Il silenzio degli innocenti, di Jonathan Demme, l’avvento dell’impronta al femminile nel genere crime, con Jodie Foster ed Anthony Hopkins

Iconico, seducente, involontariamente pionieristico. Il 5 marzo 1991 sbarca nelle sale italiane Il silenzio degli innocenti di Jonathan Demme, tra le opere cinematografiche più rilevanti dell’ultima decade del ventesimo secolo. Un autentico fenomeno sociale saputosi cristallizzare nell’immaginario collettivo grazie alle strepitose performance attoriali al sapor di consacrazione di Jodie Foster ed Anthony Hopkins. La grandezza dell’opera di Demme, tuttavia, va ben oltre tutto questo; che di suo è già tanto. Risultando infatti già insita negli intenti postmoderni di rilettura del genere crime e dei suoi topos. Lasciata infine trasparire dalle maglie di una narrazione la cui resa registica/costruzione d’immagine è pura rivoluzione copernicana.

Una scena de Il silenzio degli innocenti

In buona sostanza, un’opera per cui la parola capolavoro non è mai sprecata. Non a caso, il 30 marzo 1992, Il silenzio degli innocenti riuscì a sbancare agli Oscar 1992 – contro un avversario di peso come il legislativo JFK – Un caso ancora aperto (1991) – arrivando a totalizzare la formidabile cinquina: Miglior film, Miglior regia, Miglior attore protagonista, Miglior attrice protagonista, Miglior sceneggiatura. La terza pellicola in quasi un secolo di Academy ad aver raggiunto un simile traguardo dopo Accadde una notte (1934) di Frank Capra e Qualcuno volò sul nido del cuculo (1975) di Milos Forman.

L’anomalia distributiva di un successo (non proprio) unanime, la scelta di puntare su Philadelphia

Esiste un’ulteriore curiosità da Oscar per Il silenzio degli innocenti. L’opera di Demme infatti risulta la prima pellicola nella storia di Hollywood ad aver vinto l’Oscar al Miglior film dopo la finestra di distributiva in Home Video. Originariamente infatti avrebbe dovuto vedere il buio della sala nell’autunno del 1990.

La Orion Pictures, tuttavia, complice il voler puntare i propri fari sulla promozione di Balla coi lupi (1990), fece slittare l’approdo nei cinema americani de Il silenzio degli innocenti al 14 febbraio 1991 per poi trovare la via delle VHS nell’ottobre dello stesso anno. Per quando si consacrò come la terza eletta della formidabile cinquina dell’Academy, l’opera di Demme era già negli scaffali delle videoteche di tutto il mondo.

Precious il Bichon Frisé

Insomma, un successo unanime quello de Il silenzio degli innocenti; o quasi. All’indomani del rilascio in sala l’intera comunità LGBT insorse criticando aspramente l’opera di Demme. Il motivo? La caratterizzazione di Buffalo Bill/Jame Gumb (Ted Levine) come bisessuale/transessuale. Da parte sua il regista de Rachel sta per sposarsi (2008) affermò come:


Buffalo Bill non era un personaggio gay. Era un uomo tormentato che odiava sé stesso. Che desiderava essere una donna perché questo lo avrebbe reso quanto di più lontano possibile da sé.

A posteriori Demme comprese come, al soldo dei fatti, non ci fosse un personaggio gay positivo che fosse uno in tutta la narrazione. Per certi versi infatti si dice che la scelta di dirigere Philadelphia (1993) partisse proprio da qui. Come a un voler fare ammenda nel modo migliore possibile: raccontando del dramma dell’AIDS nella comunità LGBT; all’epoca nota come la peste gay. Le polemiche non si conclusero con Bill comunque. All’indomani della formidabile cinquina, l’avvocato dei diritti delle donne Betty Friedan parlò così del trattamento filmico riservato al personaggio della Foster riconducendolo al successo de Il silenzio degli innocenti:


Ho sempre pensato che fosse oltraggioso. […] Non sto dicendo che il film non avrebbe dovuto essere mostrato. Non sto negando che fosse un trionfo artistico, ma si trattava dell’eviscerazione; della scuoiatura viva delle donne. Questo è ciò che trovo offensivo; non il paginone centrale di Playboy.

Gene Hackman, il flop di Manhunter e i diritti di utilizzazione di Hannibal Lecter

Tratto dall’omonimo romanzo del 1988 di Thomas Harris. Prima ancora della sua realizzazione letteraria la Orion Pictures fece squadra con Gene Hackman per acquistare i diritti di utilizzazione economica dell’opera: 500.000 dollari equamente divisi tra i due compratori. Inoltre l’accordo raggiunto tra le parti prevedeva che Hackman avrebbe figurato – oltre che produttore –  come regista e interprete di Jack Crawford. Ruolo tuttavia a cui rinunciò in favore di Scott Glenn dopo aver ritenuto lo script troppo violento.

C’era un problema però. I diritti di utilizzazione del personaggio di Hannibal Lecter erano in mano a Dino De Laurentis. Il produttore italiano, quasi due anni prima con Manhunter – Frammenti di un omicidio (1986), aveva infatti trasposto in forma filmica il romanzo Il delitto della terza luna/Red Dragon (1981).

I titoli di testa de Il silenzio degli innocenti

Terza regia di Michael Mann che vide tra i suoi protagonisti William Petersen, Kim Greist, Dennis Farina, Tom Noonan e Brian Cox; quest’ultimo nel ruolo reso poi iconico da Hopkins. Nonostante oggi lo si consideri un caposaldo del cinema crime, nonché tra i capolavori assoluti di Mann, il box-office dell’epoca lo condannò al flop. Motivo per cui De Laurentiis cedette gratuitamente i diritti d’utilizzazione del personaggio di Hannibal Lecter.

Il rifiuto di Michelle Pfeiffer, Laura Dern scartata: Jodie Foster unica scelta possibile

Con Demme salito a bordo senza nemmeno una sceneggiatura completa, l’obiettivo della Orion era dare un volto a Clarice Starling e Hannibal Lecter. Jodie Foster si propose dopo essere rimasta affascinata dal romanzo; esattamente come accaduto con Demme per la regia. Eppure, nonostante fosse fresca di Oscar alla Miglior attrice protagonista 1989 con Sotto accusa (1988), Demme era poco convinto della scelta.

Jodie Foster

Dal canto suo propendeva infatti per Michelle Pfeiffer con cui aveva recentemente collaborato in Una vedova allegra….ma non troppo (1988). La Pfeiffer tuttavia rifiutò la parte non sentendosi a proprio agio in un ruolo simile. Lo stesso dicasi per Meg Ryan che parlò di dettagli raccapriccianti alla lettura dello script come motivo del suo no. A un certo punto si fece anche il nome di Laura Dern ma la Orion la ritenne inadatta. Tornò così in corsa la Foster come, a questo punto, unica scelta possibile: la storia le diede ragione.

Hannibal Lecter: la legacy del più grande villain di sempre

Se quella Pfeiffer/Foster legata al ruolo di Clarice Starling è senza dubbio una delle più curiose sliding-doors di casting di sempre, con Hannibal Lecter si va ben oltre rasentando il mitologico. Le fattezze del celebre psichiatra sarebbero potute essere quelle di Derek Jacobi, Daniel Day-Lewis, Al Pacino, Robert De Niro, Dustin Hoffman; perfino di Sean Connery – il più vicino tra questi – che rifiutò tuttavia perché proprio non riusciva a vedersi nei panni di uno psichiatra psicopatico e manipolatore. A spuntarla fu chiaramente Anthony Hopkins, scelto per via del suo ruolo empatico ne The Elephant Man (1980).

Per portare in scena Lecter, il brillante interprete britannico ha dato vita a un campionario di sfumature volte a consolidarne la dimensione caratteriale in un’insieme di caotici controsensi; risultando così ora psicologo lucido, ora killer a sangue freddo; ora empatico e affabile, ora psicopatico e manipolatore. A detta dello stesso Hopkins infatti, per la voce si ispirò ad HAL 9000 di 2001: Odissea nello spazio (1968) mentre per la cadenza a Katharine Hepburn e Truman Capote.

Anthony Hopkins in una scena de Il silenzio degli innocenti

Tante le iniziative per dar sostanza e consistenza alla follia di Lecter. Nella celebre scena da cui scaturì l’iconica battuta sull’addetto del censimento ad esempio, Hopkins improvvisò del tutto quel sinistrissimo risucchio fatto a denti stretti. In tal senso, la reazione della Foster, tra l’offeso e il ferito, era autentica ed inaspettata.

I tanti volti di Hannibal The Cannibal: Da Brian Cox a Mads Mikkelsen

Il risultato è stato il dar vita a quello che per l’AFI (American Film Institute) è al primo posto della 100 Heroes & Villains. Hannibal The Cannibal. Personaggio dai mille volti che ha visto lentamente propagare la propria aura narrativo-caratteriale-mitologica tra prequel, sequel e retcon. Se è vero infatti che è grazie al sopracitato Brian Cox in Manhunter Frammenti di un omicidio che entriamo in contatto con il machiavellico Lecter, Hopkins vi ha dato consistenza e iconicità tra Il silenzio degli innocenti, Hannibal (2001); nonché in Red Dragon (2002).

Hannibal the cannibal

Quest’ultimo da intendersi come remake di Manhunter – Frammenti di un omicidio avente come obiettivo il retconning con i precedenti temporali con Hopkins protagonista; così da crearvi una sorta di universo narrativo anche in termini cinematografici e non unicamente letterari. Non ultimo, la saga lecteriana vede tra il giovane Gaspard Ulliel in Hannibal Lecter – Le origini del male (2007) e il formidabile Mads Mikkelsen in Hannibal (2013-2015) volti-prequel e nuove sfaccettature dell’ormai iconico villain scenico. Quest’ultimo tra l’altro, essenziale per indagare le ragioni dietro alla dinamica relazione Graham/Lecter e la ratio dietro agli eventi di Manhunter – Frammenti di un omicidio/Red Dragon.

L’iconografia filmica dell’Acherontia Atropos

Oltre a Lecter e Starling, Il silenzio degli innocenti passò alla storia per la valenza simbolica offerta dal lepidottero testa di morto/Acherontia Atropos. Particolare specie appartenente alla famiglia della falene chiamata così per via di una macchia biancastra presente sul torace, la cui forma è rievocante quella di un teschio. La sua suggestiva iconicità fu sfruttata ampiamente in termini pubblicitari. Il lepidottero infatti candeggiava in tutte le immagini promozionali ideate dal settore marketing della Orion.

La macchia a forma di teschio sul torace fece guadagnare all’Acherontia Atropos una fama riconducibile al maligno e al soprannaturale. Secondo molte superstizioni la Acherontia Atropos è messaggera di guerra e pestilenza; presagio di sfortuna e disgrazie. Una fama il cui eco s’è visto propagare nel corso dei secoli. La Acherontia venne infatti raffigurata da Vincent Van Gogh in un piccolo dipinto ormai perduto; divenne protagonista malevola del romanzo La sfinge (1846) di Edgar Allan Poe; nonché citata secondo questa accezione da Bram Stoker e José Saramago rispettivamente in Dracula (1897) e Le intermittenze della morte (2005).

La sfinge testa di morto Acherontia atropos de Il silenzio degli innocenti

Nel cinema invece il suo primo utilizzo artisticamente – indirettamente citato proprio nell’opera di Demme – è riconducibile a Luis Bunuel e Salvador Dalì con Un cane andaluso/Un chien andalou (1929). Con Il silenzio degli innocenti però la presenza simbolica dell’Acherontia Atropos – oltre che in termini pubblicitari – trova consacrazione nella particolarità di una crisalide inserita da Bill nella bocca delle sue vittime.

Scelta niente affatto casuale che va ad arricchire di senso il colorito modus operandi alla base dell’indagine del racconto. L’Acherontia Atropos infatti, se minacciata o disturbata, emana un suono forte simile a un cigolio o allo stridio di un topo; udibile sino a quaranta metri di distanza. La scelta quindi di inserirla nella bocca delle vittime nella forma di crisalide da parte di Bill suona duplicemente semantica: rievocare l’urlo di terrore della vittima con quello della Acherontia; privare la vittima di una vita per poi restituirgliela, come fosse una rinascita, in una nuova forma larvale.

Il silenzio degli innocenti: cosa vuol dire essere una donna in un mondo di uomini

Anni dopo, entrando nel merito della questione del suo rifiuto, la Pfeiffer dichiarò:


Era una scelta difficile, ma divenni subito nervosa per via dell’argomento trattato.

Scelta magari non pienamente lungimirante visto quanto raccolto dalla Foster, ma a conti fatti comprensibile. L’argomento trattato di cui parla la Pfeiffer non è tanto riconducibile alle indagini o ai dettagli cruenti. Piuttosto al sottotesto femminista fatto emergere lungo il dispiego dell’intreccio; la ragione cioè che spinse la Friedan a ritenere Il silenzio degli innocenti un film oltraggioso.

L’epica resa in forma filmica da Demme segue pedissequamente i canoni del cosiddetto cammino dell’ero(ina). Elemento strutturale che oltre a donare una certa linearità di parametri di sviluppo, trova arricchimento di senso nella figura della recluta Starling. Dimensione individuale di cui Demme ci dà parametri caratteriali specifici dalla carica valoriale definita: emergente, professionale, super-competente, brillante, empatica ma decisa. Ha il mondo ai suoi piedi come tutte le reclute FBI fresche di Quantico. C’è solo un problema: è una (bella) donna. Per la precisione una donna in un mondo e in una professione tipicamente da uomini.

Jodie Foster

Una criticità che risulta evidente già a partire dalla semi-soggettiva nell’incipit. Formato registico che per inciso, Demme sfrutterà moltissimo lungo tutta la narrazione de Il silenzio degli innocenti. Il regista de The Manchurian Candidate (2004) ci introduce così nella vita professionale di Clarice Starling. Punto di vista narrativo e coscienza scenica che riesce a rendere straordinario un racconto dall’intreccio altrimenti canonico e ordinario. Al punto che la stessa indagine abilmente costruita, le svolte atte a costruire una tensione scenica densa, perfino la stessa dinamica relazionale con quel mostruoso mosaico caratteriale che corrisponde al nome di Hannibal Lecter – fatta di continue battaglie dialogiche per l’auto-affermazione – risultano puramente funzionali se rapportate al quadro d’insieme.

La regia progressivamente claustrofobica di Jonathan Demme

Sono gli occhi della Starling a fare la differenza. A rendere Il silenzio degli innocenti la prima vera grande rivoluzione postmoderna del genere crime; certamente ben più progressista e audace di quella scolasticamente narrativa offerta da David Fincher con Seven (1995). Gli sguardi addosso degli uomini che ne scrutano le curve; quelli di sufficienza che non la ritengono adeguata e competente solo perché è una donna attraente. La seduzione implicita; gli insulti sessisti; l’autorità sminuita; perfino negata semplicemente perché donna.

Anthony Hopkins

Qui si gioca la partita. Ed è qui che Demme dispiega tutta la sua bravura registica. Più infatti la posta in gioco si alza, più la Starling si avvicina al suo obiettivo e più i primi piani diventano esasperanti. Un impianto registico progressivamente sempre più claustrofobico con cui Demme riesce a rendere, con il semplice occhio della cinepresa e la costruzione d’immagine derivata, quel dislivello valoriale di gender su cui si basa – e su cui s’è costruita – la società patriarcale che ogni donna sa di dover affrontare uscendo dalla porta di casa.

I trent’anni di un capolavoro coraggiosamente oltraggioso

Per certi versi quindi, che la stessa Freidan parlasse de Il silenzio degli innocenti come di un’opera oltraggiosa ha perfettamente senso. È un oltraggio però, quello offertoci da Harris prima e Demme poi, benevolo; capace di scuotere le coscienze. Complice anche l’evoluzione del paradigma culturale di valori, l’errore che non bisogna fare nel giudicare un’opera dal sottotesto così delicato e denso come Il silenzio degli innocenti è quello di fermarsi alle apparenze; di ragionare cioè in forma univoca.

Se da una parte è vero che abbiamo la continua vessazione del mondo maschile nei confronti di una donna competente e professionale come la Starling, dall’altra proprio il raggiungimento dell’obiettivo, il caso risolto, la promozione ad Agente Speciale e il far zittire gli agnelli, è da intendersi come un atto d’affermazione e di rivalsa nei confronti dello stesso sistema valoriale (marcio) sopracitato.

Jodie Foster

Nel celebrare quindi lo strepitoso cammino dell’ero(ina) di Clarice Starling giunto ai trent’anni d’età non dobbiamo tanto chiederci se un’opera così feroce in termini tonali e tematici come Il silenzio degli innocenti si potrebbe realizzare oggi. Ciò che bisogna chiederci è: quanto coraggio c’è voluto, nel 1991, a portare sul grande schermo un’opera divenuta iconica grazie all’Hannibal Lecter di Hopkins e a quei 25 mitici minuti per poi consacrarsi sino a divenire – ai giorni nostri – un pionieristico apripista narrativo/manifesto filmico, grazie alla Clarice Starling della Foster? Senz’ombra di dubbio tantissimo. Ma per realizzare un capolavoro senza tempo, in fondo, è tutto ciò che serve.