FUGA IN TACCHI A SPILLO, la recensione

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Se c’è un valido motivo (uno e solo) per cui vale la pena guardare Hot Pursuit, titolo originale della pellicola tradotto in italiano nel poco appealing Fuga in Tacchi a Spillo, è per le sue protagoniste, ‘incarnate’, nel senso più stretto del termine, da una androgina Reese Witherspoon e da un’esplosiva quanto conturbante Sophia Vergara.
Ricalcando le orme del buddy movie di impronta femminile, già sperimentato in passato da Sandra Bullock e Melissa McCarthy nel recente Corpi da Reato di Paul Feig (atteso nel 2016 al banco di prova con un altra pellicola ‘all female’, il reboot di Ghostbusters), la regista Anne Fletcher mette in scena una storia dalle dinamiche semplici e lineari ma al tempo stesso utilizzando una matrice più ironica e quasi teatrale che funge da traino per veicolare il film nella direzione del sano divertimento. Con una sceneggiatura ricca di stereotipi e caratterizzata da un linguaggio schietto e diretto, attraverso sketch ‘leggeri’ con virate nei dialoghi dall’inglese allo spagnolo, la vera meccanica ad incastro sta proprio nel rapporto delle due donne, che per quanto possa risultare verosimile nel contesto narrativo non è sufficiente a sollevare le sorti di un film che nel complesso vive più di silenzi spiazzanti e pause a prova di sbadiglio.

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La vicenda vede incrociare i destini di due donne agli antipodi, diverse sia dal punto di vista estetico che dal grado di estrazione sociale: da una parte troviamo una poliziotta di complemento di nome Cooper (Witherspoon), bionda, impacciata e dal carattere mascolino, e dall’altra l’esuberante signora Riva (Vergara), moglie e vedova di un ex trafficante sotto protezione, dall’aspetto sexy e prorompente, quasi impossibile da guardare negli occhi. Il compito della severa agente, devota e rispettosa delle regole, è quello di salvare la spericolata consorte del boss della droga, cercando di fuggire attraverso le strade del Texas dalle grinfie di poliziotti corrotti e banditi assassini che le inseguono senza sosta. L’impronta del lungometraggio è quella di un’action comedy ‘on the road’ sviluppata sulla linea di un lungo ‘car chase‘ che prosegue per tutta la durata del film con uno schema troppo tradizionale e déjà vu che non si sforza di essere originale o particolarmente innovativo, se non per il tentativo, seppur vano, della Fletcher di affidare le chiavi della comicità, a tratti sterile e poco vivace, a due interpreti femminili e non maschili come accade normalmente in pellicole aderenti a tale genere.

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Nonostante la volontà di affermare il concetto di ‘girl power’ e di rinnovare il messaggio di emancipazione femminile a 360 gradi, la regista e coreografa statunitense, forte della sua esperienza cinematografica nel musical pop teenageriale Step Up e nelle rom-com 27 volte in bianco e Ricatto d’amore, riesce a dar forma ad un film onesto e senza troppe pretese che fatica però a decollare pienamente. Il suo punto di forza è rappresentato dalle due protagoniste che riescono ad esasperare le loro interpretazioni, dando vita ad alcune gag simpatiche e esilaranti, e a mettersi in gioco, malgrado l’impedimento di tacchi vertiginosi o scarpe alte, con discreto coraggio. Una scommessa, ma anche una sfida al genere maschile, abituato e a proprio agio in contesti predisposti al pericolo e all’avventura, per dimostrare che anche le donne possono osare e a volte sorprendere persino se stesse; un’operazione non completamente riuscita nel film.
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