Bistrattato ma da riscoprire: Hook – Capitan Uncino di Steven Spielberg, con Robin Williams, Dustin Hoffman, Julia Roberts, e Bob Hoskins

Vivace, colorato, nonché – a conti fatti – la più pura espressione del postmodernismo hollywoodiano. La sola e semplice idea di un sequel live action della fiaba di Peter Pan di J.M. Barrie, rievocante nella costruzione d’immagine la declinazione disneyana de Le avventure di Peter Pan (1953) per semplificazione produttiva e paradigma culturale di riferimento, ha infatti un ché di prodigioso. Un incontro di immaginari fiabeschi, animati, e cinematografici resi in forma filmica da chi – degli anni ottanta – è stato mattatore e pioniere registico: Steven Spielberg. Eppure, giunto ai suoi primi trent’anni d’età, non si può dire che la vita artistica di Hook – Capitan Uncino (1991) sia stata delle più semplici.

Dustin Hoffman

Presentato al mondo nella sua premiére californiana l’8 dicembre 1991, lo stesso Spielberg si è sempre detto deluso del risultato ottenuto:

“Mi sentivo come un pesce fuor d’acqua mentre giravo Hook. Non sapevo esattamente cosa stavo facendo e ho cercato di mascherare la mia insicurezza con i valori della produzione: più mi sentivo insicuro, più grandi e colorati diventavano i set”.

La prima vita di Hook: un musical con Michael Jackson

La prima volta che sentiamo parlare di Hook è nel 1983. Spielberg, anche per rendere ancora più esplicito il legame con il precedente disneyano, lo aveva immaginato come un musical. Al centro del progetto un Michael Jackson in ascesa definitiva dopo Thriller (1982) e il brano Say Say Say (1983) in collaborazione con Paul McCartney che del mito di Peter Pan era sempre stato stregato, e di Hook – manco a dirlo – avrebbe curato la colonna sonora.

Steven Spielberg, Amy Irving, Barbra Streisand, Michael Jackson alla premiére de Il colore viola nel 1985

Un idillio artistico che tuttavia ebbe vita breve. Anche per via dell’amicizia che li legava infatti Jackson era convinto che Spielberg avrebbe automaticamente assegnato a lui la parte di Pan. Al provino però, Jackson convinse poco uno Spielberg che, non trovando l’interprete adatto – e preferendosi concentrare sulla pre-produzione di Indiana Jones e il tempio maledetto (1984) – scelse di accantonare temporaneamente Hook. La cosa fu interpretata da Jackson come un affronto personale. Di lì in avanti infatti i rapporti tra i due si raffreddarono, e di molto.

Kevin Kline come Peter Pan, Robin Williams, l’inizio di una bella amicizia

Sul finire degli anni ottanta – e dopo aver incasellato una serie di successi niente male tra Il colore viola (1985), L’impero del sole (1987), Indiana Jones e l’ultima crociata e Always (1989) – Spielberg decise che era finalmente arrivato il momento giusto per dar vita a Hook. Non più nella forma filmica del musical però. Stavolta come semplice live action. Hook per cui, in origine, aveva immaginato l’irresistibile Kevin Kline come volto e corpo di Peter Pan.

Robin Williams in una scena di Hook - Capitan Uncino

Il perdurare delle riprese de Bolle di sapone (1991) però costrinse il premiato interprete de Un pesce di nome Wanda (1988) a rifiutare la parte. Al suo posto Robin Williams con cui nacque un’amicizia sincera e salvifica, per entrambi. Basti pensare come, a cavallo tra la post-produzione di Jurassic Park (1993) e l’inizio delle riprese di Schindler’s List (1993), Williams divenne il giullare telefonico di Spielberg. Ogni sera una chiacchierata di mezz’ora con cui risollevargli l’animo tra aneddoti, battute, e la lettura del copione di Aladdin (1992).

Le battaglie attoriali tra Hoffman e Williams, l’esaurimento nervoso della Roberts, i frustranti Bimbi Sperduti

L’esperienza sul set di Hook fu per Spielberg una dura prova. I Bimbi sperduti furono così frustranti da dirigere da fargli perfino rivalutare il ruolo di genitore. Nonostante questo però, l’atmosfera era serena. Dustin Hoffman (che ebbe la meglio su Donald Sutherland per il ruolo di Capitan Uncino), si dilettava con Williams in meravigliose battaglie di ingegno attoriali ad ogni ciak. Le stesse – seppur ad inerzia invertita – che lo stesso Hoffman ebbe con Laurence Olivier sul set de Il maratoneta (1976).

Robin Williams e Julia Roberts in una scena di Hook - Capitan Uncino

Chi invece proprio non riuscì a godersi Hook fu Julia Roberts. Tra la solitudine da schermo verde per dar vita a Trilly (per cui sembra che Carrie Fisher ne inspessì i contorni caratteriali in termini di sceneggiatura), e l’annullamento del matrimonio con Kiefer Sutherland, fuggì dal set, ebbe un esaurimento nervoso, e regalò più di qualche grattacapo a Spielberg.

Un soggetto che fece gola a tutti: L’intuizione naturale di James V. Hart per una sceneggiatura poco fiduciosa

A detta di James V. Hart (Dracula di Bram Stoker, Contact), che di Hook è lo sceneggiatore, tutti negli anni ottanta avrebbero voluto rielaborare la figura di Peter Pan in chiave contemporanea. In particolare Francis Ford Coppola e John Hughes che si mostrarono da subito stregati. L’idea per il soggetto arrivò, come spesso capitato nella storia del cinema, per puro caso. Suo figlio Jake gli fece vedere un’illustrazione della fiaba originale raffigurante la presunta morte di Capitan Uncino. Jake, con l’ingenua fanciullezza tipica dei bimbi, affermò come:

Questo è Uncino che viene mangiato dal coccodrillo. Ma non viene ucciso sul serio, lui scappa”.

L’idea restò incastonata nella mente di Hart che ne immaginò infine la prosecuzione fisiologica:

E se Peter Pan diventasse grande?”.

L'isola che non c'è in un frame di Hook - Capitan Uncino

Lavorò così al soggetto in collaborazione con Nick Castle (Giochi stellari), che prima dell’entrata in scena di Spielberg e della sua Amblin nel 1983 era il regista designato dalla TriStar Pictures. Il resto è storia. È arcinoto però che Spielberg – per quanto affascinato dal progetto – fosse poco in sintonia con la sceneggiatura di Hart; o per dirla con le sue parole:

Non avevo fiducia nella sceneggiatura. Avevo fiducia nel primo atto e nell’epilogo. Non avevo fiducia nel suo corpo centrale”.

Un qualcosa che effettivamente traspare tra le maglie filmiche del racconto di Hook.

Hook: autentica magia targata Spielberg stritolata da un secondo atto flebile

Spielberg ci mette ingegno e quel qualcosa di unico, di suo, che negli anni gli ha valso l’etichetta di regista veloce. È arguto nel taumaturgico espediente di teatro-nel-teatro in apertura di racconto. O nel giocare, lungo tutto il primo atto, di chiaroscuri caratteriali in quell’enigmatico detto/non detto nel determinare la reale identità dell’agente scenico di Williams gettando, al contempo, le basi del conflitto di chiara matrice fantastico-familiare.

Dal momento in cui Peter sveste i panni di freddo workaholic per riabbracciare la propria essenza sperduta di Pan però – lungo tutto il secondo atto in buona sostanza – Hook cambia marcia, perde ritmo, e si ingolfa in un andamento narrativo innaturale. Perde spontaneità insomma.

Robin Williams e Dante Basco

La stessa che abbaglia e meraviglia lo spettatore nella citazionistica costruzione d’immagine disneyana, o nell’impostare il racconto secondo il registro filmico tipico del Classico. Lungo il dispiego dell’intreccio però, questa va progressivamente a depauperarsi fino a una climax in cui Hook riesce a regalare un autentico colpo di coda di pura magia filmica che è liberazione dell’Isola che non c’è, rinsaldamento della dimensione familiare inizialmente disequilibrata, e riscoperta per il Peter adulto del proprio io fanciullesco/Pan in un mondo di rampanti yuppies.

Il retaggio trentennale di un’opera ambiziosa e indimenticabile

Nonostante il rapporto di amore/odio del suo autore, Hook sarà tra i protagonisti di quella stagione cinematografica. 300 milioni di dollari di incasso globale al box-office (il quarto più alto del 1991) e ben cinque nomination agli Oscar 1992. A quell’edizione prenderà parte anche Robin Williams che per la performance strepitosa ne La leggenda del Re Pescatore (1991) verrà candidato nella categoria Miglior attore protagonista. Nello stesso anno Spielberg affronterà il secondo turning point della sua incredibile carriera. Quella doppia e iconica sfida simultanea Jurassic Park/Schindler’s List che gli varrà l’immortalità artistica e il ricordo – un domani – negli annali.

Per Hook resta solido ad oggi lo status filmico di pietra miliare. Pura gemma di sperimentazione postmoderna figlia di un residuale spirito artistico new-hollywoodiano. Un’opera unica. Di quelle che per qualunque altro autore sarebbe senz’altro rilevante, ma che nell’opus spielberghiano non è altro che l’ennesima (minore) conferma del suo fantasioso (e fantastico) talento eclettico.

La locandina di Hook - Capitan Uncino