CRASH, la recensione del film di David Cronenberg

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Crash, recensione del film di David Cronenberg CineAvatar.it

Crash, di David Cronenberg, ennesima declinazione della relazione tra la carnalità umana e il sesso, dal 16 luglio in versione restaurata 4K di nuovo al cinema grazie a Movies Inspired

Quello di Crash (1996) è senza dubbio uno dei casi più interessanti all’interno dell’opus Cronenberghiano, piena espressione di quella nuova forma – in divenire –  della poetica cinematografica del cineasta canadese. Da sempre capace di raccontare della contaminazione del corpo umano e della macchina e degli uomini e dei loro animi corrotti; il cinema di Cronenberg ha affrontato una mutazione come quella dei suoi personaggi in scena, passando dalla teorizzazione del body horror e del grottesco, a una forma tematica decisamente più “in sottrazione”.

In fondo non era più necessario raccontare di telepati capaci di far esplodere le teste come in Scanners (1981), di zelanti produttori televisivi affamati di violenza e pornografia come in Videodrome (1983) o di scienziati vittime di esperimenti spaventosi come in La Mosca (1987); per raccontare l’orrore degli uomini bastavano gli uomini stessi come nel caso del passato oscuro volto a cancellare la serenità del presente in A History of Violence (2005), o nell’orrore umano come nevrosi in A Dangerous Method (2011). Nel mezzo, Il pasto nudo (1991), un trattato sociologico in forma filmica che funge da anello di raccordo tra i due periodi. Crash, in tal senso, si inserisce in questo secondo periodo della poetica Cronenberghiana.

Tratto dall’omonimo romanzo del 1973 di J.G.Ballard e vincitore del Premio della giuria al Festival di Cannes 1996, nel cast di Crash figurano James Spader, Elias Koteas, Holly Hunter, Rosanna Arquette, Deborah Unger e Peter MacNeill.

Elias Koteas in una scena di Crash, recensione del film di David Cronenberg

Crash come Shining

Seppur in forma decisamente diversa, ma anche in Crash – così come accaduto in Shining (1980) di Stanley Kubrick – assistiamo a una rilettura del messaggio alla base del racconto e del sottotesto in esso contenuto. A differenza però di Shining, con King che arrivò a disconoscere l’opera di Kubrick, in Crash il rapporto tra scrittore e regista fu decisamente diverso.

Ballard infatti, durante Cannes 1996, sostenne come: “Ho dichiarato che il film di Cronenberg cominciava là dove il mio romanzo finisce, dal momento che nel mio libro io tento di alleviare il lettore dell’apparente logica da incubo che sostiene Crash. Tento di persuaderlo che il personaggio del narratore, che porta il mio nome, è attirato malgrado lui nel mondo di Vaughan, questo scienziato teppista. Nel film di Cronenberg, al contrario, i personaggi accettano questo universo dall’inizio. Ciò che rimane latente nel romanzo diventa manifesto nel film.

Crash venne così rielaborato da Cronenberg, inserendolo nella teorizzazione della “nuova carne elaborata in Videodrome (1983), in un’attrazione verso la tecnologia che non avviene tramite la realtà televisiva – come avviene nel film con James Woods – ma mediante la trasformazione fisica e la violenza. L’opera di Ballard si piega così alle esigenze filmiche e poetiche di Cronenberg.

Crash, la sinossi del film di David Cronenberg

Il produttore cinematografico James Ballard (James Spader) vive un rapporto disfunzionale con la moglie Catherine (Deborah Unger) – un’affascinante istruttrice di volo – fatto di esperienze extraconiugali raccontate in minuziosi dettagli per tenere alta la tensione sessuale. Una notte James ha un incidente stradale, facendo un frontale con l’auto della Dottoressa Helen Remington (Holly Hunter).

La collisione dei due veicoli darà vita a una serie di eventi che porteranno James e la moglie nel suburbano metropolitano, popolato da personaggi ambigui come Vaughan (Elias Koteas). Sarà l’inizio della fine di un delicato e perverso equilibrio di coppia che porterà marito e moglie a riscoprirsi e ridefinirsi.

una scena di Crash, recensione del film di David Cronenberg

Un sottile gioco di particolari e di immagini 

Le macchie di sangue sulla cappotta, le ruote anteriori che entrano nell’abitacolo di guida, il pavimento incurvato, il cruscotto accartocciato, l’abitacolo deformato fatto di polvere e vetri frantumati, tappetini inzuppati di sangue e urina; una perversa unione metallica che diviene la metafora catastrofica dell’unione (loro malgrado) violenta delle vite dei personaggi di Spader e Hunter.

Quello di Crash è un gioco di particolari e silenzi, di guanti con cui proteggersi dal mondo, di cinture di sicurezza troppo strette, di gonne troppo corte e di mutande strappate – declinati in una recitazione monocorde, di totale apatia dominata dal freddo di una fotografia in blu, con cui Cronenberg racconta di azioni passive e di un distacco emotivo degli agenti scenici.

Le cicatrici e la meccanica: Gloria e vita alla nuova carne

Sono danneggiati i personaggi di Cronenberg, chi con cicatrici sulla fronte, e alla base del collo e gli occhi tumefatti, con gambe su cui campeggiano ematomi e tenute in piedi da protesi meccaniche – come nel caso di Ballard e Remington, o di cicatrici da taglio autoindotte sulle guance e sulle gambe come per Vaughan e Gabrielle. Tagli e traumi che non fanno (più) male e con cui far trasparire il dolore interno ed esternare la corruzione dell’animo. Tutti elementi funzionali perché volti ad arricchire la caratterizzazione dei personaggi in scena – e che Cronenberg sottolinea, in regia, con silenziosi e profondi particolari.

I corpi di Crash sono impigliati in giochi perversi e vacui, da cui si evince una fluidità sessuale, l’assenza di una precisa identità che si traduce nella ricerca di atti sessuali fini a sé stessi. Azioni vuote, distaccate e asettiche ricondotte al raggiungimento dell’orgasmo soltanto per mezzo della violenza e della collisione fisica. Emblematica, in tal senso, la sequenza in cui i protagonisti si riuniscono per provare piacere guardando videocassette di incidenti stradali come fossero pornografiche.

Non c’è amore in Crash, ma un ripetersi di azioni meccaniche fatti di primi e primissimi piani e campi lunghi immersivi che danno vita a un racconto dalla crescita della posta in gioco ragionata, con cui dispiegare un solido intreccio scenico.

una scena di Crash, recensione del film di David Cronenberg

Crash come Amleto: Vaughan e il teatro nel teatro 

L’ingresso in scena del Vaughan di Koteas –  simulacro della concezione del rimodellamento del corpo umano per mezzo della tecnologia –  è espressione di un voyeurismo oltre il limite che si traduce ora nel filmare scene di incidenti stradali, ora nel causarli egli stesso, ora nel ricostruirli teatralmente. Un’operazione di bricolage narrativo a cui partecipano – da spettatori – Ballard e Remington, che richiama all’Amleto e all’episodio dell’Assassinio di Gonzago. Un “teatro nel teatro” che diventa esteriorizzazione del potere taumaturgico dell’arte, e di come, ricostruendo un incidente si esorcizzi il dolore, causando piacere e cementificando il rapporto.

La variabile narrativa Vaughan entra così in collisione con i coniugi Ballard, in una riscoperta di sé e di una ricalibrata chimica di coppia che fa cessare qualunque sentimento amoroso; introducendo il freddo e la meccanicità nei rapporti, resi possibili solo dall’elemento artificiale e avvolgendoli nel suo mondo di perversione e violenza.

Un’opera dal linguaggio filmico immediato e naturale

A proposito del perché Cronenberg abbia scelto, in Crash, di girare gli incidenti stradali con naturalezza anziché mediante i rallenty rispose così: “Ho rifiutato il computer e l’hi-tech, perché tutta la vecchia tecnologia fa già talmente parte del nostro sistema nervoso da divenire pressoché invisibile; per renderle la sua novità, la sua originalità, occorre stabilire un equilibrio fra controllo e caos per mezzo di una sottile dislocazione degli angoli di ripresa, per mezzo della fluidità del movimento.” Ed è proprio questa la chiave di lettura dell’opera di Cronenberg.

Pur soffermandosi spesso sulla composizione della curata messa in scena piuttosto che nell’effettivo sviluppo dei suoi archi narrativi, un po’ sacrificati – specie nel terzo atto – Crash ha la capacità di proseguire il discorso sul rapporto uomo/macchina con sorprendente lucidità e freddezza, attraverso un linguaggio filmico naturale, immediato, rapido e brutale. Tanto basta a Cronenberg per realizzare un autentico gioiello della cinematografia mondiale, che s’inserisce nella sua poetica al fine di arricchirla e al contempo sovvertirla.