ASSASSIN’S CREED, la recensione del film con Michael Fassbender

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Assassin's Creed - Photo: courtesy of 20th Century Fox
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La locandina italiana di Assassin’s Creed

Assassin’s Creed è l’atteso blockbuster di Justin Kurzel tratto dall’omonimo videogioco dalla Ubisoft.

La storia ruota attorno al personaggio di Callum Lynch, interpretato da Michael Fassbender, discendente di un membro dell’antico Ordine degli Assassini. Dopo avere assistito alla morte di sua madre ed essersi dato alla fuga, Callum trascorre la vita come un criminale. Condannato a morte, verrà salvato dal moderno Ordine dei Templari e costretto a utilizzare l’Animus, un apparato in grado di farlo entrare in contatto con i ricordi dei propri antenati. Attraverso questo macchinario i templari mirano a ritrovare la mela dell’Eden, oggetto della collera divina nelle leggende che potrebbe, però, rivelarsi un antico cimelio contenente la struttura genetica del libero arbitrio.
Bisogna dare atto al regista e agli sceneggiatori che il film non si presta ad una raffinatezza nella messa in scena o nella scrittura dei dialoghi che, forse, non era nemmeno richiesta. Assassin’s Creed concentra tutte le energie sul proprio protagonista senza mai riuscire a caratterizzarlo o a giustificare le sue azioni. Viene creata un’atmosfera di mistero tramite un assortito campo di comprimari ma, a questi, vengono affidati dialoghi troppo inconsistenti. Ogni momento del film che poteva essere toccante emotivamente (il salto della fede) o interessante cinematograficamente (il continuo rimbalzarsi tra presente reale e ricordi antichi) viene assorbito da una austerità nella rappresentazione o da un linguaggio inadatto. Gli effetti speciali sono brillanti da un lato e decisamente insufficienti dall’altro, ma non sarebbe un problema se questo non inficiasse la comprensibilità della ricostruzione. Kurzel apre il film lasciando ben sperare, con immagini ampie e pochi interventi di montaggio ma, man mano che ci si avvicina al finale, l’azione si fa sempre più caotica, confusa e frenetica.
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Assassin’s Creed – Photo: courtesy of 20th Century Fox
L’estetica della pellicola corrisponde quasi totalmente al lavoro di color correction fatto in post produzione. Il fascino delle tonalità seppia, desaturate e offuscate, regge pochi minuti e finisce per stancare prestissimo. L’alternanza tra due mondi è sicuramente un punto di interesse ma il film è abile a catturare l’attenzione soltanto nei momenti all’interno dell’Animus, in cui viene mostrata la Gilda degli Assassini all’opera. Purtroppo però quelle stesse situazioni sono troppo risicate nell’equilibrio della vicenda. Forse per il potere produttivo di Fassbender, forse per il tentativo fallito di dare spessore al protagonista, Assassin’s Creed si concentra troppo su Callum Lynch, sulla sua prigionia e sulla sua ricerca di sé, e poco sulla progressione degli eventi.
Il lungometraggio porta con sé tutte le problematiche che hanno i film tratti dai videogiochi: si concentrano infatti su alcuni intermezzi iconici, su richiami visivi o tematici alla controparte videoludica, faticando a sviluppare un’identità propria. Così anche nell’opera di Kurzel sembrano convivere almeno tre film differenti. Il primo ricalca l’aspetto più fantascientifico, il secondo (e quello meglio riuscito) è legato alla trasposizione delle dinamiche del videogame, mentre il terzo cerca di dare una giustificazione logica ai fatti con risultati poco fortunati. Per fare questo vengono chiamati in causa reliquie antiche, cospirazionismo retrodatato e sette malvagie che, pur con tutta la buona volontà, non appaiono soddisfacenti. L’epilogo, apertissimo e impalpabile, suggerisce un futuro seguito. Non ci resta che attendere, sperando in un sequel migliore.
Consigliato a: i fan più hard core dei videogame.
Gabriele Lingiardi

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