Qualcuno volò sul nido del cuculo, la dignità del paziente psichiatrico, di Milos Forman, con Jack Nicholson e Louise Fletcher

Provocatorio, dolorosamente umano, unico. È il 18 marzo 1976 quando nelle sale italiane arriva Qualcuno volò sul nido del cuculo (1975). Inarrivabile opera filmica al sapor di consacrazione dopo il caustico e innovativo Taking Off (1971) con cui Milos Forman scriverà una delle pagine più belle della storia del cinema e della stessa Academy.

Una decina di giorni dopo il rilascio nelle sale italiane infatti, precisamente il 29 marzo 1976, contro gioielli filmici del calibro di Barry Lyndon; Quel pomeriggio di un giorno da cani; Lo squalo; Nashville, Forman fece filotto alla 48esima edizione degli Oscar. Vincitore del Miglior film, Miglior regia, Miglior attore protagonista, Miglior attrice protagonista, Miglior sceneggiatura. In quella sera losangelina Forman realizzò per la seconda volta nella storia degli Oscar la cosiddetta cinquina perfetta. Evento degno di una congiunzione astrale che in quasi un secolo di Academy Awards s’è saputo ripetere soltanto tre volte. Una volta ogni trent’anni a livello statistico; le altre due corrispondevano al nome di Accadde una notte (1934) e Il silenzio degli innocenti (1991).

Will Sampson e Jack Nicholson

Tratto dall’omonimo romanzo di Ken Kesey del 1962 a seguito della sua esperienza da volontario nel Veterans Administration Hospital di Palo Alto. Il suo colorito titolo è figlio di un particolare gioco di parole. Cuckoo’s nest (nido del cuculo nDr) infatti, è uno dei tanti modi che la lingua anglosassone ha per definire i manicomi. Esiste anche una filastrocca in merito che recita:


Three geese in a flock/Uno stormo di tre oche.

One flew East/Una volò ad Est. 
One flew West/Una volò ad Ovest. 
And one flew over the cuckoo’s nest/e una volò sul nido del cuculo. 

Pur non essendo mai citata in forma dialogica nell’opera di Forman, nel romanzo assume una valenza simbolica ontologicamente basilare. Il cuculo infatti non costruisce nidi per deporre uova. Nel farlo utilizza spesso quelli costruiti dai volatili di altre specie. Nel caso de Qualcuno volò sul nido del cuculo s’intende quel Qualcuno (ovvero il Randy McMurphy di Jack Nicholson) che con la sua presenza (a)normale smaschera la repressione carceraria volando sul Nido del Cuculo/manicomio.

Una sliding door sul nido del cuculo: il sogno di Kirk Douglas, Jack Nicholson & Hal Ashby

Ebbene si! Nonostante l’opera sia indissolubilmente associata alla performance di Nicholson, che come McMurphy ottenne il suo primo Oscar come Miglior attore protagonista, questi ha seriamente rischiato di non prendere parte al progetto. In origine infatti il volto scenico di McMurphy sarebbe dovuto essere quello di Kirk Douglas.

L’interprete di Orizzonti di gloria (1957), che vi prestò le fattezze a Broadway nel 1963-64 diretto da Dale Wasserman, aveva acquistato i diritti di utilizzazione economica del romanzo di Kesey. Per circa un decennio Douglas cercò invano produttori disposti a finanziare l’ambizioso progetto. Alla fine, arresosi, vendette i diritti al figlio Michael; qui nelle vesti di produttore.

Jack Nicholson e Milos Forman sul set de Qualcuno volò sul nido del cuculo

Per Douglas, ormai sessantenne, era quindi l’agognata possibilità di coronare un sogno tanto seguito e cullato. L’ironia del destino volle però che la United Artists lo ritenne troppo anziano per la parte. Al suo posto dopo aver sondato la disponibilità di James Caan, Marlon Brando e Gene Hackman, a spuntarla fu un trentottenne Jack Nicholson fresco del successo di Chinatown (1974). Scelta, quest’ultima, non del tutto figlia del caso.

Nelle sue prime fasi creative infatti, ancor prima che venisse scritturato Forman, il regista favorito dalla produzione era Hal Ashby. Il regista di indimenticabili gemme filmiche del calibro di Harold & Maude (1971) e Oltre il giardino (1979) lavorò con Nicholson l’anno precedente dandogli il ruolo del giovane Buddusky in L’ultima corvè (1973). Fu proprio lui a indicarlo alla United Artists perché incuriosito dall’idea di vederlo in azione in un simile contesto scenico.

La causa legale di Kesey alla United Artists, l’impossibilità di chiamarsi Ratched

Uno dei produttori della United Artists, Saul Zaentz, da avido lettore, propose a Kesey di scrivere la sceneggiatura. L’autore dell’opera originaria prese parte alle prime fasi di sviluppo del progetto creativo. Tuttavia non lo portò mai a termine, tanto da dissociarsi dal lavoro finito e da scegliere di non vederlo mai. Sembrerebbe infatti che si fosse ritirato dall’adattamento filmico del suo capolavoro letterario per divergenze creative relative a casting e punto di vista narrativo.

Il tutto si concluse con una causa intentata contro la United Artists conclusasi con un accordo in suo favore. Figurando quindi, unicamente, come soggettista, la paternità della sceneggiatura di Qualcuno volò sul nido del cuculo è invece attribuibile a Bo Goldman e Lawrence Hauben.

Louise Fletcher in una scena di Qualcuno volò sul nido del cuculo

Per la celebre villain scenica invece, l’infermiera Ratched, non fu affatto facile trovarvi l’adeguata interprete. Recentemente tornata in vita con Ratched (2020) di Ryan Murphy, all’epoca molte attrici si rifiutarono di prestare le proprie fattezze a un personaggio dalla simile caratura morale. Tra i rifiuti celebri citiamo quelli di Anne Bancroft, Tippi Hedren, Geraldine Page ed Angela Lansbury.

Il più iconico è però ascrivibile ad Ellen Burstyn. L’interprete de Pieces of a Woman (2020) rifiutò per una motivazione plausibile e toccante. All’epoca doveva prendersi cura del marito Neil Nephew sofferente di un’acuta forma di schizofrenia violenta. Il ruolo, cucito su misura per lei – specie dopo il successo de L’esorcista (1973) e Alice non abita più qui (1974) – portò molti spettatori a confondere la Burstyn con l’effettiva attrice scelta: Louise Fletcher. Quest’ultima, che per il difficile ruolo dell’infermiera Ratched portò a casa l’Oscar come Miglior attrice protagonista, fu scelta personalmente da Forman che la notò nell’altmaniano Gang (1974).

Qualcuno volò sul nido del cuculo: gli orrori della guerra in un istituto di igiene mentale

I diritti dell’individuo e la contestazione all’autorità; le violenze sessuali sui minori; le intolleranze etnico-culturali; il disequilibrio e la follia biologica; l’handicap e il modo in cui questo viene percepito dalla società. È senza dubbio densa e stratificata la carica tematico-valoriale della narrazione de Qualcuno volò sul nido del cuculo.

Un’opera non a caso da cinquina perfetta. Di quei capolavori capaci di lasciare il segno nella storia e nel tempo. Cristallizzatosi spontaneamente nella memoria comune. Un gioiello filmico di una tale mole stilistica e di significazione che se a 45 anni di distanza dal rilascio in sala se ne parla ancora come del capolavoro da Oscar propriamente detto, per Forman è sempre stato molto più di questo. Ne parlò così, al riguardo, nel 2012:


Per me (la storia nDr) non era solo letteratura, ma via reale. La vita che ho vissuto in Cecoslovacchia dalla mia nascita nel 1932 sino al 1968. Il Partito Comunista era la mia infermiera Ratched. Dicendomi quello che potevo e non potevo fare; quello che mi era e non mi era permesso dire; dove mi era permesso andare; anche semplicemente chi ero e chi non ero.

Jack Nicholson, Will Sampson, Denny DeVito e Brad Dourif in una scena di Qualcuno volò sul nido del cuculo

La regressione violenta di Billy come fallimento del sistema sanitario statunitense

Cucire quindi addosso alla valenza sociale di un’opera che è puro e crudo atto di denuncia nei confronti degli abusi psichiatrici condotti dal sistema sanitario e delle sue strutture riabilitative, una significazione allegorica con cui rileggerne e al contempo valorizzarne e caricarne di senso l’inerzia.

Citata non a caso nella AFI’s 100 YEARS…100 HEROES & VILLAINS al quinto posto tra i peggiori villain della storia del cinema hollywoodiano. Nella repressione carceraria del regime imposto da una Ratched la cui carica valoriale non è affatto dissimile da quella di una dittatrice disumana infatti si leggono un’infinità di abusi e annientamenti dell’individuo sin nelle sue più naturali e semplici libertà.

Brad Dourif e Louise Fletcher in una scena di Qualcuno volò sul nido del cuculo

Emblematica, in tal senso, la sequenza che precede la climax. La regressione di un ormai sicuro di sé e toccato dall’amore Billy (Brad Dourif) da parte della Ratched con una sola, semplice, minaccia di riferirlo a sua madre. Nella maestria recitativa di due magnifici interpreti il regista de Amadeus (1984) aggiunge quella nota di dolore in più di un racconto di suo già caustico, dalla composizione d’immagine fluida e senza filtri, che trova qui il definitivo punto di rottura di un equilibrio malsano e dall’inerzia caotica; nonché il conclamato fallimento del sistema psichiatrico americano di cui l’istituto mentale di Salem ne è simulacro scenico.

La ribellione all’Autorità in un racconto dolcemente mutevole

L’arrivo di McMurphy in apertura di Qualcuno volò sul nido del cuculoturning point che è pietra narrativa posta alle pendici della base drammaturgica del racconto – dà il via al dispiego dell’intreccio scenico, esattamente come ci viene indicato nella sopracitata filastrocca. Con il suo volare sul nido del cuculo infatti, l’oca/agente scenico di Nicholson rompe l’equilibrio narrativo togliendo il velo di ipocrisia intessuto e adagiato dalle istituzioni sulla gestione degli individui sofferenti di disagio psichico.

Sullo sfondo della dinamica relazionale principe McMurphy-Ratched – rilettura sfumata della dicotomia bene/male dalla carica valoriale-caratteriale opposta e antitetica – prende così vita un racconto dalla mutevolezza dolce e delicata. Una frase che sembra perfino una provocazione se associata alla tematica di Qualcuno volò sul nido del cuculo. Ma in fin dei conti c’è dolcezza nei tentativi di McMurphy d’istillare nuovamente l’umanità in individui depersonalizzati e resi omogeneamente privi di colore. Involucri (non)viventi ingozzati di pillole, legati al letto, annientati nello spirito da pratiche terapeutiche umilianti.

Danny DeVito e Brad Dourif

Uomini con cui Forman ci fa entrare in empatia tra lacrime di dolore e di gioia attraverso un costante annacquamento del tono marcatamente drammatico. Espediente ontologicamente basilare con cui alleggerire il pathos della narrazione attraverso punte di vivace cameratismo e gioiosa allegria. Momenti scenici ribelli di contestazione all’autorità/Ratched, figli del contesto storico-sociale di riferimento, che vanno in aperto (e necessario) contrasto con le immagini di insita violenza tra elettroshock e lobotomia.

Quest’ultima da intendersi, nell’economia del racconto de Qualcuno volò sul nido del cuculo, un’estrema ratio dalla duplice valenza: annientare definitivamente la personalità dell’individuo e al contempo semplificare il lavoro di infermieri pigri e inutilmente disumani. I mille e uno motivi stratificati per cui, giunti quasi al mezzo secolo di vita, non si può smettere di parlare del capolavoro da Oscar di Milos Forman. Un gioiello destinato a risplendere – e il cui eco perdurare – nelle decadi successive.