Il braccio violento della legge, di William Friedkin, il labile confine tra bene e male del duro lavoro da poliziotto, con Gene Hackman, Roy Scheider e Fernando Rey

Ci mise pochissimo William Friedkin ad imporsi, agli albori della New Hollywood, come uno dei volti emergenti più interessanti. Stile caustico, senza filtri, sperimentatore e sovversivo. Una quadrupla allitterazione capace però d’inquadrare pienamente la dimensione autoriale del Friedkin-regista. Dopo un’opera prima su commissione di puro rodaggio – Good Times (1967), musical infelice con Sonny & Cher – balzò agli onori della cronaca per Festa per il compleanno del caro amico Harold (1970). La prima pellicola hollywoodiana a trattare apertamente il tema dell’omosessualità, recentemente riletta da Netflix sotto il titolo di The Boys in the Band (2020). Abbastanza da dare a Friedkin la credibilità necessaria per dar vita al suo primo grande successo della carriera: Il braccio violento della legge (1971).

Gene Hackman e Roy Scheider

Caposaldo della New Hollywood contenente al suo interno una delle dicotomie sceniche bene/male meglio scritte e caratterialmente sfumate della storia del cinema, l’opera di Friedkin riuscì a cogliere appieno il fervore politico-sociale dell’epoca di riferimento; la sua insita violenza urbana. Non a caso, per via di un approccio registico concreto e dal taglio marcatamente realistico – nonché dei temi sociali espressi – la pellicola suscitò giudizi misti al momento dell’arrivo nelle sale statunitensi.

La forbice di opinioni sull’opera di Friedkin a testimonianza dell’epoca di cambiamento

Per alcuni, Il braccio violento della legge risultava essere permissivo e indulgente verso i criminali; ponendo così in cattiva luce le forze dell’ordine – alla maniera di Gangster Story (1967) per intenderci. Altri, al contrario, giudicavano il film reazionario ribaltando gli elementi sopracitati secondo un’inerzia opposta: poliziotti violenti/potere costituito, malviventi da annientare (anziché riabilitare) – al pari del contemporaneo Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo (1971).

Fernando Rey e Gene Hackman in una scena de Il braccio violento della legge

In ogni caso, comunque la si vedesse, era un cinema nuovo, innovativo, dallo stile asciutto e non più nostalgico. Capace di mettere al centro del conflitto eroi dall’impianto valoriale tutt’altro che benevolo come Papà Doyle e Tristezza Russo, nonché villain dalla caratterizzazione ben più positiva come Charnier. Una forbice netta tra l’esistenza grama di agenti afflitti da dubbi e frustrazioni e l’elevato tenore di vita dei trafficanti, villain-senza scrupoli.

Emblematica, in tal senso, il momento della cena durante l’inseguimento. Sequenza dalla costruzione d’immagine che denota un uso prodigioso della profondità di campo che vede da una parte l’eroe accontentarsi di un trancio di pizza raffermo e del vino rosso scadente e dall’altra il villain alle prese con un pasto luculliano.

Nel cast figurano Gene Hackman, Roy Scheider, Fernando Rey, Tony Lo Bianco, Marcel Bozzuffi, Bill Hickman, Eddie Egan, Sonny Grosso, Frédéric de Pasquale, e Patrick McDermott.

Il braccio violento della legge: la sinossi del film di William Friedkin

Jimmy Papà Doyle (Gene Hackman) e Buddy Tristezza Russo (Roy Scheider) sono due investigatori della narcotici di New York. Violenti, maneschi, sregolati, praticamente allo sbando; sono noti per i loro metodi poco ortodossi. Doyle, tra l’altro, è sulla graticola. Il suo capo, Walter Simonson (Eddie Egan) lo tiene sotto scacchi. Negli ultimi mesi infatti, le sue indagini si risolvono praticamente in un nulla di fatto. Stavolta però è diverso. Doyle e Russo scoprono dai loro contatti che da Marsiglia è in arriva una grossissima spedizione di eroina.

A capo del losco traffico c’è il misterioso trafficante Alain Charnier (Fernando Rey). Iniziano così un’estenuante indagine fatta di pedinamenti e di una caccia al ladro che – specie per Papà – diverrà presto un’ossessione. Charnier è infatti più furbo di una volpe. Elude la sorveglianza dei due investigatori con astuti stratagemmi e riesce a muovere le fila del traffico di eroina nonostante la costante presenza di Doyle. Sarà l’inizio di una partita a scacchi che si risolverà, per Doyle, nel più doloroso dei modi.

Gene Hackman in una scena de Il braccio violento della legge

Il marcato realismo tra eventi reali e ispirazione registica

Prodotto da Darryl F. Zanuck, Richard D. Zanuck e David Brown della 20th Century Fox e costato quasi 2 milioni di dollari. Nonostante quanto venga riportato nei titoli di coda, Il braccio violento della legge è una ricostruzione di eventi ben oltre il realismo. Tratto infatti dall’omonimo romanzo del 1969 di Robin Moore – e sceneggiato da Ernest Tidyman – la trama è incentrata sul contrabbando mondiale di eroina degli anni sessanta-settanta.

Il 26 aprile 1968 fu effettuato un sequestro record di più di 100 chili di eroina contrabbandata a New York e nascosta su di una Citroen DS. Per un importo totale vicino ai 720 kg di droga contrabbandata lungo i molteplici viaggi. Gli stessi agenti scenici di Hackman e Scheider si basavano sui veri piedipiatti che seguirono il caso – Eddie Egan e Sonny Grosso – qui in ruoli di contorno e nelle vesti di consulenti per dare credibilità alla pellicola sul piano dialogico oltre che simbolico. Tanto che, a questo proposito, molte battute pronunciate dagli agenti scenici erano estemporanee e non presenti in sceneggiatura.

Gene Hackman e Roy Scheider

In termini di impostazione registica, nella traccia audio del commento dell’edizione restaurata in Home Video del 2009, Friedkin affermò come le principali ispirazioni registiche fossero attribuibili a Jean-Luc Godard e Costa-Gavras; rispettivamente con Fino all’ultimo respiro (1960) e Z, L’orgia del potere (1969). Nel mezzo Il braccio violento della legge come perfetto punto di equilibrio narrativo-registico tra la cine-realtà sperimentale della Nouvelle Vague e quella di taglio marcatamente politico.

Il paternale consiglio di Howard Hawks: gira un inseguimento meglio di chiunque altro

Scelto dai Zanuck dopo aver visto Festa di compleanno (1968) e superata la concorrenza di Michael Winner che gli avrebbe dato un taglio più action e meno elaborato nelle sfumature. Per certi versi invece, la scelta di Friedkin di dirigere Il braccio violento della legge è ascrivibile a un consiglio datogli da Howard Hawks. All’epoca Friedkin conviveva con la figlia di Hawks. Quando chiese al padre di lei che ne pensasse dei film che aveva diretto fino a quel punto, il regista di Scarface (1932) gli rispose senza mezzi termini:


Schifosi.

Però gli diede un consiglio paternalistico-registico di tutto rispetto:


Fai un buon inseguimento. Fanne uno meglio di qualunque altro sia stato fatto finora.

Gene Hackman in una scena de Il braccio violento della legge

Sembrerebbe che Friedkin avesse seguito il consiglio di Hawks pedissequamente. Nonostante il successo della pellicola sia infatti ascrivibile a più fattori, ciò che resta impresso nella memoria de Il braccio violento della legge è proprio la sequenza-centrale dell’inseguimento. Sequenza dall’alto tasso adrenalinico ad oggi inserita tra le più riuscite del cinema di genere che, ironicamente, nessuno voleva filmare. Per via della pericolosità infatti, i cameraman – tutti con famiglia – non vollero rischiare la loro incolumità. Ciò che vediamo è stato frutto dell’incoscienza registica di Friedkin; e i posteri per questo lo ringraziano.

L’eroico dipendente della New York Transit Authority e quel biglietto per la Jamaica

C’era solo un piccolo problema in merito. L’inseguimento fu girato in via del tutto illegale. Oggi, con i controlli attuali, un’opera come Il braccio violento della legge verrebbe abortita già al primo giorno di riprese; o quantomeno necessiterebbe di un corposo re-editing del piano di lavorazione. All’epoca tutto questo veniva gestito, un po’, all’acqua di rose. Per poter realizzare la sequenza il regista de Cruising (1980) aveva bisogno dell’approvazione della NYTA (New York Transit Authority). Espose così esattamente ciò di cui necessitava per girare quella scena. Il dipendente, secondo le cronache dell’epoca, disse esplicitamente:


Per poterlo approvare avrò bisogno di quarantamila dollari e un biglietto di sola andata per la Jamaica. […] Quando uscirà il film sarò licenziato per questo.

La scena dell'inseguimento (illegale) de Il braccio violento della legge

Nonostante l’insolita richiesta sembrerebbe che Friedkin e la FOX la accolsero pur con qualche perplessità. La scena venne così girata e passò alla storia del cinema ma con una piccola aggravante. L’incidente stradale all’incrocio tra la Stillwell Avenue e l’86esima non era presente nello script: avvenne realmente. Coinvolse l’auto di scena e quella di un pendolare che si stava recando al lavoro. Lui fu risarcito e Il braccio violento della legge aggiunse quella nota in più di spettacolarizzazione realistica.

Al dipendente statale le cose andarono esattamente come previsto: fu licenziato per negligenza. Contribuì però, in modo indiretto, a realizzare una delle sequenze più realisticamente e artisticamente importanti della New Hollywood.

La sliding door Fernando Rey/Francisco Rabal nel segno di Luis Bunuel

Ad oggi il cast de Il braccio violento della legge è una delle eccellenze del panorama filmico: due emergenti di lusso come Gene Hackman e Roy Scheider; un veterano come Fernando Rey, attore-feticcio di Luis Bunuel (Tristana, Il fascino discreto della borghesia, Quell’oscuro oggetto del desiderio). Eppure, che ci crediate o meno, ci furono molte difficoltà per la scelta dei tre volti-principe. Se Scheider colpì da subito per la sua energia – tanto che i due torneranno a lavorare in Sorcerer – Il salario della paura (1977) – lo stesso non può dirsi per i per gli interpreti di Charnier e Papà Doyle.

Nel caso di Fernando Rey ad esempio, nonostante la fama lo precedesse, capitò sul set de Il braccio violento della legge per via di uno scambio di persona. Friedkin, infatti, pensò si a un attore notato in un film di Bunuel, solo che non era uno di quelli in cui aveva lavorato Rey. L’opera in questione era Bella di giorno (1967). Nel guardarlo, Friedkin rimase impressionato da Francisco Rabal. Non sapendo il suo nome disse al casting director semplicemente che era un attore spagnolo che aveva lavorato con Bunuel.

Fernando Rey

Si può solo immaginare la faccia che fece Friedkin quando si trovò dinanzi a sé Rey e non Rabal. Ironia del destino volle che lo scambio di persona del casting director si rivelò risolutivo. Nei piani del cineasta de Quella notte inventarono lo spogliarello (1968) c’era infatti di licenziare il primo per lavorare con la sua, effettiva, scelta. Peccato che, raggiunto finalmente Rabal, si scoprì che non sapeva parlare né francese, né inglese. Rey fece così la storia ma con una piccola sorpresa: il suo francese era pessimo; lo doppiarono in post-produzione preservando però le sue parti in inglese.

William Friedkin e Gene Hackman: un rapporto impossibile

Se la scelta di Rey si rivelò uno di quei aneddoti spassosi da raccontare ai nipotini, per la scelta di Hackman/Doyle le cose si fecero ben più spinose. Per Friedkin non era affatto la prima scelta; ma nemmeno la seconda o la terza. I candidati ideali corrispondevano infatti ai nomi di Paul Newman (fuori budget); Steve McQueen, Lee Marvin e Charles Bronson (rifiutarono entrambi seccamente); James Caan, Peter Boyle e Robert Mitchum (proposte rispedite al mittente per via dell’eccessiva violenza del concept); Rod Taylor e Jackie Gleason (tagliati fuori dalla FOX perché poco attraenti al box-office); Jimmy Breslin (columnist del NY Daily News che fece perfino 2 settimane di apprendistato ma licenziato perché non sapeva guidare).

Alla fine la spuntò Hackman quasi per necessità verrebbe da dire. Con il senno di poi e quell’Oscar al Miglior attore protagonista in mano ci sarebbe da aggiungere anche fortunatamente. Non fu facile però. Il rapporto tra Hackman e Friedkin fu sempre sul punto di esplodere tra violenza verbale e azioni legali. Hackman infatti ebbe molte difficoltà ad utilizzare il metodo per vestire i panni di Papà Doyle. La sua indole gli impediva di entrare in empatia con la cieca scontrosità violenta del suo personaggio nonché con il suo linguaggio razzista.

Gene Hackman

La cosa si andò a sommare con i metodi di lavoro di Friedkin che per chi non lo sapesse erano molto spartani. Sul set de L’esorcista (1973), ad esempio, schiaffeggiò ripetutamente Linda Blair ed Ellen Burstyn per ottenere le reazioni volute; arrivò perfino a legarle a una sedia.

Oggi finirebbe probabilmente sulla graticola della gogna-social. All’epoca ci si indignava ma il tutto restava nel silenzio della lavorazione. Con Il braccio violento della legge le cose non furono dissimili. Per dire, la scena d’apertura natalizia fu portata a casa dopo 27 ciak. Friedkin comprese le difficoltà di Hackman e iniziò a provocarlo ad ogni scena così da fargli montare su la rabbia. La cosa funzionò così tanto che Hackman minacciò di andarsene; ed eravamo soltanto al secondo giorno di riprese.

Il braccio violento della legge: il realismo friedkiniano

Direttamente figlio delle atmosfere del cinema noir-poliziesco di opere come Il grande sonno (1946) e Le catene della colpa (1947), gli intenti artistico-narrativi della rilettura operata da Friedkin e il suo Il braccio violento della legge hanno un ché di prodigioso. Per certi versi, non dissimile da quanto compiuto da Sam Peckinpah con Il mucchio selvaggio (1969) e il cinema western americano. Ricalibrare cioè le estetiche dello spaghetti-western leoniano al servizio della tradizione e dell’impianto valoriale del western classico a quel punto ricodificato.

A conti fatti, attraverso l’epica stanca e dilatata della coppia di sbirri non-buddy Papà Doyle/Tristezza Russo, Friedkin è riuscito a rivoluzionare il genere crime cop scardinandone una struttura – fino a quel punto – classica e compattata. Un qualcosa di cui si era già occupato in parte Peter Yates con Bullitt (1968) ma le cui atmosfere – con Friedkin – prendono una strada praticamente dicotomica: meno costruite e più libere, realistiche, lasciate a briglia sciolta.

Fernando Rey e Gene Hackman in una scena de Il braccio violento della legge

È il linguaggio filmico a far la differenza. E in Il braccio violento della legge, il regista de Killer Joe (2011) ne costruisce metodicamente uno capace di unire i frenetici ritmi di montaggio tipici dell’action movie alla costruzione di atmosfere dense dal ritmo più compassato. Il tutto trova consolidamento nel taglio registico. Un approccio figlio del passato documentarista, di cui Friedkin si serve nel gettare le basi della costruzione d’immagine che – un po’ come accadrà con L’esorcista – gli permette di catapultare lo spettatore al centro del conflitto pur restando, sempre, un passo indietro rispetto agli eventi mostratici.

Un realismo crudo quindi, senza filtri, perfino sporco nel mostrarci – camera a mano tremante – la vita di strada da sbirri sullo sfondo di un paesaggio metropolitano freddo, lercio e dai toni desolanti. Così, al posto di una struttura narrativa fatta crescere secondo un andamento ragionato, Friedkin fa vivere i suoi Papà e Tristezza nelle attese.

Nei metodici pedinamenti estenuanti, di traffico; nelle piste svianti e in formidabili prove di tensione narrativa sulla metropolitana; di auto smontate pezzo-per-pezzo e di altre totalmente sfasciate in inseguimenti supersonici ormai leggendari. Trovando infine l’apice in una risoluzione del conflitto scenico da antologia. Aperta, anti-climatica, esistenzialmente sorprendente, volta a rendere la narrazione ancora più, marcatamente, realistica di quanto già non lo fosse.

Il braccio violento della legge: un’opera pionieristica

Vincitore di 5 Oscar 1972 (Miglior film, Miglior regia, Miglior attore protagonista, Miglior sceneggiatura non originale, Miglior montaggio) a fronte di 8 nomination; Il braccio violento della legge permise a Friedkin di compiere il grande salto in termini artistici. Si narra infatti che William Peter Blatty lo avesse scelto alla regia de L’esorcista proprio grazie all’energia espressa nella realizzazione di quest’opera.

L’aver gettato le basi della ricodifica filmica del poliziesco; il consolidamento degli intenti new-hollywoodiani di caratterizzazioni sporche, ambigue, indissolubilmente inedite già presenti nel sopracitato Gangster Story influenzando un intero approccio registico da Schlesinger ad Altman sino a Coppola; l’aver ricalibrato il proprio di occhio autoriale secondo le estetiche cinematografiche degli anni ottanta ma ponendo intenti non dissimili in Vivere e morire a Los Angeles (1985).

Giunto ai cinquant’anni d’età (7 ottobre 1971) con all’attivo due sequel – il ben più canonico Il braccio violento della legge 2 (1975) e il film televisivo/unaired pilot Il braccio violento della legge 3 (1986) e uno spin-off televisivo sotto mentite spoglieSquadra speciale (1973) -; questo e molto altro ha rappresentato Il braccio violento della legge per la sua epoca e per il relativo retaggio. Qualcosa di cui, Friedkin, sembrò parlare ante-litteram in una dichiarazione rilasciata all’indomani del rilascio in sala:


Ogni film che ho fatto è stato finora per motivi diversi. La festa di compleanno, ad esempio, è stata puramente un lavoro d’amore per Harold Pinter. Altri dovevano far avanzare la mia carriera; farmi ottenere incarichi migliori. Non ho alcun riguardo e nessuna conoscenza del valore del denaro. Non dico che sia una virtù, solo un fatto. Per me il brivido più grande del mondo – l’unico brivido – è vedere 20 secondi sullo schermo che ti entusiasmano davvero.