Cane bianco, di Samuel Fuller, il razzismo come male incurabile della società, con Kristy MacNicol, Paul Winfield e Burt Iver

Siamo nel 1982, Samuel Fuller dopo il successo de Il grande uno rosso (1980) – una sorta di Quella sporca dozzina (1967) postmoderno – punta tutto su Cane bianco (1982). Un racconto atipico, originale, tra l’horror e il dramma, nonché atto sovversivo di Fuller verso l’evoluzione del cinema hollywoodiano da vivo e realistico a baracconata favolistica. Tratto dall’omonimo romanzo di Romain Gary del 1970 e da una storia vera con protagonista Jean Seberg, il film vive di un’evidente contrasto ontologico.

Pur essendo infatti a pieno titolo un racconto anti-razzista, condannando l’essenza stessa del male sociale in modo brutalmente violento, è considerato – proprio per la tipologia di racconto – non solo politicamente scorretto ma anche profondamente razzista. Questo per via del concept alla base del racconto decisamente controverso. Un cane bianco – di nome e di fatto – programmato per uccidere la gente nera. Solo che, la sopracitata dicotomia ontologica, non ha reso vita facile a Cane bianco; tanto che la Paramount Pictures decise di bloccarne la distribuzione cinematografica negli USA in via preventiva – per evitare polemiche di qualunque tipo. Il film riuscì a trovare distribuzione in Europa, mentre per il resto gli fu imposta la dimensione del “home video”, ma anche quelle ebbero poca fortuna.

La NBC ne acquistò i diritti televisivi per 2 milioni e mezzo, occupandosi per una messa in onda di Cane bianco, senza censure. La NAACP insorse, intentò e vinse la causa per l’annullamento della proiezione televisiva; la motivazione alla base era che il materiale era poco adatto per un pubblico facilmente suggestionabile.

cane bianco

Fuller non la prese bene, affatto, spingendolo a espatriare in Europa, e a commentare così la scelta di tagliar fuori Cane bianco “dal cinema che conta”:

È difficile esprimere il dolore di avere un film finito chiuso in un caveau, per non essere mai proiettato per un pubblico. È come se qualcuno mettesse il tuo neonato in una dannata prigione di massima sicurezza, per sempre.”

Nel cast de Cane bianco –  disponibile su Prime Video – figurano Kristy MacNicol, Paul Winfield e Burt Ives; e ancora Dick Miller, Vernon Veddle, Jameson Parker, Lynne Moody.

Cane bianco: la sinossi del film di Samuel Fuller

L’attrice Julie Sawyer (Kristy MacNicol) investe un pastore svizzero bianco nella strada di ritorno da un provino. Preoccupata per le sue condizioni, Julie lo porta dal veterinario rimettendolo in sesto. Inizia così una vivace dinamica tra Julie e il lupoide, fatta d’amore e fiducia. Il cane infatti salva Julie da una rapina e potenziale stupro, legandoli indissolubilmente. Il giorno dopo, tuttavia, dandosi alla fuga nell’inseguire un coniglio, il cane inizia a vagare per la città finendo con l’aggredire un netturbino nero.

Paul Winfeld

Dopo un successivo incidente sul set – che coinvolge una sua collega anch’essa nera – è chiaro come nel cane bianco ci sia un evidente problema comportamentale. Julie, spaventata, porta il cane da due addestratori che lo bollano come “cane bianco”; ovvero un cane riprogrammato per uccidere i neri.

Se però l’addestratore Carruthers (Burl Ives) è convinto che non ci siano speranze per lui, Keys (Paul Winfield) la pensa all’opposto; decidendo d’accettare così il difficile caso. Sarà l’inizio di un percorso di speranza per riportare il lupoide sulla retta via.

Un’atipica dinamica uomo-cane al centro del racconto

L’apertura di racconto di Cane bianco pone da subito le basi dell’intreccio scenico, a partire dall’incontro/scontro tra l’attrice protagonista e il lupoide bianco che da il nome al racconto. Cane bianco pone immediatamente l’attenzione sull’aspetto empatico della protagonista e la sua dolcezza insita, presentandoci i personaggi in scena per mezzo di una cura registica che vive di dettagli ed espedienti diegetici con cui valorizzare la lucentezza del pelo canino; di quella che – dalle basi narrative – sembra essere una comune dinamica uomo-cane.

Il dispiego dell’intreccio di Cane bianco, effettivamente, sembra porre le basi per un racconto “di genere” ordinario. Fuller gioca infatti con l’inevitabile empatia scaturita dal lupoide bianco; tra “teste girate”, e tutti quei piccoli suoni, movimenti, gesti, e “occhi che parlano” che solo la razza canina dei pastori tedeschi è capace di fare.

cane bianco recensione

Si sviluppa così la dinamica uomo-cane alla base del racconto, tra la sopracitata tenerezza, e l’altrettanto sentimento scaturito dalla semplicità di dialogo della coppia scenica. Eppure, già nel prendere una semplice pillola, Fuller ci mostra molto più di quello che le azioni giocose vogliono dare a vedere; coltivando i germogli della componente violenta di Cane bianco.

Nel teorizzare del valore d’avere un cane nella propria vita, e nel tempo da dedicargli, Fuller allarga il contesto narrativo del racconto – e di riflesso – le dinamiche relazionali. Con lo sviluppo scenico di Cane bianco, Fuller fa crescere la caratterizzazione del suo agente scenico canino; in un’opposizione d’immagini tra momenti di gioco e tenerezza, ad altri violenti e brutali generante un conflitto dicotomico tra l’apparente bontà e i gesti eroici, e la sua natura assassina. Sfruttando infatti la componente fisica, Fuller fa crescere la dimensione relazionale della dinamica uomo-cane al centro del racconto; e più questa cresce, più cresce – di riflesso – l’empatia e la pericolosità del lupoide bianco.

Il razzismo come induzione e non istinto naturale

Tutto il secondo atto alza sensibilmente la posta in gioco della componente violenta, con cui emerge perfino la dicitura di “Cane bianco” come “cane programmato per uccidere i neri”; espediente con cui Fuller esplicita anche a livello testuale il sottotesto alla base del racconto. Emerge così – di riflesso – anche una profonda anima di critica sociale nei confronti di come gli animali vengono trattati nei canili – e in generale delle crudeltà infieritegli nell’addestramento. L’insita forza del racconto di Cane bianco sta nella valenza del suo messaggio, con cui poterlo traslare nella generalità; come il razzismo non sia di per sé un istinto “naturale” ma indotto ora dall’azione umana, ora dal contesto dell’ambiente in cui si cresce.

cane bianco

La rieducazione del lupoide bianco incede in un ritmo forsennato, tra chiusure in gabbia, e riconfigurazioni emotive con cui ricalibrare l’associazione “nero-morte”; un sali-scendi emozionale per un racconto lineare con cui Fuller carica di valore le azioni del Keys di Winfeld. L’intero processo rieducativo diventa quindi, oltre che funzionale allo sviluppo scenico, pedagogico per la natura umana; in un “educarne uno per educarne tutti” con cui Fuller prova a dare speranza al mondo nel debellare la piaga del razzismo.

Con la risoluzione del conflitto scenico tuttavia, in un corposo lavoro di regia di un ipotetico triello tra le possibili scelte, Fuller condanna il mondo all’impossibilità di un cambiamento; scegliendo tuttavia una soluzione che seppur cinematograficamente valida, spazza via l’arco di trasformazione del suo agente scenico canino. Una sorta di cortocircuito narrativo con cui Fuller si oppone ai lieti fine hollywoodiani, ma che finisce con il tradire il processo educativo; nonché lo sviluppo scenico della nuova anomalia psichica – che suona come un colpo di scena “infelice” che non una componente saputa coltivare in sceneggiatura.

La nuova vita di Cane bianco

Nonostante tutto, c’è un senso ultimo nella sopracitata risoluzione scenica. Fuller  condanna l’umanità perché l’umanità stessa – in fondo – è già condannata. Non a caso nel 2020 del #BlackLivesMatter e di una rivoluzione socio-culturale fatta di disclaimer con cui indurre auto-coscienza degli orrori della storia, Cane bianco è – suo malgrado – più attuale oggi di ieri.

Paradossalmente quindi, il finale “infelice” con cui Fuller non riesce a vedere una redenzione nell’uomo, è perfettamente inquadrabile nella storia dell’umanità. Lo dicono i George Floyd e Kyle Rittenhouse degli ultimi mesi, l’attualità recente di Willy Monteiro, e le migliaia di afro-americani uccisi da fanatici bianchi assolutisti dal grilletto facile. Quindi si “suo malgrado” Cane bianco funziona ancora; nella speranza che – con un po’ d’ottimismo – la rieducazione socio-culturale in atto porti finalmente i suoi frutti.

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