Vivere e morire a Los Angeles, di William Friedkin, luci e ombre nella vita di un poliziotto, con William Petersen, Willem Dafoe e John Pankow

Tra Il braccio violento della legge (1971) e L’esorcista (1973), William Friedkin seppe imporsi come uno degli autori di riferimento della New Hollywood. Attraverso un approccio autentico e rischioso, realistico ed estremo, Friedkin seppe lasciare il segno nei mutevoli anni settanta. Due infatti le nomination agli Oscar nella categoria Miglior regia dell’Academy tra il 1972 e il 1974; nel primo caso si tradusse in vittoria.
Negli anni ottanta però, tutto cambiò. Cruising (1980), oggi ritenuto tra le massime vette dell’opus friedkiniano, ma al momento del rilascio in sala collezionò soltanto polemiche tra i membri della comunità LGBT. Lo stesso dicasi per L’affare del secolo (1983) che pur con un Chevy Chase sulla cresta dell’onda ebbe ben poco impatto commerciale. Per certi versi quindi, quello con Vivere e morire a Los Angeles (1985) è da intendersi come un ritorno alle origini risolutore e necessario.

Il glam anni 80

Tratto dall’omonimo romanzo del 1984 di Gerald Petievich, il cineasta chicaghese ne rimase affascinato. Lo colpì, principalmente, il realismo e la surrealistica natura del lavoro compiuto da Petievich; scrittore di successo con alle spalle un passato quindicennale (1970-1985) da Agente Speciale dei Servizi Segreti statunitensi. Un terreno narrativo quindi familiare e confortevole per il regista de Killer Joe (2011) che nella dura vita dell’uomo di legge in bilico tra legalità e giustizia privata ha saputo costruire le sue e le fortune filmiche del sopracitato Braccio violento.

C’era un problema però. A partire dal pregevole ma poco acclamato Sorcerer – Il salario della paura (1977) Friedkin si guadagnò – al pari di Michael Cimino dopo Il cacciatore (1978) – l’etichetta di regista ambizioso ma economicamente rischioso; poco profittevole. Il budget dell’ambizioso remake del clouzotiano Vite vendute (1953) fu di 22 milioni di dollari; ne incassò 9 in tutto il mondo di cui appena 5 in America: un disastro totale. Fu quindi di appena 6 milioni di dollari il budget messo a disposizione dalla MGM per Vivere e morire a Los Angeles. Nulla tuttavia che frenasse la creatività di un Friedkin che come la storia ci ha insegnato, sapeva trarre il meglio dalle situazioni di crisi.

Chicago on my mind: William Petersen e John Pankow

Complice la natura da low-budget di Vivere e morire a Los Angeles, Friedkin scelse di non disporre né di professionisti iscritti al sindacato (il direttore della fotografia Robby Müller ad esempio, non lo era) né di grossi nomi come interpreti principali; affidandosi così ad emergenti e giovani in rampa di lancio. Le suggestioni Jeff Bridges, Richard Gere ed Harrison Ford come volto scenico dell’Agente Speciale Chance restarono tali. Il primo nome provinato fu quello di Gary Sinise che, tuttavia, non corrispose alle attese di Friedkin. Negatogli quindi il ruolo, Sinise stesso consigliò a Friedkin proprio il concittadino William Petersen.

L’appena trentaduenne attore di Evanston, area metropolitana a nord di Chicago, da poco esordiente con Thief – Strade violente (1981) di Michael Mann, non ci mise molto ad ottenere la parte: poche pagine di sceneggiatura, grande intensità, e per Friedkin il gioco era fatto. Inerzia non dissimile per la scelta di John Pankow. Fu lo stesso Petersen a candeggiarlo per il ruolo di Vukovich. I due avevano già lavorato in molte occasioni a Chicago. Nessuna obiezione da parte di Friedkin che per l’economia del racconto necessitava di vera chimica relazionale tra gli interpreti della coppia di sbirri Chance-Vukovich.

William Petersen e John Pankow in una scena di Vivere e morire a Los Angeles

Il risultato fu che, a quasi un anno dal rilascio in sala, Pankow incontrò in un bar un agente sotto copertura della Polizia di New York che lo elogiò per la sua performance intensa ed umana; il vero punto di forza attoriale di Vivere e morire a Los Angeles nonostante un Willem Dafoe ben più rodato e sugli scudi.

In particolare l’agente senza nome gli fece i complimenti per la celebre scena dell’attacco di panico nel mezzo dell’inseguimento autostradale contro mano. A detta sua la reazione avuta da Vukovich era realistica e accurata sin nei minimi dettagli.

Vivere e morire a Miami – la causa legale di Michael Mann, lo strano caso di Jackson Fourre

Al destino di Vivere e morire a Los Angeles è legato quello del cineasta Michael Mann e non solo perché Petersen troverà la definitiva consacrazione nel successivo Manhunter – Frammenti di un omicidio (1986). Da quanto riportato dalle cronache dell’epoca, nel 1985 il regista de Heat – La sfida (1995) citò in giudizio Friedkin per plagio.

L’accusa sosteneva che Friedkin avesse copiato il concept della puntata pilota di Miami ViceBrother’s Keeper (1986) – per dar forma al soggetto filmico. Il tutto si concluse in un nulla di fatto e, paradossalmente, tra Mann e Friedkin nacque una sincera amicizia; tanto da parlare così dell’accaduto:


Michael ed io siamo buoni amici da anni, non è mai successo niente del genere; è uno dei miei registi preferiti perché cerca di fare film come i miei.

La locandina di Vivere e morire a Los Angeles

Quella che conosciamo non è da intendersi, in realtà, come l’unica versione esistente di Vivere e morire a Los Angeles. No, non parliamo di un prodigioso director’s cut alla maniera de Il padrino Coda: La morte di Michael Corleone (2020) o delle molteplici versioni de Blade Runner (1982). Un paio d’anni dopo il rilascio in sala, nei suoi primi passaggi televisivi, le emittenti statunitensi trasmisero una versione ridotta, raffazzonata e a bassa risoluzione dell’opera filmica di Friedkin; un bootleg cinematografico praticamente.

Ciò che rende questa versione beta di Vivere e morire a Los Angeles ancora più interessante riguarda però la firma registica. Nelle grafiche a inizio pellicola e nei titoli di coda non vedrete mai il nome di William Friedkin; bensì quello di tal Jackson Fourre, una versione friedkiniana di John Doe e Alan Smithee probabilmente. Da chiedersi quindi se effettivamente sia stata un’operazione avallata dallo stesso Friedkin, e quindi prevista dal suo contratto, o semplicemente un raggiro da pirateria old-fashioned. In ogni caso, tutte le copie della versione di Jackson Fourre sono andate perdute.

Vivere e morire a Los Angeles: un realismo… criminale

L’impronta realistica e marcata è sempre stata il marchio di fabbrica della visione registica di Friedkin. Ne Il braccio violento della legge si tradusse, principalmente, nella celebre sequenza dell’inseguimento talmente spericolata che fu autorizzata dal NYTA (New York Transit Authority) solo perché l’impiegato era un fan di Friedkin. Con Vivere e morire a Los Angeles però, il regista de Pollice da scasso (1978) volle esaltarsi. Assunse infatti, come consulenti tecnici, due autentici falsari: ex detenuti condannati per contraffazione di denaro.

Il risultato fu che le banconote prodotte dall’Eric Masters di Dafoe nella scena d’apertura erano talmente di qualità eccellente che non erano da considerarsi semplici oggetti scenici, bensì autentico denaro contraffatto: falso si, ma a regola d’arte. Ecco, nonostante gli sforzi della troupe, alcune di quelle banconote entrarono in circolazione. Ci vollero mesi prima che l’FBI riuscisse a venirne a capo.

Willem Dafoe in una scena di Vivere e morire a Los Angeles

Il realismo maniacale di William Friedkin in Vivere e morire a Los Angeles

La più interessante opinione sul fenomeno è dello stesso Friedkin. Come raccontato nel libro di memorie The Friedkin Connection (2014), la gente iniziò a prendere molto sul serio la tecnica di contraffazione di Vivere e morire a Los Angeles:


Quando è uscito il film si raccontava di persone che cercavano di fare (i propri) soldi falsi dopo aver visto il processo passo dopo passo.

Per poi ammettere come, a dire il vero, fosse anche lui parte del problema:

Presi un paio di ventoni, quelli stampati da entrambi i lati naturalmente. Li ho messi nel portafoglio e li ho spesi in ristoranti, lustrascarpe, e altrove: quei soldi erano così buoni…

Vivere e morire a Los Angeles: quel finale alternativo tanto appetibile quanto disomogeneo

Scandagliando un po’ i succosi extra dell’edizione in DVD di Vivere e morire a Los Angeles scopriamo di un finale alternativo che se montato e scelto nel cut cinematografico avrebbe ribaltato l’inerzia del racconto; lanciando così, Vivere e morire a Los Angeles, verso terreni narrativi “di genere” meno nichilisti e più confortevoli e canonici. Nel finale (scartato) infatti l’Agente Chance sopravvive alla sparatoria della climax. La fucilata non gli arriva in piena faccia ma nello stomaco; gettando così le basi per un potenziale ed economicamente ricco sequel. Friedkin rivelò infatti come la MGM spinse molto affinché fosse questa la giusta chiusa narrativa del racconto:


Si, ho girato un altro finale, che è terribile, con i due protagonisti che sono sopravvissuti e dove Petersen non è morto. Mi pregarono di usarlo. Mi dissero che avremmo fatto molti più soldi se non lo uccidessimo, al pubblico piace; ma io non ne ero sicuro.

William Petersen

Friedkin si oppose con tutte le forze. A senso suo infatti, se Chance fosse sopravvissuto Vivere e morire a Los Angeles avrebbe perso larga parte del suo senso artistico:


Sentivo che ciò che avevamo raggiunto era organico. Richard (Agente Chance/Petersen nDr) sfidava il destino ad ogni occasione e molti dei miei film (Il braccio violento della legge; L’esorcista; Sorcerer nDr) hanno a che fare con il mistero del fato, del proprio destino; sembrava giusto, coerente, che a un certo punto del film lui perdesse.

Senza contare come è proprio nella climax che si realizza l’autentico colpo di genio. Il regista di Jade (1995) infatti sposta il focus del racconto sul Vukovich di Pankow fino a quel punto co-protagonista eccellente un passo indietro al dualismo a distanza Petersen/Dafoe due facce della stessa medaglia. Nel farlo però Friedkin lo veste della caratterizzazione malevola del suo critico protagonista appena defunto.

Il risultato, figlio delle cicatrici indelebili di eventi traumatici misto a sensi di colpa tra fucilazioni e fiamme, è un formidabile bricolage filmico di sospensione dell’incredulità e del tempo scenico tra passato e presente che dà quel tocco in più di poetica nichilista a un racconto di suo già leggendario.

Vivere e morire a Los Angeles: Il braccio nichilista e violento della legge degli anni ottanta

Giunto nelle sale italiane il 24 aprile 1986, il coraggio delle scelte di Friedkin ha permesso a Vivere e morire a Los Angeles di osare quel passo in più in termini narrativi. Traducibile in un canonico e sbrigativo “uccidere il protagonista” che permette però di giocare con il genere e le sue inerzie tipiche, nonché caricare di valore la narrazione in essere e le cariche valoriali-tematiche di cui si fa portatrice; specie se rapportata all’intera filmografia di Friedkin. Complice anche il gioco del destino attorno alla caratterizzazione del Chance di Petersen – autentico cuore narrativo del racconto – non si sbaglia nel definire Vivere e morire a Los Angeles il Il braccio violento della legge degli anni ottanta.

C’è tutto infatti che va a rievocare il pluripremiato capolavoro di Friedkin: la dinamica simil-buddy tra sbirri Chance-Vukovich dall’inerzia non dissimile da quella Doyle-Russo; l’inseguimento in auto come scena madre del racconto (con la differenza che, per la prima volta in un poliziesco, sono i cattivi ad inseguire i buoni e non l’opposto); ma soprattutto il modus operandi degli eroi protagonisti.

Proprio come il Papà Doyle di Gene Hackman, il Chance di Petersen agisce nell’irta e sottile terra di confine tra legalità e giustizia privata; burocrazia dipartimentale e deliri totalitaristici da “la legge sono io” degni del Cobretti di Cobra (1986). A mancare però è lo sporco e il sudiciume della New York friedkiniana e senza filtri de Il braccio violento della legge.

Al suo posto il glam e la fatiscenza barocca di una Los Angeles popolosa e dallo spirito desolante, dove il lercio delle strade viene attenuato da uno spirito natalizio impercettibile e latente; reso del tutto nullo da fiumi di sangue e straripante violenza fisica e morale. Una Los Angeles all’ombra degli ultimi e arrendevoli eroi quella di Friedkin, avvolta nel malinconico rosso di albe e tramonti tra malevole intenzioni e mucchi di carta straccia, esasperata infine dalla martellante ed evocativa colonna sonora di Wang Chung: emblema, esplicitazione e manifesto delle sonorità della sua epoca di riferimento.