Heat – La sfida, di Michael Mann, i 30 secondi netti che fecero la storia del cinema, con Al Pacino e Robert De Niro

Iconico, leggendario, intramontabile. Il 9 febbraio 1996 arrivava nelle sale italiane Heat – La sfida (1995). Quintessenza dell’heist-crime movie anni novanta con il preciso compito di consolidarsi nell’immaginario collettivo come l’apoteosi del cinema di Michael Mann; nonché di far condividere la scena, per la primissima volta in trent’anni di carriera, ad Al Pacino e Robert De Niro. Carriere speculari e parallele dal talento italo-americano purissimo sullo sfondo di continue sliding doors, intrecci e sodalizi mancati ed un’amicizia cinquantennale.

Tante le opportunità di cast che li avrebbero visti l’uno “nei panni artistici” – e con il volto – dell’altro. Oggi, ad esempio, sarebbe impossibile immaginare Travis Bickle di Taxi Driver (1976) o Jimmy Conway di Quei bravi ragazzi (1990) con un volto diverso da quello di De Niro. Eppure in entrambi i casi fu Pacino la prima scelta, per poi rifiutare le parti in favore di altri progetti.

La locandina di Heat - La sfida

A dividere la scena ci andarono vicinissimi con le prime due Parti della trilogia de Il padrino (1972-1990) di Francis Ford Coppola. Nonostante il risultato ottenuto però, se è pur vero che ne Il padrino: parte II (1974) i due fanno parte dello stesso cast sfiorandosi appena a cavallo tra passato e presente della famiglia Corleone, è con il capostipite, Il padrino (1972), che si può realmente parlare di occasione mancata: De Niro fu infatti considerato come volto di Sonny. Occasione sciolta come neve al sole in favore di un James Caan candeggiato da Marlon Brando e “preferito” da Coppola.

Ecco quindi Heat – La sfida, che come un deus ex machina postmoderno, mise ordine nell’ingiustizia narrativa coppoliana. In un agire da rullo compressore nella carriera di entrambi mettendoli uno di fronte all’altro in una formidabile partita a scacchi cristallizzatasi nella memoria comune. Dinamica che andrà a ripetersi poi, con risultati altalenanti, tra l’infelice Sfida senza regole (2008) – che citerà apertamente Heat in una climax con cui ribaltare l’inerzia dell’opera di Mann – e il formidabile The Irishman (2018); il coronamento di due carriere uniche e irripetibili.

Neil McCauley e Chuck Adamson: la storia vera alla base dell’opera di Michael Mann

La narrazione di Heat – La sfida parte da molto lontano, precisamente dal 1964. Al centro di tutto Neil McCauley: un ex-detenuto di Alcatraz sulle cui tracce c’era Detective Chuck Adamson; duplice ispirazione di Mann per il personaggio di Vincent Hanna di Pacino, nonché per il Melvin Purvis di Christian Bale in Nemico Pubblico (2009). Nel 1961 McCauley fu trasferito da Alcatraz a McNeil. Rilasciato l’anno successivo, McCauley iniziò a pianificare dei colpi assieme a Michael Parille e William Pinkerton.

È qui che entra in scena Adamson, protagonista di due faccia a faccia con McCauley, analiticamente narrati da Heat – La sfida. Uno davanti al caffè, in cui Mann riproporrà le stesse dinamiche – perfino le stesse parole che si scambiarono McCauley ed Adamson quella sera; l’altra a pistole puntate, più o meno come raccontato nella climax della pellicola.

Robert De Niro e Val Kilmer

Il 25 marzo 1964, McCauley e la sua squadra seguirono un’auto blindata che trasportava denaro alla National Tea di Chicago. Una volta effettuata la consegna, tre degli uomini di McCauley entrarono in negozio. Ad armi spianate minacciarono gli impiegati e rubato loro un malloppo di circa 13.000 dollari; cifra che con il tasso di cambio odierno corrisponderebbe a quasi dieci volte tanto. Non erano soli però, Adamson gli stava col fiato sul collo.

Gli agenti di Polizia costruirono un perimetro intorno bloccando tutte le uscite. Imboccata la via di fuga, si ritrovarono in un vicolo cieco. Circondati, ed armi alla mano, gli uomini di McCauley vennero facilmente fermati da quelli di Adamson; lo stesso McCauley rimase ucciso, colpito proprio dalla sua “nemesi”.

Heat prima di Heat: Sei solo, agente Vincent

Il percorso creativo intrapreso da Heat – La sfida è similare a quanto accaduto con Miami Vice (1984-1989/2006): dal piccolo al grande schermo, seppur dall’inerzia invertita. Se nel primo caso s’è passati da un successo televisivo strepitoso, a un adattamento cinematografico, vera anima manniana dai connotati tipici – tuttavia accolto tiepidamente da critica e pubblico, quasi fosse un tradimento alla serie originaria – con Heat – La sfida è successo esattamente al contrario. La quintessenza del cinema di Mann nasce infatti come pilot televisivo invenduto all’NBC dal titolo Sei solo, agente Vincent (1989) con protagonisti Scott Plank, Alex McArthur e Michael Rooker; ma andiamoci con ordine.

Nel 1979, Mann scrisse un draft di 180 pagine di Heat – La sfida contenente al suo interno larga parte della narrazione della versione definitiva. All’indomani di Thief – Strade violente (1981) ci ritornerà a lavorare con l’obiettivo di proporre la regia a Walter Hill, suo amico e collega; reduce dal successo di 48 ore (1982). Quest’ultimo tuttavia si trovò costretto a dire di no perché impegnato con Strade di fuoco (1984); a detta dello stesso Hill, il progetto che sognava di dirigere da una carriera.

Al Pacino in una scena di Heat - La sfida

Non trovando quindi registi adeguati, reduce dal successo di Manhunter – Frammenti di un omicidio (1986), Mann scelse di dirigerlo lui stesso, complice anche la credibilità televisiva acquisita con il sopracitato Miami Vice. Il successo fu nullo o quasi. Larga parte delle sottotrame del concept originale vennero omesse per un racconto più snello. La NBC rimase colpita a metà dal lavoro di Mann, chiedendo però il recast di Plank come Hanna. Mann, che sentiva l’occasione come sprecata, specie per il soggetto snaturato, rifiutò, scegliendo di dirigerlo lui stesso o piuttosto rinunciandovi.

Al Pacino

Nel 1994, quasi dieci anni dopo e all’indomani de L’ultimo dei Mohicani (1992), abbandonati i piani per un biopic su James Dean, decise di portare finalmente alla luce Heat – La sfida. Il karma venne in suo soccorso. Da soggetto nel dimenticatoio divenne ciò che per Hill ha rappresentato il sopracitato Strade di fuoco: il progetto che vale la carriera.

A mutare è l’inerzia rispetto ai tempi dell’unaired pilot della NBC. Mann desiderava lavorare con Pacino e De Niro e immaginò soltanto loro come Hanna e McCauley (che nel concept iniziale si chiamava Patrick McLaren): entrambi accettarono senza batter ciglio. Ironicamente però, anche per Sei solo, agente Vincent ci sarà fortuna. Le idee sulla serie mai prodotta dalla NBC verranno infatti riciclate per Robbery Homicide Division (2002-2003), con protagonista Tom Sizemore, uno dei tanti “reduci” del super-cast di Heat – La sfida.

Heat – La sfida: da prototipo televisivo a kolossal crime

Nonostante l’occasione mancata de Sei solo, agente Vincent, Mann non rinnegò mai il tentativo televisivo. Lo definì piuttosto un prototipo narrativo di Heat – La sfida, di ciò che avrebbe e non avrebbe funzionato. Chiaramente fu un’eccezione. Di certo non potrebbe mai diventare routine produttiva la realizzazione di un film televisivo come fosse una “prova generale”. In realtà qualcosa di molto simile esiste e si chiama previsualizzazione; adoperata oggi nella realizzazione dei blockbuster (la Marvel ad esempio ne fa un uso formidabile).

Uno storyboard in movimento che ci fa capire cosa funziona e cosa no in termini di costruzione d’immagine. Per certi versi, Sei solo, agente Vincent fu una previsualizzazione ante litteram. Mann comprese l’importanza intrinseca di quelle 70 pagine di sottotrame escluse dal soggetto poi (mai) trasposto sul piccolo schermo. Si parte da qui quindi. Da quelle 70 pagine che danno consistenza e corpo a un’opera che oltre a consacrare la poetica di Mann e del suo cinema, ridefinisce il genere stesso del heist-crime movie.

Robert De Niro

C’è tutto in Heat – La sfida. Il respiro realistico e corposo delle sequenze action fatte di costruzioni ragionate e metodiche e di esecuzioni a sangue freddo, maschere da hockey, fucilate in semi-soggettiva di rapine che fanno la storia del cinema, e proiettili che esplodono in modo fragoroso. La costruzione dell’ambiente scenico, del sapore del contesto, del genere, non gettandoci tutto in faccia in una medias res d’impatto, come a catapultarci nel vivo del racconto; bensì facendo entrare lo spettatore in punta di piedi per poi sconquassarlo sin nelle viscere.

Mann se la gioca di mestiere nelle sirene in effetto doppler, nell’attesa dell’arrivo della Polizia. Lasciando l’inquadratura tesa, facendo risuonare i suoni ambientali; rispettando il naturale andamento ritmico della narrazione. Qualcosa di cui il regista di Insider – Dietro la verità (1998) ci aveva già dato gusto e sapore nel sopracitato Thief, l’antesignano di Heat – La sfida, ma che qui risulta amplificato in tutta la sua essenza; complice anche una narrazione dal respiro kolossal crime.

Vincent/Neil: una dicotomia bene/male in bilico tra meta-cinema e immaginario collettivo

Del kolossal c’è l’imponenza della costruzione d’immagine; la regia spaziale che, specie nel silenzioso shoot-out della climax, definisce confini e contorni del contesto scenico giocando di luci e ombre; il disegnare caratterizzazioni complete e totalizzanti della dimensione individuale degli agenti scenici lasciandoci dubbi e incertezze; sfumature di colore caratteriale.

Qui emerge una delle chiavi di volta che hanno reso grande Heat – La sfida. Nel trascinarci negli abissi losangelini fatti di corruzione nelle forze dell’ordine ed etica criminale, Mann aggiunge una nota d’innovazione al genere, colorando e ricalibrando la tipica dicotomia bene/male alla base del genere attraverso una totale ricodifica valoriale del tipizzato buono e cattivo. Qualcosa che rievoca in parte la sfumata dicotomia tra Willard e Kurtz, di cui Coppola disegnò impareggiabili contorni caratteriali in Apocalypse Now (1979).

Robert De Niro in una scena di Heat - La sfida

O ancora meglio. Vincent e Neil sembrano fatti della stessa pasta, seppur posti agli angoli opposti del reticolato narrativo. Emerge qui la brillantezza di scrittura di Mann, resa grande poi dalla chimica straripante tra Pacino e De Niro. Un detective, criminale “mancato”; più corrotto e spietato di tanti delinquenti. Un criminale, detective “mancato”; più lucido e introspettivo di molti poliziotti. Agenti scenici uguali e opposti che si rincorrono in un guardia-e-ladri di proporzioni epiche anticipando l’uno le mosse dell’altro; così come lo spettatore brama il fatidico meta-momento dell’incontro – della prima scena condivisa dai due titani del cinema – rincorrendolo scena per scena; inquadratura dopo inquadratura.

Mann sa del maniacale spirito voyeuristico che c’è nell’attesa di quella scena e vi ci costruisce l’intera inerzia del racconto. Avvolgendolo intorno a un andamento ritmico che nel suo giocare di montaggio alternato ci porta gradualmente lì, all’incontro tra Pacino e De Niro. Un incontro che va oltre il giocare a carte scoperta tra Vincent e Neil, perfino oltre la teorizzazione esistenziale sul valore dei trenta secondi netti se senti puzza di sbirro, piuttosto un incontro-scontro tra meta-mondi e interi immaginari collettivi.

Da una parte Michael Corleone, Serpico, Sonny Wortzik, Steve Burns, Tony Montana, Frank Slade e Carlito Brigante, dall’altra Vito Corleone, Travis Bickle, Alfredo Berlinghieri, Jimmy Doyle, Michael Vronsky, Jake La Motta, Rupert Pupkin, Noodles, Jimmy Conway, Leonard Lowe e Sam Rothstein: volti e valori di ventitré anni di Hollywood in una sola inquadratura; l’essenza stessa del cinema americano in tutto il suo splendore di cui Heat – La sfida ne coglie i caratteri a piene mani, restituendocela sotto nuova forma nella memoria comune, di cui è a sua volta parte integrante.