
Boston – Caccia all’uomo è il paradigma della storia vista con il filtro della cultura statunitense. Dopo il disaster movie Deepwater – Inferno sull’Oceano, Peter Berg dirige con mano sicura gli avvenimenti dell’attentato di Boston (15 aprile 2013) nel giorno del Patriot’s Day. Hollywood è una delle poche industrie capaci di monetizzare tragedie storiche ancora fresche nella memoria collettiva (l’attentato accadde nel 2013) senza venire accusata di sciacallaggio. Si ricordi, in tal senso, la corsa a riprodurre l’attentato dell’11 settembre, la velocità con cui venne prodotto Zero Dark Thirty per raccontare l’uccisione di Osama Bin Laden. Il punto è che, il più delle volte, il prodotto finito è anche estremamente buono.
Boston – Caccia all’uomo non è da meno. Il film inizia seguendo i numerosi personaggi le cui vite saranno toccate irreversibilmente dall’attentato. Berg si prende tutto il tempo per sviluppare l’umanità dei protagonisti, mostrandoli nella loro intimità. La caccia all’uomo inizia e finisce all’interno delle case, nelle vite delle persone comuni, terrorizzate e sconvolte dalla cattiveria umana. Il lungometraggio si riempie di dettagli, spesso secondari, che vengono accennati e non più ripresi. L’effetto è quello di stare osservando una parentesi, all’interno di una storia di vita più grande. Tommy Saunders, il sergente di polizia interpretato da Mark Wahlberg, si lesiona un ginocchio nei primi minuti. Il dettaglio, se fossimo in un tradizionale blockbuster, ritornerebbe nel gran finale, mettendo in difficoltà il protagonista. In Boston – Caccia all’uomo invece la ferita di Saunders viene quasi dimenticata dal personaggio dopo l’esplosione delle bombe. L’adrenalina e il terrore, ridimensionano la sofferenza del singolo, diventando patimento collettivo.

Attraverso diversi stili di ripresa, Berg usa gli eventi del Patriot’s Day per descrivere le paure della società americana. Il film ha tre principali punti di vista: l’occhio della cinepresa, pulito e spettacolare. La visione (quasi) onnisciente delle videocamere di sicurezza, che contribuiscono alla caccia all’uomo. E infine i filmati amatoriali, che rispecchiano la prospettiva della gente. La ricostruzione della maratona è concepita in un forte crescendo, che non facilita certo il compito del regista. Eppure Boston – Caccia all’uomo, riesce ad andare oltre la pura celebrazione, fatta di lacrime e adrenalina. La seconda metà, dal momento della ricerca degli attentatori in poi, porta l’azione a scontrarsi con i temi e domande che ogni paese vittima di attentati si deve porre.
Il commissario Ed Davis (John Goodman) si trova di fronte ad una scelta durissima: dichiarare lo stato di emergenza, e ammettere di essere stati vittime di un attentato, gettando nel panico la popolazione, o tacere mentendo? La società panoptica di Berg, in cui, come nel carcere progettato da Bentham, ogni uomo è costantemente visto da occhi materali e\o immateriali (le videocamere di servizio), deve mettere in discussione il valore dell’immagine. Affidare la foto dei terroristi al dominio pubblico, può infatti avere conseguenze irreparabili. Il potere dell’immagine è quindi duplice e devastante: la sicurezza dell’essere visti e osservati costantemente crolla dal momento che viene a meno la certezza della rappresentazione. Se non si è sicuri che l’uomo rappresentato nelle immagini sia il colpevole, consegnare il suo volto alla gente potrebbe condannare alla gogna un innocente.

