cercando al tempo stesso di manipolare le loro emozioni al fine di raggiungere questo scopo. Dal momento che tali sforzi falliranno immancabilmente, quello che ne resterà è, mi auguro, una storia onesta e venata di malinconia, trainata dal senso dell’umorismo, ma per altri aspetti anche un film quasi realistico sui destini di certi esseri umani qui, oggi, in questo mondo”.
E ancora una volta, il grande cineasta finlandese ha detto bene.

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