Nel corso del tempo di Wim Wenders, il terzo capitolo della Trilogia della strada con Rüdiger Vogler, Hanns Zischler, Liza Kreuzer e Rudolf Schündler

Crudo, poetico, libero nella forma e nel contenuto. Il 26 giugno 1976, al Festival di Cannes, Wim Wenders presenta Nel corso del tempo. Capitolo conclusivo della cosiddetta Trilogia della strada (1974-1976) con cui il regista tedesco realizza il road movie definitivo. Laddove infatti Alice nelle città (1974) dà il via al viaggio wendersiano secondo un’accezione amorevolmente paterna (rievocata ex ante da Paper Moon ed ex-post dal nostalgico Wenders di Paris, Texas) mentre Falso movimento (1975) ne riequilibra l’inerzia secondo un’estetica squisitamente felliniana, è con Nel corso del tempo che Wenders serra le fila sprigionando la carica della poetica del viaggio nella sua accezione più alta, estrema, ontologicamente libera.

Elemento comune alle tre pellicole della strada è quel Rüdiger Vogler feticcio e alter-ego wendersiano del primo periodo che usò parole al miele a proposito del legame con il suo autore:


Io e Wim abbiamo idee piuttosto simili; a lui piace il mio mio modo di essere e perciò riesce a riprendermi in modo efficace. Ciò che posso dire è che non voglio recitare “a freddo”. Voglio rendermi conto di ogni cosa; padroneggiare la tecnica.

Rüdiger Vogler e Hanns Zischler in una scena de Nel corso del tempo

Vogler proseguì poi soffermandosi sull’esperienza sul set de Nel corso del tempo:


In un certo senso la parte (Bruno/Kings of the road nDr) era ritagliata su di me. Esisteva una sceneggiatura ma io ho fatto ciò che volevo. Credo che i grandi attori come Bogart e Dean abbiano sempre influito sui personaggi che interpretavano; trasferendo in essi la propria personalità.

Chiudendo, infine, sul suo ruolo nella Trilogia della strada e sull’inerzia vitale dei personaggi portati in scena:


La caratteristica dei personaggi che interpreto non è tanto la fuga quanto il dover “lasciare qualcosa”: abbandonare la situazione in cui si trovano; in cui vorrebbero restare e che invece devono lasciare. Nei film di Wenders però non è mai rappresentata la vita borghese. I suoi personaggi, chi più chi meno, vogliono vivere da soli.

Wim Wenders: “Se provassi a fare adesso Nel corso del tempo mi caccerebbero!

Vincitore del Premio della critica (Fipresci) a Cannes 1976, Nel corso del tempo rappresenta inequivocabilmente una delle massime vette dell’opus wendersiano. Ironicamente però, per via dell’atipicità del suo concept on-the-road, a detta dello stesso Wenders oggi non riuscirebbe ad arrivare nemmeno alle soglie della pre-produzione. Il motivo? Al momento della sua realizzazione non esisteva una sceneggiatura su carta:


È un road movie per eccellenza in quanto non c’era una sceneggiatura; c’era solo l’itinerario. Avevo una grande mappa della Germania. Ho seguito, da nord a sud, il confine tedesco. Una particolare terra di nessuno nel mezzo della Germania. I giovani partivano spesso. Era una zona dove non c’era nulla. Nessuno voleva andare lì. Conoscevo l’itinerario abbastanza bene. L’ho fatto io stesso due volte.

Un progetto sperimentale e folle ma artisticamente geniale nell’incedere incerto della sua poesia narrativa disarmonica di cui Wenders ci svela l’unica scena presente nello script:


(L’incipit) era l’unica cosa che era stata scritta. Era la prima scena, il primo dialogo: come i due personaggi s’incontrano. Da quel punto in poi non c’era più alcuna sceneggiatura. Ho scritto ogni notte. È stata un’esperienza fantastica.

Rüdiger Vogler

Questo per via soprattutto della particolarità della sequenza. Momento scenico in cui non soltanto Wenders disegna i contorni caratteriali del Kings of the Road di Vogler, ma determina, soprattutto, il battesimo (quasi) mortale con cui dar nuova vita al Kamikaze di Hanns Zischler. Erano altri tempi quelli. Un altro cinema; o per dirla alla maniera del cineasta tedesco:


L’idea di fare un film senza una grande sceneggiatura – o una sceneggiatura finita – è impensabile oggi. Se dovessi provare a fare oggi un film come Nel corso del tempo credo mi caccerebbero da qualsiasi ufficio di qualunque casa di produzione – o di distribuzione – da cui proverei a chiedere fondi. Nessuno sarebbe disposto a investire soldi in un film con un regista che ti dice “lo scriviamo mentre lo giriamo”.

A cambiare è la concezione del contenuto filmico gradualmente passato da opera (d’arte) a prodotto (industriale):


A quel tempo c’era più l’idea che il cinema fosse parte della arti. Un linguaggio, una forma di espressione. E se oggi dicessi “voglio fare un film in cui due ragazzi viaggiano attraverso la Germania e scoprono il paese e lo stato dei cinema e di tutte quelle cittadine dove ne è rimasto solo uno”, ti direbbero “scrivi una sceneggiatura e torna di nuovo”. A quel tempo potevamo ancora finanziare il film e girarlo per un lungo periodo.

Hanns Zischler: “un film erotico dalla non-drammaticità aleatoria”

Tra le tante riflessioni che sono state scritte – o pronunciate – su Nel corso del tempo, quella dell’interprete di Kamikaze è senza dubbio tra le più suggestive. A detta sua l’opera di chiusura della Trilogia della strada è un’ode erotica all’omofilia; o per dirla meglio:


Si il suo erotismo è legato all’amicizia tra uomini. Non dico omosessuale. Si può ben dire però che Nel corso del tempo è un film omofilo. Il personaggio di Vogler era dato, innanzitutto, dal materiale: il materiale primario (macchine del cinema, proiettori, camion). Mentre per me era meno definito. Io l’ho inventato. Ho immaginato di essere uno psicologo dell’infanzia.

Ciò che appare evidente nel limbo di una dinamica relazionale tra due perfetti estranei solitari che oscillano tra la totale indifferenza alla bromance da canto all’unisono sulle note di Just Like Eddie, è proprio l’assenza di elementi caratteriali marcati per Kamikaze. L’agente scenico di Zischler risulta ambiguo quanto basta. Riflessivo e calcolatore, brusco e fuorviante con gli uomini, ma capace di aprirsi spontaneamente dinanzi a un bambino.

Ed è qui che si gioca la partita relazionale de Nel corso del tempo. Due uomini che viaggiano secondo ritmi e spiriti diversi su binari – e archi narrativi – paralleli che finiscono con l’incrociarsi. Uomini che si annusano. Che si esplorano l’un l’altro. Sino al raggiungimento del punto di rottura tra chi come Kings of the road/Vogler ha trovato nella scelta di proiettare esperienze (e sogni) in formato cinematografico il proprio equilibrio on-the-road e chi invece, come Kamikaze/Zischler, finisce con l’esplodere dilaniato dai propri fantasmi interiori.

Hanns Zischler

A detta di Zischler largo merito del successo de Nel corso del tempo sta soprattutto nell’impostazione recitativa indicata loro dal regista de Il cielo sopra Berlino (1987):


La si potrebbe descrivere come angoscia da contatto; una mancanza d’immediatezza. Anche dovuta al fatto che in fondo pensa che la recitazione non è codificata dal teatro; da una certa drammaturgia del non-quotidiano. Wenders affida all’immagine il compito di stabilire segretamente la recitazione. […] Non si vede la recitazione. Si vede qualcosa di plausibile, come il tempo che passa; come qualcosa che non è drammatico. Ed è sempre molto forte il risultato quando non abbiamo a che fare con cose drammatiche ma, per così dire, aleatorie.

Nel corso del tempo: celebrare quella Hollywood colonizzatrice del subconscio tra passato e presente

Sta tutta qui, in fondo, l’essenza di un’opera come Nel corso del tempo giunta oggi al quarantacinquesimo anno di vita. Recitazione fra le righe che scorre lungo un viaggio tipicamente europeo, su una terra di confine europea e al ritmo di una ballad europea, con cui però Wenders guarda Oltreoceano a quell’immaginario collettivo colonizzatore del subconscio. Un’ode d’amore al cinema hollywoodiano sapientemente declinata tra mimi keatoniani da cinema muto, pittoresche e nostalgiche riflessioni meta-cinematografiche sul valore esperienziale della sala, e i Ben Hur e Nibelunghi del loro tempo, e un impianto narrativo come il road movie; genere americano tra i più caratteristici di cui Wenders ne rilegge l’inerzia della grammatica filmica in chiave europea tra frontiere e terre di confine lungo il Muro.

Rüdiger Vogler e Hanns Zischler in una scena de Nel corso del tempo

Elemento quest’ultimo che Wenders carica di significato in un formidabile gioco di mimesi narrativa tra passato e presente tutto cucito addosso ad archi di trasformazione la cui evoluzione – alla maniera dei viaggi fordiani – si trova così esplicitata essa stessa nell’inerzia esistenziale del viaggio. Wenders guarda a Ford, ne ruba la struttura e ci gioca su come solo i grandi della New Hollywood. Gettando così i suoi eroi selvaggi e solitari in un viaggio desertico – ora in termini morfologici ora umani – fatto di silenzi e chiari di luna tra l’onirico, il pragmatico e il realismo disturbante.

Sino a quella sequenza finale dove Wenders guarda al suo maestro Fritz Lang concedendosi, in una nota di leggerezza giocosa, perfino il lusso di una firma WW su di un’insegna cinematografica cementificando così le ambizioni e gli intenti rivoluzionari di quel Nuovo Cinema Tedesco di cui è stato maestro e pioniere.