Il cacciatore di Michael Cimino, elaborare gli orrori della guerra, con Robert De Niro, Meryl Streep, Christopher Walken e John Cazale

Nel pieno del fervore della New Hollywood, emerge la visione registico-autoriale di Michael Cimino. Fattosi conoscere nell’ambiente per il contributo dato agli script de 2002: la seconda odissea (1972) e Una 44 magnum per l’ispettore Callaghan (1973), esplode definitivamente con l’iconico Una calibro 20 per lo specialista (1974); opera insolita, di cui Cimino curò regia e sceneggiatura, che nasce come sporco heist movie per evolvere in vivace commedia sul valore dell’amicizia; chiudendo infine in dramma consumato. Inizia da qui la lunga corsa che ci porterà a Il cacciatore (1978), caratterizzandosi per una delle lavorazioni più tortuose del cinema moderno americano.

La pellicola del ’74, oltre a regalarci un formidabile e atipico duo Jeff Bridges/Clint Eastwood, ebbe il merito di segnalare Cimino a Michael Deeley; produttore nonché co-fondatore della EMI Films che nel 1968 acquistò i diritti di uno script intitolato The Man Who Came to Play. Scritto da Louis A. Garfinkle e Quinn K. Rederer, raccontava di un reduce che andava a Las Vegas per giocare alla roulette russa; qualcosa che lascerà strascichi nella sceneggiatura de Il cacciatore.

Christopher Walken, Robert De Niro, John Savage, John Cazale e George Dzundza

Al momento dell’assunzione infatti, Cimino partì proprio dallo script di Garfinkle e Rederer, sviluppando i personaggi e mantenendo il nodo gordiano del racconto attorno, proprio, alla roulette russa. C’era anche un altro, enorme, problema: il Vietnam era un topic taboo, non se ne parlava né lo si raccontava. Non a caso nella larga parte delle produzioni belliche dell’epoca il Vietnam venne affrontato o in forma allegorica (MASH); o occultandone i lineamenti (Tora! Tora! Tora!); se scelto l’approccio diretto – specie se “in sostegno della guerra”, il risultato era il disastro totale: come dimostrato da Berretti verdi (1968).

Cimino, che era ben a conoscenza della criticità del taboo filmico, lo affrontò attraverso un approccio intelligente. Il cineasta de L’anno del dragone (1985) infatti, lascerà il Vietnam sullo sfondo, avvolgendovi la narrazione intorno, ma senza prendervi posizione; lasciando che fosse lo stesso Vietnam ad emergere con le sue conseguenze sulle vite dei personaggi; e la forza delle sue immagini.

L’arbitrato tra Cimino e Washburn, Merle, “uno e trino”

Parte così la pre-produzione con Cimino che, pronti-via, chiese la consulenza di Deric Washburn, con cui aveva già proficuamente collaborato per il sopracitato 2002 ma che con Il cacciatore vide il rapporto incrinarsi pesantemente. Ne nacque infatti una diatriba quasi rashomoniana sulla paternità dello script – poi riconosciuta ad entrambi – conclusasi con una sentenza dell’arbitrato della Writer’s Guild.

Se Cimino affermò di averlo scritto interamente, tanto da definire il poco lavoro fatto da Washburnscritto da una mente squilibrata“, quest’ultimo invece parlò di tempistiche deliranti e tossiche; tanto da ritrovarsi a lavorare 20 ore al giorno in un mese per poi ritrovarsi licenziato di punto in bianco.

Robert De Niro in una scena de Il cacciatore

A detta di Deeley, la seconda bozza dello script della strana coppia Cimino-Washburn, intitolata adesso The Deer Hunter (titolo originale de Il cacciatore) vedeva un sostanziale cambiamento rispetto a The Man Who Came to Play. Il protagonista del concept originale si chiamava Merle, un reduce solitario vittima di un infortunio e danneggiato psicologicamente, ma comunque “un duro”.

Nel concept che poi verrà adattato in scena, Cimino e Washburn scissero le criticità di Merle in tre protagonisti differenti: Mike, Nick e Steven. Gli agenti scenici di De Niro, Walken e Savage con cui arricchire il racconto di dinamiche relazionali solide e al contempo amplificare, di riflesso, gli intenti distruttivi del Vietnam.

Nel cast figurano Robert De Niro, Meryl Streep, Christopher Walken, John Cazale, John Savage; George Dzundza, Chuck Aspegren, Shirley Stoler, Rutanya Alda.

Il cacciatore: la sinossi del film di Michael Cimino

Nelle cittadina di Clairton, Pennsylvania, sei amici di cui tre russo-americani di seconda generazione – Micheal (Robert De Niro); Nikator, detto Nick (Christopher Walken); Steven (John Savage); John (George Dzundza); Stanley (John Cazale); Peter (Chuck Aspegren) – vivono tra l’acciaieria del luogo e la caccia al cervo. La loro vita però sta per cambiare, Michael, Nick e Steven sono infatti prossimi “al fronte”; in più, Steven è a poche ore dall’altare con Angela (Rutanya Alda). Michael e Nick, inoltre, oltre al lavoro, condividono lo stesso appartamento, e come se non bastasse amano la stessa donna: Linda (Meryl Streep); nessuno dei due però, sa dei sentimenti che prova l’altro.

Il giorno del matrimonio, tra balli e ubriacature, Nick chiede la mano a Linda, promettendole di sposarla di ritorno dalla guerra; Angela e Steven vanno in viaggio di nozze; e i ragazzi partono per la caccia al cervo come consuetudine. Nessuno di loro saprà che quell’ultima caccia, e l’ultimo colpo sparato – e infine festeggiato – sarà anche l’ultimo momento di normalità della compagnia; la loro vita sarà infatti indelebilmente segnata dalla Guerra in Vietnam. Lì tra una roulette russa e topi galleggianti, Micheal, Nick e Steven ridiscuteranno forzosamente del senso della loro vita e di quelle piccole cose che davano per scontato.

Il cervo de Il cacciatore

Tagliavano quello che volevano e di notte, come Penelope, ce lo rimettevo

Quanto riportato sulla paternità dello script è forse una goccia nell’oceano se rapportato alla post-produzione; oltre che alle stesse riprese. Dalle cronache dell’epoca emerge, innanzitutto, come Cimino fosse stato astutamente manipolatorio nelle promesse fatte a Deeley e in generale alla Universal.

La sequenza d’apertura del matrimonio ortodosso, ad esempio, Cimino garantì che sarebbe durata giusto una ventina di minuti, così da poter presentare adeguatamente i personaggi in scena: dura in realtà quasi un’ora e secondo lo stesso Deeley, specie per il risultato ottenuto, era abbastanza chiaro che sarebbe stata immaginata così sin dalla stesura del primo draft di sceneggiatura.

Il ritorno a casa in una scena de Il cacciatore

A questo punto, dopo neanche un terzo del film girato, Cimino aveva già superato il budget previsto dalla Universal. Un qualsiasi imprevisto di una qualunque sequenza estesa avrebbe potuto far affondare il progetto e con esso il portare in scena Il cacciatore. Così non accadde chiaramente. Tredici milioni di dollari investiti (per un film d’autore dell’epoca era moltissimo!); quasi 180 km di pellicola da montare; tre ore e mezza di first cut; di cui, nonostante tutto, Deeley rimase soddisfatto tanto da definirlo “avvincente”.

Ai piani alti della Universal, tuttavia, si suonava ben altra musica. Lew Wasserman e Sid Sheinberg, produttori esecutivi, pretesero una riduzione. Sostenevano infatti che con quel minutaggio Il cacciatore risultava praticamente invendibile. A Peter Zinner, addetto al montaggio del mastodontico progetto filmico di Cimino, gli fu imposto di ridurre molte sequenze tra cui proprio quella del matrimonio. Cimino lo scoprì e lo licenziò in tronco. Fu lui stesso a rimontare il film secondo il cut passato alla storia (ben espresso dalla sopracitata “frase simil-omerica”); nonostante i credits annoverino Zinner come il montatore ufficiale.

Tra Il cacciatore e I cancelli del cielo: il Cimino narratore tra analisi e similitudini 

Attraverso un approccio analitico a posteriori, emerge come la struttura narrativa de Il cacciatore rappresenti, a pieno titolo, uno specifico schema riproposto poi, a livello tematico e ritmico, in modo pedissequo ne I cancelli del cielo (1980). Cimino infatti esordisce in ambo i racconti con una macro-sequenza gioviale e dai toni vivaci che funge un po’ da prologo esteso; funzionale tuttavia nell’economia del racconto per caricare d’enfasi il cammino dell’eroe dispiegatosi. Determinando così ora i contorni caratteriali degli agenti scenici, con cui Cimino lascia sviluppare, in modo quasi immediato, un evidente legame empatico; ora dei brevi accenni di dinamiche relazionali, sviluppate poi con la crescita degli archi di trasformazione nel dispiego dell’intreccio.

L’intero secondo atto funge un po’ da rottura totale dell’equilibrio costruito sagacemente in apertura di racconto. Qui Cimino rimescola le dinamiche comportamentali; avvolge la narrazione di un marcato realismo, crudo e tangibile; lasciando infine sbocciare il sottotesto di cui lascia sempre intendere qualcosa nell’apertura di racconto: anche fosse in un gesto; una frase; un urlo; un cazzotto. Nel terzo atto sino alla meticolosa costruzione della climax infine, tutto peggiora.

John Savage e Robert De Niro

Da ciò che emerge da una lettura combaciata dei racconti de Il cacciatore e I cancelli del cielo, Cimino spazza via speranze e gioiose illusioni, gettando le rispettive narrazioni nel sangue e nella violenza; sia essa resa in un loop esistenziale da cui è impossibile uscire; sia nel pieno di una guerra civile per la rivendicazione del sogno americano dei coloni stranieri, masticato dalla prevaricazione capitalista dei “veri” americani.

In ambo le narrazioni però, Cimino va infine a colpire proprio il protagonista principale nel profondo del suo precario equilibrio, accanendocisi; macchiandogli le mani di sangue non suo, e a lui caro; privandolo proprio di quell’oggetto di valore che lo aveva spinto ad affrontare – o perfino ritornare, nel caso de Il cacciatore – nel mondo straordinario; per fargli infine fare i conti con le conseguenze delle sue azioni. Ciò che emerge quindi, soprattutto dalla lettura critica del racconto de Il cacciatore, è il Cimino autore nichilista; specie nel modo in cui la codifica d’immagini conferisce valore agli archi di trasformazione dei suoi agenti scenici.

La guerra come agente disgregatore: il Vietnam di Michael Cimino

In tal senso, gioca un ruolo decisivo il Vietnam, che nel modo in cui viene declinato da Cimino lungo il dispiego del racconto, conferisce un certo ibridismo narrativo a Il cacciatore. Più che “di guerra” infatti, l’opera filmica di Cimino andrebbe considerata, maggiormente come “sulla guerra”. Quanto compiuto dal regista de Il siciliano (1987) è un’accurata analisi antropologica sull’impatto avuto dalla Guerra del Vietnam sul popolo americano; arricchita di senso dalla scelta di porre, come protagonisti, degli esponenti di spicco – per non dire perfino simulacri valoriali – della tipica working class statunitense.

Agenti scenici umili ma competenti quelli de Il cacciatore. Uomini che vedono le proprie giornate dalla fessura della propria visiera in acciaio scorrere in buie e uggiose giornate blu; colorate però del fuoco e della lava incandescente. Uomini che credono nel buon lavoro; nell’amore vero che convola a nozze; nella caccia al cervo e nella birra; nella pistola tenuta in tasca per far finta d’essere Gary Cooper. Immagini che Cimino restituisce registicamente allo spettatore senza filtri, dotandole di un realismo marcato e maniacale. Momenti che vivono così di reali sbronze; gocce di vino che cadono su di abiti nunziali candidi; nudi integrali; topi veri che galleggiano; lacrime e schiaffi autentici; twinkies e mostarda; pistole cariche per davvero (ma a salve).

Robert De Niro in una scena de Il cacciatore

Un sogno americano di cui sentiamo perfino l’odore dell’alcool e del sangue che Cimino potenzia e cristallizza ponendo al centro della scena degli americani di seconda generazione. Poi la guerra; il Vietnam; il rimescolamento della componente valoriale. Un agente, come detto, disgregatore perché ribalta quella che il Mike di De Niro teorizzava come la vita in one-shot; qui espresso nell’iconica battuta:

Tu devi contare su un colpo solo. Hai soltanto un colpo; il cervo non ha il fucile, deve essere preso con un colpo solo. Altrimenti non è leale.

Dall’etica del cacciatore di cervi Mike Vronsky, emerge uno stile di vita, un modo di affrontare il mondo senza scorciatoie. Mostrando invece rispetto, etica, fiducia, ma sempre tenendo ben saldo il fucile nelle mani. Qui entra in gioco il Vietnam che seppur mostratoci in modo fantasioso, perfino raffazzonato e poco autentico, nella misura dell’iconica sequenza della roulette russa “allegorica” ribalta l’inerzia della componente valoriale degli agenti scenici de Il cacciatore; trascinandoli dall’altra parte della barricata; rendendoli da cacciatori a prede; e prede facili.

Le conseguenze, l’orrore della guerra sulla propria pelle

Cimino dispiega così la forza di un Vietnam che rilegge la vita in one-shot traumatizzando i suoi sostenitori: rompendo Mike, rendendolo perfino incapace di tenere in mano un’arma (emblematico, in tal senso, il ritorno alla caccia); dandogli però la forza per riemergere; sconvolgendo Nick, gettandolo in un loop esistenziale di sensi di colpa da mazzette di soldi ed allegoriche roulette russa di puro divertissement; menomando infine Steven, annichilendo così il suo sogno americano appena sbocciato tra catatonia e il non voler tornare a casa.

Il Vietnam di Cimino produce effetti anche nella sfera caratteriale di chi non era al fronte, agendovi di riflesso. Depotenziando ad esempio, lo Stanley di Cazale, reso ancora più bambinesco nel suo giocare con la rivoltella; disorientando infine la Linda della Streep, qui costretta a raccogliere i cocci della psiche del reduce Mike. Una rottura dell’equilibrio dell’unità amicale opportunamente costruita nel prologo quindi, con cui Cimino legge e rilegge le già fragili dinamiche relazionali mostrandocele sotto una nuova lente valoriale.

Christopher Walken

Effetti di cui parlò così, Michael Deeley, a quasi un anno dal rilascio in sala de Il cacciatore, e poco dopo l’uscita de Apocalypse Now (1979):

Il cacciatore non è mai stato realmente un film sul Vietnam. Parlava di qualcosa di molto diverso. Non era un film sulla droga o sul collasso della morale dei soldati. Parlava piuttosto di come ogni individuo risponde alle pressioni: uomini diversi reagiscono in modo molto diverso. Il film raccontava di tre lavoratori dell’acciaio in circostanze straordinarie. Apocalypse Now è surreale; Il cacciatore è una parabola. Uomini che lottano e perdono in una guerra ingiusta, affrontando scelte spiacevoli.

Per poi porre l’accento sull’importanza allegorica della roulette russa:

Possono incolpare i loro leader o loro stessi. Il senso di colpa è stato un grande fardello per molti veterani. Quindi come fa un soldato a venire a patti con la sua sconfitta e tuttavia mantenere il rispetto di sé? La disumanità era il tema alla base del ritratto dei carcerieri vietnamiti che costringevano gli americani a giocare alla roulette russa, offerto da Il cacciatore. La simpatia del pubblico per i prigionieri completa così la catena. Alcuni veterani che hanno sofferto in quella guerra hanno trovato, nella roulette russa, un’allegoria valida.

La criticità de Il cacciatore: un film da United Artists, ma non da Universal

La dieta di riso e banane di Walken per entrare nel mood stralunato di Nick; il film più spossante a cui De Niro abbia mai partecipato; 5 Oscar 1979 (Miglior film, Miglior regia, Miglior attore non protagonista, Miglior montaggio, Miglior sonoro) a fronte di 10 nomination; canto del cigno di John Cazale, malato terminale, che chiude la sua breve carriera da urlo, brillantemente costruita tra Il padrino (1972); La conversazione (1974); Il padrino – parte II (1974); e Quel pomeriggio di un giorno da cani (1975).

John Cazale e George Dzundza

A proposito della ricezione de Il cacciatore dopo il first cut, Deeley commentò così le opinioni della Universal nelle voci di Wasserman e Sheinberg; facendo mea culpa; riflettendo sull’importanza di Convoy – Trincea d’asfalto (1978); e al contempo innescando un’interessante riflessione ex-post:

Il cacciatore era un film da United Artists; mentre Convoy era più nello stile della Universal. Mi sono confuso e ho venduto il film sbagliato ad entrambi gli studios.

Nel confronto frettoloso tra l’opera di Cimino e l’action di “pura New Hollywood” di Peckinpah si cela in realtà un mondo fatto di linguaggio filmico ed epoche di riferimento. Superati da poco i quarantatré anni, Il cacciatore vive e prospera di un retaggio meritato tra cineasti e cinefili. Un’opera – autentica quintessenza del cinema hollywoodiano – capace di saper leggere, come poche altre gli effetti del Vietnam e – più in generale – di quell’epoca di profonde mutazioni socio-culturali: ribellione; libertà; disillusione; crisi di valori e susseguente ricodifica secondo un nuovo paradigma.

Nel farlo però, Cimino porta in scena una narrazione marcatamente solida ma dal linguaggio filmico “fuori tempo”; quasi appartenente ai grandi kolossal del cinema moderno americano, che poco si presta agli albori del postmodernismo e della sua matrice new-hollywoodiana; al pubblico giovanile di Star Wars (1977) e Alien (1979) per intenderci. Un corto circuito produttivo che vive di sequenze estese e montaggio compassato; d’imponenza registica e feroci ma poco realistiche allegorie.

In fondo era questa la visione di Cimino, avvisaglia di ciò che Hollywood gli comunicherà dopo il “folle” I cancelli del cielo. Un cinema magnificente, vissuto tra passato e presente, ma forse anacronistico, incapace di guardare a un futuro prossimo e imminente; e per questo magico nella sua perenne sospensione.