Re Artù, conigli demonici e sottotitoli svedesi, Monty Python e il Sacro Graal, con Graham Chapman, John Cleese, Eric Idle, Terry Jones e Terry Gilliam

Iconico, esilarante, spiazzante oltre ogni misura. Il 7 maggio 1976 arrivava nelle sale italiane Monty Python e il Sacro Graal (1975). Unanimemente ritenuto il capolavoro filmico del celebre gruppo comico britannico, rappresenta la più fulgida espressione del linguaggio filmico vivace, meta-cinematografico e surreale – in una parola Pythoniano – che ha reso grande i Monty Python. La valenza storico-artistica de Il Sacro Graal era tale che arrivò perfino a rovinare la visione di altre pellicole con risate estemporanee.

Come raccontato da Terry Gilliam infatti, accadde un fatto insolito durante una proiezione del gemellare Lancillotto e Ginevra (1974) di Robert Bresson. Il pubblico scoppiò a ridere nel bel mezzo della tragicissima climax. Merito per nulla ascrivibile all’intreccio bressoniano di suo ricco di pathos e stratificato dramma. Piuttosto alla straripante follia comica de Il Sacro Graal. Capace di regalare ai posteri, in maniera del tutto ironica, un esilarante episodio degno dei migliori sketch dei Monty Python.

Il poster promozionale de Monty Python e il Sacro Graal

Paradossalmente però, nonostante la popolarità senza tempo e la pioggia di elogi addosso a Il Sacro Graal, per i Monty Python rappresenta null’altro che un’opera minore. A detta di John Cleese infatti l’opera per cui andrebbe usato il termine capolavoro – e di cui vanno più fieri – è Brian di Nazareth (1979).

Altro grande successo pythoniano saputosi guadagnare l’immortalità artistica facendosi beffa di uno dei capisaldi mitologici della cristianità; reso infine grande dal leggendario episodio di Marco Pisellonio/Biggus Dickus. Una simile forbice di giudizio tuttavia, per quanto tremendamente in linea con lo stile dei Python, sembrerebbe in realtà ascrivibile ai brutti ricordi legati alla lavorazione de Il Sacro Graal: tutt’altro che una passeggiata.

Un’esperienza da incubo tra difficoltà finanziarie, poca acqua calda e cavalli “mimati”

Quello dei Monty Python non era affatto il primo giro di rodeo in campo cinematografico. Nel pieno del boom mediatico e creativo del Monty Python’s Flying Circus (1969-1974) il gruppo comico diede vita a E…ora qualcosa di completamente diverso (1971). Si trattava di una raccolta dei migliori sketch delle prime due stagioni del Flying Circus che i Python rigirarono e montarono per il mercato americano; nulla di nuovo per il pubblico britannico in buona sostanza. Finanziato interamente da Victor Lownes di Playboy Productions, E…ora qualcosa di completamente diverso fu un discreto successo economico. Non abbastanza comunque da convincere le grosse case di produzione a finanziare Monty Python e il Sacro Graal nel 1974.

Era di appena 200.000 sterline il budget a disposizione. Cifra racimolata da Michael Palin e soci e dalla Charisma Records (l’etichetta discografica che si occupò di pubblicare i loro album musicali comici) nella figura di Tony Stratton-Smith. A questi si aggiunsero altri investitori, circa una decina e con 20.000 sterline ciascuno. Tre di questi erano i gruppi finanziari a cui facevano capo le british rock band Pink Floyd, Led Zeppelin e Genesis.

Una scena de Monty Python e il Sacro Graal

Le 400.000 sterline di cui sopra non permisero comunque di evitare giorni da incubo sul set de Monty Python e il Sacro Graal. L’armatura indossata dai Python era per davvero di lana e le condizioni meteorologiche di Scozia e Inghilterra non aiutarono le riprese. Il risultato? Eric Idle e compagnia trascorsero molti giorni di riprese freddi e bagnati. A peggiorare le cose ci si mise anche l’albergo in cui alloggiavano. I bagni provvisti di acqua calda erano giusto una manciata. Ogni giorno, alla fine delle riprese, c’era il fuggi-fuggi generale per rientrare, così da anticipare gli altri sul tempo e godersi un sano bagno caldo.

Ma soprattutto il budget era così risicato che i Python non poterono disporre di cavalli. Vien da chiedersi come ovviare al problema in un film ambientato in pieno Medioevo e narrante le gesta di Re Artù e i Cavalieri della Tavola Rotonda. Semplice. Mimandoli e simulando il trotto con lo sbattere delle noci di cocco; un po’ come si faceva nei programmi radiofonici o a teatro. L’idea fantasiosa (farina del sacco di Palin) non solo divenne il tratto distintivo dell’opera filmica, ma venne perfino riportata nella traduzione tedesca del titolo: Die Ritter der Kokosnuß (I cavalieri del cocco).

La scelta di cast e regista: chiunque si chiami Terry dirigerà il film!

Nato come risposta parodistica ai tipici kolossal medioevali alla maniera de Il leone d’inverno (1968), seriosi e dalla costruzione d’immagine patinata, per dare merito al lavoro creativo di tutti per Monty Python e il Sacro Graal si optò per farvi recitare chi aveva scritto quel dato sketch; o per dirla con le parole di Palin:


Il casting è stato determinato principalmente da chi aveva scritto cosa. La sequenza de Castle Anthrax, ad esempio, era una cosa di Galahad e l’avevo scritta con Terry (Gilliam nDr); quindi sono stato scelto per interpretare Galahad. Terry Jones aveva scritto Bedevere. Lancillotto era un’insieme di cose che avevamo scritto un po’ tutti; scegliemmo Cleese che sembrava adattarsi bene. Idle aveva scritto Brave Brave Sir Robin, quindi ottenne quella parte. 

L’unico ruolo certo era Re Artù con il volto scenico di Graham Chapman. Il Python-buono come lo chiamavano gli altri cinque. Quello che fra tutti sapeva far trasparire l’umanità dai suoi occhi. Non è un caso infatti che i Monty Python affidassero i ruoli più delicati e da eroe a Chapman. Così come era Cleese il designato per i ruoli villanici e ambigui che sapevano valorizzare la sua fisicità longilinea e i tratti marcati.

Terry Gilliam e Graham Chapman

In termini di scrittura cinematografica Monty Python e il Sacro Graal ha rappresentato infatti una sfida narrativa non indifferente per il gruppo. Se da una parte con E… ora qualcosa di completamente diverso si viaggiava su di una struttura per sketch e quindi dichiaratamente episodica, nel caso dell’opera filmica del ’75 la narrazione vive di una maggior omogeneità. Un’amalgama di sketch secondo lo stile dei Monty Python che prendono forma in un racconto vivace ma dal filo conduttore ben definito. Un’inerzia ben conclamata che i Python manipolarono a loro piacimento ora alternando lo sviluppo del racconto; ora inserendo elementi citazionistici e moderni; ora attraverso una chiusa anti-climatica; quest’ultima ennesima conseguenza del budget oltremodo risicato.

La maturazione di scrittura non andò però di pari passo con quella registica. I Monty Python erano del tutto a secco, o quasi, di esperienza dietro la macchina la presa. Certo, oggi Terry Gilliam è tra i registi contemporanei più fantasiosi. All’epoca però non era ancora il Gilliam di opere del calibro de Brazil (1985), L’esercito delle dodici scimmie (1995) e L’uomo che uccise Don Chisciotte (2018). Una visione acerba ma che già covava al suo interno radici d’innovazione e che finì con il condividere con l’altro Terry (Jones):


Terry e io, che eravamo gli ambiziosi, piccoli idioti del gruppo, volevamo essere i registi a tutti i costi. Così abbiamo detto:’ va bene, se facciamo questo film, siamo tutti coinvolti nella cosa. Non vogliamo qualsiasi estraneo. Faremo tutto e chiunque si chiami Terry lo dirigerà.

Entusiasmi a parte, in realtà la scelta di condividere la regia fu un totale disastro. Le idee di uno andavano spesso in antitesi con quelle dell’altro. Il più delle volte dovettero riallestire il set per i contrasti tra le due visioni. Ulteriore aggravante: la materia narrativa de Il Sacro Graal. Dalla cifra stilistica corposa nel suo continuo bilico tra epica marcata e comicità nonsense e perciò di non facile gestione per due neofiti – di talento, certamente – ma pur sempre neofiti. Alla fine, in un modo o nell’altro, i due Terry portarono a casa il risultato ma non senza qualche grattacapo.

L’alcolismo di Graham Chapman e quel nefasto primo giorno di riprese…

Il primo giorno di riprese viene ricordato da tutti i membri dei Monty Python come qualcosa di incredibile. L’entusiasmo della prima volta, se così lo si può definire, scemò quasi immediatamente. Secondo il piano di lavorazione la scena era quella precedente al finale anti-climatico: il ponte della morte. Peccato però che l’unica macchina da presa in dotazione fece cilecca: non registrava il sonoro in sync. La troupe poté così soltanto girare la sequenza in muto per poi ridoppiarla, interamente, in post-produzione.

Ai problemi tecnici se ne aggiunsero altri pratici ed umani. Per via del budget agli sgoccioli quasi ogni sequenza era un buona la prima (nel bene e nel male). Il ponte costruito però era talmente traballante che nessuno aveva il coraggio di attraversarlo. Gilliam raccontò di averlo attraversato un paio di volte e d’esserne terrorizzato, ancora oggi. Chapman da alpinista esperto qual era, era pietrificato.

Terry Jones e Graham Chapman in una scena de Monty Python e il Sacro Graal

Nel caso dello sfortunato interprete di Barbagialla, il terrore dei sette mari e mezzo (1983) però non era acrofobia (paura delle altezze); piuttosto effetti del delirium tremens. Malanno, quest’ultimo, che inizialmente gli altri Python pensarono fosse inizialmente frutto dell’elevato stress. Solo dopo si scoprì essere ricondotto ad un’acuta forma di alcolismo. Chapman ne era attanagliato. Divenne totalmente sobrio nel 1977, due anni dopo. Fino ad allora però patì le pene dell’inferno.

Durante le riprese del Flying Circus era solito calmare i nervi bevendo. Sul set de Monty Python e il Sacro Graal scoprì tragicamente come la troupe non avesse alcool con sé e la città più vicina era fuori mano per una toccata-e-fuga in un pub. La cosa si rifletté sul primo giorno di lavorazione in cui apparve tremante, stressato oltre il limite e totalmente spaesato al punto da scordare le battute. L’alcool influì comunque su tutta la sua performance inquinandone il dietro le quinte con atteggiamenti stravaganti ma comunque problematici; almeno da come ne scrisse Palin sul suo diario di bordo:


Chapman finì per essere sedotto da un anziano pescatore-gentiluomo di Aberdeen presente sul set. Resistette alle avances ma era molto incaz**to e mi svegliò verso l’una. Bussando alla mia porta diceva di essere Ethel il Kaiser. Lunedì sera mi ha svegliato nuovamente. Dopo averlo lasciato perdere l’ho sentito nella sua stanza dire che era Betty Mardsen. Lo disse a voce molto alta e in una varietà di modi sciocchi. Martedì sera, tuttavia, è stato abbastanza gentile da accontentarmi di una nota sotto la porta: “Con i migliori auguri, Betty Marsden.”

Monty Python e il Sacro Graal: la prima volta a Cannes, l’incipit leggendario

Quando fu presentato fuori concorso al Festival di Cannes 1975 accadde un evento degno dell’episodio delle risate estemporanee di Lancillotto e Ginevra. Partiti i titoli di testa il pubblico iniziò a ridere a crepapelle. Poi, contro ogni previsione, venne interrotta la proiezione. La gente in sala continuò a ridere incurante di tutto, perfino convinta che fosse parte dello spettacolo. Soltanto l’arrivo di un addetto della sicurezza svelò l’arcano: era stato segnalato un allarme bomba e si pregò a tutti i presenti di uscire cautamente.

Nel chiedersi, effettivamente, quanto le proiezioni con i Python di mezzo – in via diretta o indiretta – non diventino esse stesse materia per sketch eccellenti, l’apertura di racconto de Monty Python e il Sacro Graal rasenta le pendici della leggenda filmica. Per chi non ne fosse a conoscenza i titoli di testa dell’opera seconda dei Monty Python presentano sottotitoli pseudo-svedesi che ben presto diventano un appello a visitare la Svezia e vedere l’alce del paese. Interrotti anche quelli, e licenziati – più volte – i responsabili, all’ode all’alce si passa ai lama e a uno stile più pittoresco: in pratica una follia totale.

I sottotitoli svedesi

A detta di Palin i sottotitoli accattivanti e la mutevole vivacità della sequenza servivano ad intrattenere il pubblico sin dal primissimo momento; inoltre davano ai titoli di testa un certo sapore bergmaniano. Secondo Jones i sottotitoli svedesi stavano lì solo perché erano finiti i soldi in cassa. Gilliam invece, oltre che poco convinto dell’effettiva veridicità delle traduzioni svedesi, fu molto più diretto:


È il tipico Python nonsense
.

Specificando soprattutto come fosse una scelta tipica dei tempi del Flying Circus per occupare tempo in modo divertente e funzionale. Le luci lampeggianti – a detta di Gilliam – erano le più economiche e pratiche quando si tratta di titoli di testa.

Monty Python e il Sacro Graal: tra improvvisazioni mancate e conigli demonici

Tante le scene iconiche (e relative curiosità) che hanno reso grande Monty Python e il Sacro Graal. Da Cleese che vestì per davvero i panni del Cavaliere Nero nella sequenza del duello con Re Artù/Chapman (tranne che per le sequenze in cui viene mutilato senza pietà un manichino in sostituzione) al ruolo di Tim l’incantatore con sempre al centro della scena l’interprete de Un pesce di nome Wanda (1988). La sequenza, tra le più celebri della filmografia dei Python, passò alla storia per il modo in cui Cleese svelò il nome del suo personaggio.

Per anni si vociferò come fosse un’improvvisazione frutto di intuizione e velocità d’esecuzione monicelliana. Durante lo sketch show Live (Mostly) del 2014 Cleese affermò come nulla fosse stato improvvisato e che anche la minima improvvisazione era in realtà voluta, frutto di lavoro specifico e ben calibrato.

John Cleese come Tim l'incantatore

Non ultimo il surreale duello con il Coniglio di Caerbannog. Chiaramente è di un vero coniglio quello di cui parliamo nella pittoresca sequenza. Al momento opportuno però, venne sostituito con una marionetta animata da Gilliam stesso e dal tecnico degli effetti speciali John Horton, per mimare gli attacchi di rara brutalità. La particolarità della sequenza sta però nell’aneddoto “dietro le quinte”.

Nello specifico nel liquido rosso usato per simulare il sangue. Immaginate la sorpresa del proprietario che aveva affidato loro il coniglio per la lavorazione vedendoselo tornare sporco di sangue (finto) e di un liquido molto difficile da rimuovere dal manto bianco. A detta sua, fossero stati più esperti di queste faccende, il coniglio l’avrebbero comprato e non noleggiato.

Quel che il proprietario del coniglio non poteva sapere è che i Python non riuscivano nemmeno a farsi un bagno caldo in albergo, alla fine delle riprese, figuriamoci capire dove andare a comprare un coniglio. L’ennesimo aneddoto a conferma – semmai ce ne fosse bisogno – non solo dell’intrinseca valenza del retaggio pluriquarantennale de Monty Python e il Sacro Graal ma anche di come, dietro alle grandi opere si nascondano spesso ancor più grandiosi aneddoti.