THX 1138 – L’uomo che fuggì dal futuro, il distopico esordio registico di George Lucas, con Robert Duvall e Donald Pleasence

Rileggere l’inerzia del 1984 (1949) di George Orwell e al contempo coronare un sogno. l’11 marzo 1971 veniva proiettato, per la prima volta nei cinema statunitensi, THX 1138 – L’uomo che fuggì dal futuro (1971): lo sfolgorante esordio registico di George Lucas. In concorso a Cannes 1971 nella sezione Quinzanes des Réalisateurs, nonostante una narrazione distopica pienamente figlia dei venti di sperimentazione creativa new-hollywoodiana però, fu tutt’altro che un esordio felice per il suo autore e la casa di produzione, la Warner Bros; quantomeno in termini produttivo-economici.
Senza mezzi termini: fu un flop THX 1138. Poco meno di un milione di euro d’incassi con cui la Warner riuscì a coprire a malapena i costi di produzione. Lo stesso dicasi per le recensioni dell’epoca, tendenti perlopiù verso il negativo.

La visione distopica del futuro di George Lucas in una scena di THX 1138 - L'uomo che fuggì dal futuro

Per l’eminente critico Roger Ebert, l’esordio lucasiano soffriva di un’eccessiva semplicità narrativa. Ne lodò comunque la costruzione d’immagine rievocativa di un’immaginario “di genere” giovane e neonato tra 2001: Odissea nello spazio (1968) e il contemporaneo Andromeda (1971). Gene Siskel andò totalmente in controtendenza rispetto al collega, giudicandolo così:


Il problema principale di questo film è che manca di immaginazione, componente essenziale di un film di fantascienza. Alcune persone potrebbero affermare che il mondo di THX 1138 è qui; proprio ora. Un’opinione più ragionevole sosterrebbe che stiamo affrontando i problemi di quel mondo proprio ora: il tempo è passato dal film. 

L’impossibilità di un giudizio critico coerente: più avanti della sua stessa narrazione distopica

Quelli riportati sono soltanto due dei tanti giudizi espressi, tra i più rilevanti della critica d’Oltreoceano. Ma la forbice delle opinioni attorno all’opera prima di Lucas era ampia e discordante; mutevole e caratterizzata di forze opposte. Il motivo, probabilmente, è da ricondursi all’atipicità stessa della natura filmica di THX 1138.

Robert Duvall in una scena di THX 1138 - L'uomo che fuggì dal futuro

Mosca bianca di un genere appena nato e dalla grammatica narrativa grezza. Troppo sperimentale per i canoni di una New Hollywood aperta comunque al cambiamento e ai venti innovativi; troppo avanguardistica in termini di linguaggio filmico: praticamente impossibile da giudicare in modo autenticamente coerente con gli strumenti critici dell’epoca. Mezzo secolo dopo – e con tutto ciò che ne è derivato – siamo ancora qui a parlarne: George Lucas e THX 1138 stravincono la prova del tempo e lo scetticismo delle recensioni dell’epoca, a conferma della bontà delle idee e del genio creativo del suo autore.

Electronic Labyrinth THX1138 4EB: il cortometraggio sperimentale della USC e la differente inerzia climatica

È negli anni sessanta che si sentì parlare di THX 1138 per la prima volta: precisamente nel 1967. All’epoca Lucas era uno studente di cinema della USC School of Cinematic Arts. Affascinato da sempre dalla fantascienza e dalle narrazioni sperimentali, cresciuto nel mito di Buck Rogers. Come progetto finale del corso, Lucas decise di realizzare un corto cinematografico fantascientifico dal titolo Electronic Labyrinth THX 1138 4EB (1967); di cui riportiamo in calce la sinossi ufficiale della USC:


L’impressionante incubo di un uomo che cerca di sfuggire da un mondo computerizzato che ne segue costantemente i movimenti. 

Girato in appena 12 settimane, l’opera – vincitrice del premio come Miglior film drammatico alla terza edizione dello Student Film Festival tenutosi al Lincoln Center di New York – ebbe un formidabile eco tra i cineasti dell’epoca. Non ultimo Steven Spielberg che ne rimase estasiato ma che, in quel frangente, non ebbe modo di confrontarsi con lo stesso autore.

Robert Duvall nella climax di THX 1138 - L'uomo che fuggì dal futuro

Per la realizzazione del ben più noto THX 1138 di un paio d’anni più tardi, Lucas ripartirà proprio dalla narrazione del corto sperimentale. Le vicende di Electronic Labyrinth THX 1138 4EB, verranno infatti rilette nella climax dell’esordio registico lucasiano. Se però ambo le narrazioni collimano nella fuga speranzosa e ontologicamente disperata del protagonista in una panoramica baciata dal tramonto, a cambiare è l’inerzia.

Laddove in quella ben più benevola di THX 1138 l’eroe protagonista resta del tutto libero da legami, perfino lasciato fuggire verso l’ignoto, in Electronic Labyrinth THX 1138 4EB accade l’opposto: l’eroe riesce a fuggire si, ma in forma violenta. In più, alla co-protagonista, viene erroneamente comunicato l’annientamento dell’eroe e la possibilità di ottenere un nuovo partner dal Centro Comandi. Una chiusa, quindi, a metà tra la speranza in chi va via e la rassegnazione in chi resta. Stato d’animo quest’ultimo a cui Lucas pose un freno nella rilettura. Un asciugare del tutto le sfumature nichiliste per consolidare gli effetti liberatori della fuga dell’eroe dal mondo sotterraneo e da tutto ciò che esso rappresenta.

Una genesi creativa segnata da Richard Nixon e taccuini notturni

Con la neonata casa di produzione American Zoetrope – assieme all’amico e collega Francis Ford CoppolaLucas dà il via alla realizzazione di THX 1138. L’esordio registico, tuttavia, nonostante il sopracitato cortometraggio, si pone nei suoi confronti più che come effettivo remake, come rilettura integrale. Sia Coppola che Lucas infatti, non erano molto soddisfatti dello script originale; specie in relazione alla sopracitata climax. Al fine di dare spessore dialogico a un racconto che, a dire il vero, è abbastanza scarno di tale componente, molte delle battute di SEN (Donald Pleasence) risultano essere stralci di discorsi di Richard Nixon.

La post-produzione invece, completata in appena un anno, fu realizzata da Lucas e Walter Murch; ex-collega della USC e co-ideatore del concept dell’opera originaria. Al fine di ottimizzare i tempi, Lucas e Murch lavoravano ad orari alternati: Lucas, di giorno, si occupava del montaggio video; Murch, di notte, di quello sonoro. Nel mezzo un taccuino in cui l’uno lasciava all’altro le indicazioni per il lavoro nella fascia oraria successiva: praticamente una sorta de La casa sul lago del tempo (2006) ma tra due montatori.

George Lucas sul set de THX 1138 - L'uomo che fuggì dal futuro

In realtà il risultato finale non fu dei migliori. La Warner insistette affinché un montatore di loro fiducia si occupasse di un’ulteriore revisione: lo accorciarono di 4 minuti; poi ripristinati da Lucas nella restored version del 1977. La versione definitiva risale, tuttavia, ai primi anni duemila.

Nel 2004 infatti, sotto supervisione di Lucas, la Industrial Light & Magic restaurò THX 1138 a partire dai negativi originali. Il risultato – noto ai posteri come Director’s Cut – fu sensazionale; specie considerando l’evoluzione tecnologica nei successivi trent’anni. Permettendo così di dare valore ed esaltazione a un contesto scenico si, distopico, avveniristico e dal forte carattere immersivo, ma che nella versione originale risultava assai grezzo e sgraziato.

Perché proprio THX 1138

Ancor prima dei suoi significati allegorici, critici e addetti ai lavori si chiesero il perché dell’enigmatico titolo. Tra ipotesi e speculazioni, negli anni settanta si accese un interessante dibattito sul significato della sigla THX 1138. Un’insita magia dietro a quella precisa scelta di lettere e numeri che Lucas stesso fomentò attribuendogli – di volta in volta – i significati più disparati. In origine il brillante cineasta parlò infatti di scelta casuale. Sembrerebbe fosse affascinato dall’insolita simmetria strutturale tra lettere e numeri THX e 1138.

Un paio d’anni dopo Lucas corresse il tiro. Affermò infatti che la scelta era da ricondursi al numero di telefono che aveva al college: 849-1138. I numeri 8, 4 e 9 nella tastiera corrispondono infatti alle lettere T, H e X. Ipotesi semplicistica che potremmo anche farci bastare e prenderla per buona se non fosse che, a questo punto del dibattito, intervenne anche Murch dandoci una spiegazione che potremmo perfino definire allegorico-allusiva.

Robert Duvall

Il co-autore di THX 1138, sin dai tempi dell’originale Electronic Labyrinth THX 1138 4EB, era convinto che Lucas avesse scelto i nomi dei protagonisti THX così come SEN e LUH in modo strategico e mascherato: THX come SEX/Sesso; LUH come LUV/Love/Amore; SEN come SIN/Peccato. Cosa che in effetti avrebbe senso nel ricondursi alle regole di un contesto narrativo orwelliano dove viene proibita ogni forma d’Amore.

La precisa scelta titolistica della distribuzione italiana, i rimandi nelle opere successive, la nascita del THX

Il dibattito qui in Italia passò quasi nel silenzio generale. La ragione è da attribuirsi alla specifica scelta titolistica della distribuzione dell’epoca. Quando nell’ottobre 1976 l’esordio registico di Lucas sbarcò nei cinema italiani infatti, lo fece sotto il ben più rievocativo ma, a conti fatti, semplicistico e poco magico titolo di L’uomo che fuggì dal futuro. Ci vorranno quasi venticinque anni prima di metterci una pezza per volere lucasiano. Per la precisione nel 2004. In occasione della distribuzione italiana della sopracitata Director’s Cut infatti verrà ribattezzato come THX 1138: L’uomo che fuggì dal futuro

I nuovi standard audio THX

In ogni caso, a questa titolazione Lucas sarà sempre affezionato, o per meglio dire, devoto. Tanti i rimandi a THX, 1138 o nello specifico a THX 1138; dall’esalogia di Star Wars (1977-2007) al numero di targa dell’hot rod di John Milner in American Graffiti (1973). Ma soprattutto al contributo tecnico dato da Lucas ai sistemi audio in Dolby Surround.

Nel 1982 nasce infatti THX. Ritenuto erroneamente da molti come un sistema di codifica e decodifica audio multicanale, è in realtà lo standard d’eccellenza – in termini qualitativi e quantitativi – della fruizione dei prodotti audiovisivi. Un progetto pionieristico che ha contribuito a settare significative modifiche alle decodifiche multicanale; per questo ritenuto, come un sistema di decoding a sé stante. In questo caso però l’acronimo THX sta per Tomlinson Holman Xperiment. Contenente al suo interno il nome dell’ingegnere incaricato da Lucas di realizzare una sala cinematografica senza compromessi tecnici allo Skywalker Ranch.

THX 1138: trapiantare l’essenza di Buck Rogers, fuggire dal proprio tempo

Ancor prima che le distopiche immagini filmiche di Lucas prendano vita, il regista de Star Wars: Episodio IV – Una nuova speranza (1977) aggiunge una piccola nota citazionista “a pié d’immagine“. Un prologo caratterizzato da una sorta di sequenza-trailer di una puntata del serial Buck Rogers (1939) ancor prima dei titoli di testa; quest’ultimi peraltro, caratterizzati di uno stile e grafica che per certi versi anticipa ciò che vedremo con la celebre saga stellata. Per chi non lo sapesse, quello di Buck Rogers è sempre stato un chiodo fisso per Lucas.

Già all’indomani di THX 1138, nei piani di Lucas c’era proprio un adattamento filmico del celebre serial. Non riuscendo ad acquisire i diritti di utilizzazione economica, Lucas si costruì il “suo” Buck Rogers: Indiana Jones; quantomeno nello spirito avventuriero. Solo che all’epoca, si chiama Indiana Smith e a collaborare con lui alla scrittura c’era Philip Kaufman, il regista de Terrore dallo spazio profondo (1978).

Gli assembramenti della distopia di George Lucas

In realtà l’originale Buck Rogers di George Lucas è proprio THX 1138 senza nemmeno aver bisogno dei diritti di utilizzazione economica: pura ispirazione; quasi una reincarnazione narrativa dell’anima filmica. Nella sequenza-trailer vediamo Rogers arrivare nel XXV secolo. Scelta che non può risultare affatto casuale ad un occhio attento. THX 1138, in fondo, ne ricalca la ratio filmica, seppur ad inerzia opposta.

Se Rogers è passato dall’America del Primo Dopoguerra a cinquecento anni di distanza, in cerca del proprio posto nel mondo, THX (Robert Duvall) sfugge dal proprio presente-futuro per tornare indietro (o per meglio dire per salire in superficie); andando alla ricerca di sé nei cari vecchi tempi. Un fuggire dal proprio tempo e da un sistema distopico propagante una carica valoriale che al pari di quella del Grande Fratello orwelliano annichilisce qualsiasi forma di contatto e interazione – nonché relativa evoluzione e trasformazione caratteriale-narrativa – per poi lanciarsi verso uno speranzoso tramonto di rinascita umana.

L’Amore come atto sovversivo e rivoluzionario

Perché in fondo, il viaggio di THX parte proprio da questa svolta: una presa di coscienza dei propri sentimenti verso LUH (Maggie McOmie); o per dirla in termini drammaturgici una rottura degli equilibri narrativi. Il risveglio dell’individuo dal tepore di una società che lo tiene confezionato e sedato, bombardato d’immagini pornografiche e violente e “opportunamente masturbato”. Cullato ma avvolto in un mondo fatto di radiazioni e cibo razionato, catene di montaggio e corpi carbonizzati. Trascinato in un mondo d’esaltazione verso i valori capitalistici e consumistici in cui si sente, lancinante, il silenzio di Dio.

Non c’è apparente speranza nel mondo di THX 1138. Dinanzi a preghiere mosse da sensi di colpa tangibili, le risposte non sono altro che benedizioni preconfezionate: parole vuote standardizzate, registrate, caricate in server lerci popolati di locuste, per essere lanciate infine nell’etere. Poi arriva l’Amore e il suo risveglio. In una regia complessivamente claustrofobica e oppressiva, dal taglio d’immagine asettico, che diventa – in un breve istante – intima, vera, tacitamente delicata.

Robert Duvall e Maggie McOmie come THX e LUV: Sesso e Amore

Attorno al potere dell’Amore, Lucas cementifica l’intera base drammaturgica del racconto. Dando infine – alla sua esplicitazione in forma sessuale – una tale carica valoriale dal renderla totale atto sovversivo verso la società e i suoi fini di standardizzazione depersonalizzata dell’individuo; non dissimile quindi da quella che ha il più puro sentimento nel 1984 teorizzato da Orwell. Un agire quindi rivoluzionario, volto ad arricchire di senso l’arco di trasformazione di THX – a questo punto, si sguinzagliato – nel dispiego dell’intreccio che diventa quindi lode all’individualismo e auto-affermazione del singolo.

L’assenza d’immaginazione di un’opera dalla visione senza tempo

In tal senso quindi, giunto ai suoi primi 50 anni di vita, vien da chiedersi dove sia riscontrabile la sopracitata mancanza d’immaginazione di cui parlava Siskel nel suo giudizio critico. Specie se rapportato all’immensità di una visione primitiva si, ma già geniale, ampia, avveniristica, popolata di coloriti elementi qui allo stadio germinale, ma prezioso indizio di ciò che vedremo nel capolavoro che vale la carriera: Star Wars. A mancare, di sicuro, non è l’immaginazione.

Al più la speranza, la vivacità, il guardare al domani con il nutrito entusiasmo che ci si aspetterebbe da un giovane e brillante cineasta all’esordio assoluto, e non con nichilistica rassegnazione; ma in fondo, nemmeno lo spaventosamente burocratico 1984 di Orwell era da meno, ed è tra le più grandi opere letterarie di tutti i tempi.

La visione distopica del futuro di George Lucas

Nell’attesa c’è THX 1138 – L’uomo che fuggì dal futuro. Sfavillante inizio registico, instant-cult e caposaldo del genere, il cui eco rivive, ad esempio, nel similare-orwelliano – ma decisamente più feroce nei suoi toni grotteschi – Brazil (1985) di Terry Gilliam. Un’opera capace di rileggere il sistema di valori del mondo reale secondo un occhio distopico ineccepibile e ineguagliabile. Codifica d’immagini sublime ed evocativa, ben lontana dai toni della space-opera starwarsiana, ma non meno indelebile nell’immaginario collettivo.