La cosa da un altro mondo, di Howard Hawks e Christian Nyby, l’eccellenza della fantascienza sociale, con Kenneth Tobey, Margaret Sheridan e James Arness

Oggi blockbusteristiche, kolossali, ma negli anni cinquanta – agli albori del genere – le narrazioni fantascientifiche erano perlopiù degli high-concept. Produzioni minori a bassissimo budget ma di grande inventiva il cui impianto narrativo risultava puramente funzionale nel declinare un sottotesto di stampo politico-sociale. Nello specifico allegorie Maccartiste con cui permeare l’altro/l’alieno di una fortissima e didascalica componente valoriale avente ad oggetto gli effetti del Comunismo sull’individuo e la società.
È la cosiddetta fantascienza sociale di opere pionieristiche come Ultimatum alla terra (1951); La guerra dei mondi (1953); Invasione degli Ultracorpi e Il pianeta proibito (1956); ma soprattutto di quel La cosa da un altro mondo (1951) di Howard Hawks e Christian Nyby che più di tutti riuscì ad incidere nell’immaginario collettivo e nella formazione dei giovani cineasti.

James Arness in una scena de La cosa da un altro mondo

Mitologico, in tal senso, l’amore di John Carpenter nei suoi confronti. Il regista de 1997: Fuga da New York (1981) non ha mai nascosto l’evidente ammirazione nei confronti del padre del cinema classico. Distretto 13: Le brigate della morte (1976), ad esempio, è un remake improprio del western hawksiano Un dollaro d’onore (1959) privato però della magia musicale di un My rifle, my pony, and me, ma con in più una dose extra-forte di violenza cruda e amore posticcio. In Halloween – La notte delle streghe (1978) è proprio La cosa da un altro mondo il film dell’orrore scelto da Laurie Strode per la notte di Halloween.

Infine la dichiarazione d’amore emblematica e non più tra le righe citazionistiche. Quel La cosa (1982) con cui, al pari di opere come Terrore dallo spazio profondo (1978) e il successivo Scarface (1983), Carpenter realizza il perfetto incontro tra tradizione e innovazione. Un racconto che vive della luce riflessa dell’hawksiano La cosa da un altro mondo ma al contempo capace di brillare di luce propria grazie a un approccio registico sensazionale e dalla visione antitetica alla precedente.

Howard Hawks o Christian Nyby: un mismatch registico da un altro mondo

Distribuito nelle sale statunitensi il 7 aprile 1951. Ancor prima che per le evidenti ragioni narrative, La cosa da un altro mondo deve larga parte del suo settantennale retaggio a quello che potremmo definire un mismatch registico. Tratto dal romanzo Who Goes There? (1938) di John W. Campbell e prodotto da RKO Radio Pictures e dalla Winchester Production Company di Hawks. Pur risultando Nyby il regista accreditato nei titoli di testa, è opinione comune che La cosa da un altro mondo fosse tutta farina del sacco dello stesso Hawks.

Questo per via anche del solido legame di stima reciproca tra i due. Nyby fu infatti il montatore ufficiale di alcuni dei principali successi di Hawks: Acque del Sud (1944); Il grande sonno (1946); Il fiume rosso (1948) per cui fu candidato agli Oscar 1949; nonché Il grande cielo (1952). Guardava quindi al suo Autore di riferimento come ad un effettivo Maestro e modello da seguire.

In ogni caso, le voci in merito furono parecchio discordanti. A detta dell’interprete della Cosa originale – James ArnessHawks trascorse molto tempo sul set ma fu inequivocabilmente Nyby a dirigere il film. Di parere opposto il volto scenico del Capitano Hendry – Kenneth Tobey – che senza peli sulla lingua dichiarò come:


Non credo (Nyby nDr) sapesse dirigere un film. All’epoca fece tutto Hawks.

La locandina de La cosa da un altro mondo

In occasione della promozione de La cosa, lo stesso Carpenter prese posizione all’interno del dibattito pluridecennale gettando non poca benzina sul fuoco. A detta sua infatti, in merito alla paternità dell’opera, Hawks fu parecchio vago. Se nel pieno della carriera non volle mai attribuirsene il merito – limitandosi ad affermare come quelli a Nyby fossero semplici suggerimenti – giunto al tramonto della sua vita iniziò a rivendicare sempre più credito per la direzione del film; non ultimo in termini di post-produzione.

A chiudere definitivamente il discorso ci pensò lo stesso Nyby che nel 1982 ammise – tra le righe – come la paternità de La cosa da un altro mondo fosse tutta del suo Maestro:


Fu Hawks a dirigerlo? Questa è una delle domande più stupide e ridicole che abbia mai sentito; e la gente continua a chiederlo. C’era lo stile di Hawks. Certo che c’era. Questo è un uomo che ho studiato e volevo essere come lui. Si vorrebbe certamente emulare e copiare il maestro che si ha accanto: ed è ciò che ho fatto. In ogni caso, se si sta prendendo lezioni di pittura da Rembrandt, non si prende il pennello dalle mani del maestro.

L’imbarazzo di James Arness, la distribuzione italiana quasi mancata, l’apporto di Hecht e Faulkner

La lavorazione de La cosa da un altro mondo fu tutt’altro che semplice. Nonostante il budget limitato la RKO voleva a tutti i costi un’opera dal marcato taglio realistico; chiaramente per quanto possibile con le tecnologie dell’epoca. Per far fronte alle esigenze produttive e sociali di tipo narrativo, la Cosa fu ampiamente rimaneggiata. Nel romanzo breve infatti l’alieno era un telepate mutaforma – un po’ come in La cosa – ma con capelli blu e tre occhi rossi. In La cosa da un altro mondo invece fu ritenuto più opportuno vestirla dei caratteri di un umanoide dai tratti alieni dotato di una visiera ossea e di due grosse mani piene di spine.

Per giungere a una simile visione fantascientifica, a detta del truccatore Lee Greenway, ci vollero cinque mesi. Alla fine, con enorme frustrazione, Hawks consigliò un copricapo in stile Frankenstein (1931). Il risultato fu ritenuto abbastanza minaccioso, ma non abbastanza da dedicargli un primo piano. Si giocò così di chiaroscuro e piani medi amplificandone la portata minacciosa. A detta di Arness infatti il costume lo faceva sembrare una carota gigante; conforme quindi con la natura vegetale dell’essere. Ma abbastanza, tuttavia, da imbarazzarlo al punto da non voler prendere parte alla prima mondiale avuta luogo il 5 aprile 1951.

James Arness sul set de La cosa da un altro mondo

La curiosità più interessante de La cosa da un altro mondo riguarda però l’impronta dialogica. Esasperante e dal ritmo così netto che per poco rischiò di non venire distribuito in Italia. Cosa che effettivamente poi avvenne il 7 febbraio 1952, ma per mesi rimase bloccato in un limbo distributivo tale che solo grazie all’intercessione di RKO si poté ovviare al problema. La società di produzione radunò i migliori doppiatori dell’epoca dell’allora CDC (Cooperativa Doppiatori Cinematografici) e portò a casa il risultato.

La sceneggiatura di Charles Lederer fu rimaneggiata pesantemente da Ben Hecht e William Faulkner (e secondo alcuni anche da Orson Welles). Collaboratori storici di Hawks scelti dallo stesso produttore-e-regista con lo scopo di dar maggior colore al racconto, rimarcando maggiormente il tono politico-sociale in termini allegorici (e non solo). Ad esempio, in una delle sue linee dialogiche, La cosa da un altro mondo fa cenno all’esecuzione di Ruth Snyder e Judd Gray avvenuta nel 1928. Evento che nella prima metà dello scorso secolo fece scalpore tanto da risultare la prima ispirazione di Billy Wilder nel delineare lo script de La fiamma del peccato (1944).

La cosa da un altro mondo: il chiaroscuro del Maccartismo cinematografico

Non soltanto la dimensione morfologico-caratteriale della Cosa, anche il concept stesso e l’intera inerzia narrativa del romanzo breve di Campbell furono oggetto di una corposa rilettura per ragioni cinematografiche. Al punto che, paradossalmente, la successiva opera carpenteriana del 1982 risulta esservi molto più fedele e conforme rispetto alla capostipite hawksiana. Differenti ratio filmiche quindi che di riflesso proiettano anche le differenti concezioni di una fantascienza radicalmente mutata lungo i trentuno anni di scarto temporale: sociale al tempo di Hawks; d’intrattenimento orrorifico in quello di Carpenter.

Una netta opposizione figlia della propria epoca e delle estetiche cinematografiche di riferimento qui declinata ora in un agire coeso e americano da psicosi Maccartista verso un mostruoso alieno chiaroscurale simbolo dell’ignoto, del tradimento e dei valori antiamericani propagati dal Comunismo, ora in dinamiche paranoiche brutalmente violente e marcatamente sanguinolenti fatte di visi squarciati e mutazioni spaventose. Differenze stilistiche e tematiche evidenti ed antitetiche al pari della scelta del contesto scenico: l’Artide de La cosa da un altro mondo; l’Antartide de La cosa.

Kenneth Tobey e Robert Cornthwaite James Arness

Eppure, se lo spettatore contemporaneo vede la propria capacità di razionalizzare travalicare dinanzi all’orrore carpenteriano e alle macabri mutazioni morfologiche del subdolo alieno, guardando invece a La cosa da un altro mondo con una certa ingenuità stilistico-narrativa figlia della linearità hawksiana e della morsa tematico-maccartista, lo stesso non può dirsi per la sua epoca di riferimento. Per George A. Romero infatti, ciò che oggi potrebbe rappresentare il suo limite, se non perfino una debolezza, negli anni cinquanta rappresentava la sua forza; terrore allo stato puro, tangibile e tagliente:


Non ho mai paura in un film! Non ho mai avuto paura dei mostri dei film; nemmeno quando ero un bambino. L’unica volta che mi sono spaventato è stata una delle prime volte che sono andato al cinema da solo. Avevo dodici anni, era La cosa da un altro mondo di Christian Nyby. Quella è stata l’unica volta. Quello che mi spaventa è la realtà!

Corroborato infine da quel scrutate il cielo nel monologo di chiusura con cui Hawks cementifica gli intenti anticomunisti del racconto in una chiamata alle armi leggendaria per il risveglio di coscienza del popolo americano con cui consegnare La cosa da un altro mondo alla contemporaneità del suo tempo e – di riflesso – all’immortalità cinematografica:


Lancio a voi un monito. Tutti voi che ascoltate la mia voce. Dite al mondo; ditelo a tutti dovunque si trovino: attenzione al cielo; dovunque, scrutate il cielo.