Il Minnesota innevato sullo sfondo di un delitto fatto in casa, Fargo di Joel ed Ethan Coen con William H. Macy, Frances McDormand, Steve Buscemi e Peter Stormare

Una valigetta piena di soldi, un venditore di automobili diabolicamente imbranato e una poliziotta incinta. Basta poco per rievocare alla mente il capolavoro di Joel ed Ethan Coen. Quel Fargo (1996) distribuito nelle sale italiane il 16 maggio 1996 definito “perfetto ad ogni livello” da Tom Hanks e per cui la coppia eccellente di critici chicaghesi Gene Siskel e Roger Ebert sublimò il proprio entusiasmo nella frase:


Questo è il motivo per cui amiamo il cinema.

C’è tanto in Fargo per cui non possiamo farne a meno a distanza di venticinque anni dal rilascio in sala. La stessa ragione, probabilmente, per cui già a partire dall’anno successivo Bruce Paltrow e Robert Palm si misero al lavoro su un sequel/remake televisivo con Edie Falco nel ruolo reso grande da Frances McDormand. Ne venne fuori un omonimo pilot diretto da Kathy Bates e lanciato nel tubo catodico nel 2003 da cui i Coen si dissociarono immediatamente. Chi ebbe più fortuna fu invece Noah Hawley a cui i Coen diedero si – invece – la propria benedizione produttiva.

Paul Bunyan

La terza vita di Fargo è in forma seriale antologica. Sequel dichiarato dell’opera omonima ma ricongiungendosi ad essa sempre con delicatezza, sottotraccia. Lasciando che lungo lo scorrere delle stagioni e di una temporalità caotica e irrefrenabile emerga quella carica propulsiva postmoderna che fece grande il capostipite nella sua delicata miscela di estetiche noir in forma familiare e contaminazioni di nonsense, black humor e sangue come se piovesse; o per dirla alla maniera di Bob Odenkirk che prese parte al primo ciclo d’episodi della sua nuova vita:


Gli elementi che rendevano Fargo un film divertente sono gli stessi della serie: un mix di pura cattiveria e di pura innocenza in continuo conflitto tra di loro.

Nel mezzo, una parata di partecipazioni stellari, a conferma che non ti chiami Fargo per caso. Da Ewan McGregor a Billy Bob Thornton passando per Martin Freeman, Ben WhishawJason SchwartzmanDavid Thewlis e Chris Rock. Ma anche Kristen Dunst, Jesse Plemons, Ted Danson, Timothy Olyphant, Patrick Wilson, Michael Stuhlbarg, Carrie Coon, Jessie Buckley, Keith Carradine e Mary Elizabeth Winstead.

This is a true story…. o forse no? O forse si?

Mettiamola così: non si può parlare di Fargo senza che venga in mente l’elemento testuale in apertura di racconto. Quel This is a True Story entrato così tanto nell’immaginario collettivo da arrivare ad essere inserito in ogni episodio delle quattro stagioni antologiche. Eppure, a detta di Joel ed Ethan Coen, non è null’altro che un semplice escamotage narrativo. Un disclaimer inserito in modo da attirare immediatamente l’attenzione dello spettatore sugli eventi mostrati in scena. In altre parole uno scossone al patto di sospensione dell’incredulità dalla ratio ben definita:


Se il pubblico crede che qualcosa sia basato su un evento reale ti dà il permesso di fare cose che altrimenti non potresti accettare.

Nulla di reale quindi? Non esattamente. I Coen affermarono di essersi basati su eventi criminali reali opportunamente rielaborati costruendoci attorno un intreccio di pura finzione; o per dirla alla maniera di Joel:


Non eravamo interessati a quel tipo di fedeltà. Gli eventi di base sono gli stessi del caso reale. Le caratterizzazioni però sono completamente immaginate. 

This is a true story

Nello specifico gli eventi a cui i Coen fanno velatamente – o meno – riferimento riguardano degli efferati delitti commessi nel Minnesota. Il primo riguarda un avvocato di St. Paul, T. Eugene Thompson. Nel 1962 assunse qualcuno per uccidere sua moglie. A sua insaputa, l’uomo assunto da Thompson assunse a sua volta un altro uomo per svolgere il delicato incarico. Solo che il secondo, purtroppo ( o per fortuna nDr), ferì la Signora Thompson ma non abbastanza da ucciderla. Lei si rifugiò dai vicini e i (mancati) assassini arrestati. Fecero il nome di Thompson ma non ci furono prove per incastrarlo.

Il secondo mette al centro Virginia Piper. Moglie di un ricco banchiere del Maine che nel 1972 fu oggetto di rapimento e di un riscatto altissimo: un milione di dollari. Trovata legata a un albero in un parco statale, i rapitori furono condannati per il crimine ma assolti al secondo grado di giudizio. Il terzo, infine, è del 1986: l’omicidio di Helle Crafts per mano del marito Richard che ne eliminò il corpo attraverso una cippatrice.

In ogni caso, nel 2015, Joel è tornato a parlarne all’indomani della morte di Thompson dichiarando come:


La storia di Fargo era completamente inventata. O, come ci piace dire, l’unica cosa vera è che è una storia.

L’inerzia narrativa di Jerry Lundegaard e l’insistenza psicopatica di William H. Macy 

Tra i motivi che hanno reso Fargo non soltanto il capolavoro di Joel ed Ethan Coen ma anche una delle gemme filmiche postmoderne più imprescindibili dell’ultimo quarto di secolo vi è senz’altro l’inerzia narrativa del Jerry Lundegaard di William H. Macy. Agente scenico apparentemente competente e sicuro, perfino fiducioso del buon esito del rapimento/non-rapimento della propria moglie, a cui i Coen cuciono addosso una componente caratteriale di pura insicurezza mista a frustrazione e scatti di psicotica follia. Il caso fa il resto. Il dispiego dell’intreccio ne depotenzia la carica attiva rendendolo infine passivo; spettatore di un pandemonio di sangue e follia scenica a cui possono ben poco le sue flebili macchinazioni.

A renderlo iconico ci ha pensato l’irripetibile mimica mutevole di Macy capace di racchiudere tra le pieghe di una semplice smorfia una vasta gamma d’emozioni che vanno dall’ilarità alla disperazione. Candidato agli Oscar 1997 nella categoria Miglior attore non protagonista, pressoché perfetto per la parte. Eppure, al tempo della pre-produzione, i Coen erano di tutt’altro avviso.

William H. Macy e Harve Presnell in una scena di Fargo

In origine infatti il ruolo di Jerry Lundegaard sarebbe dovuto essere di Richard Jenkins. Macy era destinato a un ruolo minore non ben precisato (magari lo Stan Grossman poi affidato a Larry Brandenburg). Al momento del casting però i Coen ne apprezzarono l’energia e scelsero di provinarlo senza troppe pretese come Jerry; o per dirla alla maniera di Macy:


Ho scoperto che i Coen stavano ancora facendo audizioni a New York. Ho preso quindi il mio allegro cu*o luterano su un aereo, sono entrato e ho detto: “voglio leggere di nuovo perché ho paura che tu possa rovinare tutto e assumere qualcun altro. […] Ragazzi questo è il mio ruolo, lo voglio e sparerò ai tuoi cani se non me lo darai”. 

Minacce cinofile chiaramente scherzose – ma molto in linea con la componente caratteriale di Jerry – a parte, Macy riuscì a convincere i registi de La ballata di Buster Scruggs (2018) che, per bocca di Ethan, in seguito dichiararono come:


Non credo che nessuno di noi si sia reso conto della dura sfida attoriale che stavamo dando a Bill (William H. Macy nDr). Jerry è un affascinante mix di totale ingenuità, ingannevolezza e innocenza. Nonostante abbia messo in moto questi orribili eventi è sorpreso quando vanno male. 

Per Jenkins fu soltanto un arrivederci comunque. I Coen torneranno a collaborare con lui negli anni duemila scritturandolo per L’uomo che non c’era (2001); Prima ti sposo, poi ti rovino (2003); nonché Burn After Reading – A prova di spia (2008).

Fargo: la preziosa Marge Gunderson di Frances McDormand

Volendo cercare un neo nella filmografia di Joel ed Ethan Coen vi è senza dubbio la presenza di personaggi femminili poco incisivi; perfino dimenticabili se rapportati all’economia dell’impianto narrativo. Se per un attimo riflettiamo su tutta la produzione filmica antecedente a Fargo, eccetto la frizzante Edwina (Holly Hunter) dalla caratterizzazione vivace di Arizona Junior (1987), sono perlopiù personaggi di contorno. È Marge Gunderson a mutarne radicalmente l’inerzia rappresentando in tal senso una preziosa prima volta.

I Coen ne delinearono la caratterizzazione da agente scenico risoluto nei modi ma familiare nei gesti e amabile nell’intimità avendo a mente proprio quella McDormand che con i Coen aveva già lavorato nella loro pellicola d’esordio (Sangue facile) e che di Joel è moglie dal 1984. Nello specifico, a detta della premiata interprete di Nomadland (2020), l’aspetto caratteriale delicato di Marge è riconducibile a sua sorella Dorothy, ministra dei Discepoli di Cristo. Quello di pura competenza ingegnosa ascrivibile a una combo caratteriale tra il Tenente Colombo dell’omonima serie e la Mary Beth Lacey di New York New York (1981).

Frances McDormand in una scena de Fargo

Lavorando sul personaggio la McDormand si trovò a stretto contatto con una poliziotta incinta di St. Paul per apprenderne le sfumature e con il suo marito-scenico John Carroll Lynch. È di loro fattura infatti il background relazionale e narrativo del suo personaggio e della coppia Marge e Norm con quest’ultimo – anch’egli poliziotto – che lasciò il servizio per dedicarsi alla casa, a pescare e a dipingere.

Più esplorava le complessità caratteriale di Marge e più la McDormand ne rimaneva affascinata; o per dirla con le sue parole:


Quando ho iniziato a lavorarci ho capito che era uno dei migliori regali che mi siano stati mai fatti.

Non a caso, nelle miscela postmoderna purissima del racconto di Fargo tra uno Steve Buscemi rapinatore chiacchierone e un Peter Stormare assassino di ghiaccio appassionato di telenovelas e cippatrici (resi poi nel successivo Il grande Lebowski rispettivamente affetto da un enigmatico ed etereo mutismo narrativo e semplice nichilista) è la Marge della McDormand a far da padrona.

La ciliegina sulla torta di un racconto che, nella solidità registica che va a dar vita a una narrazione che nella sua cornice noir vede contaminazioni da black comedy addentrarsi sempre più nel drama marcatamente cupo, nasce e cresce attraverso il punto di vista scenico del vigliacco Jerry per poi asciugarne del tutto la portata. Lasciando che sia l’ingresso (e il punto di vista) scenico di Marge all’inizio del secondo atto –  e la sua essenza da rilettura atipica del poliziotto alla Callaghan – a guidare lo spettatore verso gli oscuri abissi di una Minnesota innevata ma non per questo affatto candida. 6 nomination e 2 vittorie (Miglior sceneggiatura originale e Miglior attrice protagonista) agli Oscar 1997 e la consapevolezza che quello di Fargo è fascino senza tempo insolitamente irresistibile e dall’eco intramontabile.