IL SIGNOR DIAVOLO, il ritorno al gotico padano di Pupi Avati – Recensione

Dopo la prolifica attività degli ultimi anni, Pupi Avati torna al thriller-giallo e lo fa nel migliore dei modi. Con Il signor Diavolo uno tra i più grandi maestri del nostro cinema di genere si riappropria infatti della “sua” formula, quella del gotico padano (per alcuni gotico rurale), sottogenere di difficile delineazione e poco rappresentato, di cui Avati ne è il più significativo esponente e, senza dubbio, il suo vero creatore in ambito cinematografico.
Un cinema di ombre e misteri, fatto di fole esoteriche e cronache dalle campagne. Un racconto di indagine nel terreno di confine tra la vita e la morte, tra luce e oscurità, con un tratto quasi antropologico. Il signor diavolo è un film altamente consapevole di queste peculiarità e il suo equilibrio fra racconto da filò e accuratezza storica genera un’inquieta stabilità.
Nelle profondità della campagna veneta del dopoguerra, nel contesto di un ambiente immerso in una religiosità preconciliare, indifferente alle pretese moderniste che si intravedono all’orizzonte della società in procinto di cambiare radicalmente, avviene un delitto tra minori.
La giovane vittima è Emilio, il problematico figlio di una famiglia importante per le sorti della Democrazia Cristiana veneta, che viene ucciso dal coetaneo Carlo, ritenuto l’ombra del diavolo o una sua diretta emissione. Dal ministero di grazia e giustizia viene mandato a Venezia l’ispettore Furio Momentè (Gabriel Lo Giudice) con la segreta missione di evitare ogni coinvolgimento ecclesiastico. La chiesa si trova sull’orlo dello scandalo e nel mirino di una vecchia alleata, la potente madre della vittima Clara Vestri Musy (una bravissima Chiara Caselli). Strani ed enigmatici avvenimenti trascinano Momentè in un abisso di superstizione e paura, dove la fede nella chiesa sopravvive attraverso la reverenza verso la sacralità del male; un male temuto e a volte accarezzato.

L’assunto della paura come elemento formativo dell’infanzia, l’importanza dell’eredità culturale e la curiosità storica/antropologica del maestro bolognese non possono non richiamare alla memoria (con grande nostalgia) opere come La casa dalle finestre che ridono (1976), Zeder (1983) e, forse più di tutte in questo caso, L’arcano incantatore (1996): il tema senza tempo della presenza del maligno, tanto nella notte buia delle campagne quanto nascosto all’interno delle sicure porte della chiesa, è certamente uno dei temi conduttori di queste pellicole. Il film del 1996 riporta alla memoria la fotografia perfetta e d’impatto di Cesare Bastelli, che ne Il signor Diavolo torna ad illuminare il buio della notte tra flebili fiammelle e ombre che prendono vita. Lo si vede ancora più impegnato a rendere fangosa l’atmosfera di una civiltà contadina priva di un vero colore, se non quello del fuoco delle candele.
L’orrore, anche quando prende la forma dell’osceno e del satanico, si manifesta sempre attraverso il lessico raffinato del cinema avatiano, con semplicità e una recitazione quasi sottovoce. Il montaggio di Ivan Zuccon riesce a donare linearità ad un filo conduttore complesso, dipanato in uno stretto gioco di spazi temporali. Il signor Diavolo è il film che ci si aspettava, seducente anche nelle rare incompiutezze della storia, proprio come un racconto pauroso tramandato da qualche anziano in una fredda sera di campagna.
A pochi giorni dall’uscita si è sentito parlare del film come un’indagine nella superstizione e l’ignoranza di un’epoca. Ma c’è molto di più: Il signor Diavolo rappresenta le luci e le ombre di una civiltà morente come quella contadina nell’immediato periodo preconciliare, descritta con rispetto da studiosi come Dino Coltro e registri come Avati non solo attraverso l’elemento gotico, ma anche sfruttando i principi del racconto formativo (ad esempio Il cuore grande delle ragazze del 2011).
In conclusione, ci si trova di fronte ad un panorama più complesso di quello che sembra, dove il gotico è un’occasione di indagine e di esplorazione di un mondo che sembra al contempo lontano e vicinissimo, al punto da far venire il sospetto che in qualche angolo del nostro Paese, nascosto da boscaglie e poco raggiunto dalla civiltà contemporanea, in fondo sopravviva ancora.
Federico Franzin

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