Provocatorio, viscerale, o più semplicemente pericoloso: Cane di paglia di Sam Peckinpah, con Dustin Hoffman, Susan George e Del Henney

Secondo quanto riportato da Sam Peckinpah nella sua autobiografia – Se si muovono… falli secchi! – dopo circa venticinque minuti dall’inizio della proiezione quasi un terzo degli spettatori aveva abbandonato la sala durante la sua prima mondiale. Era il 25 novembre 1971 e a Londra si teneva la première di Cane di paglia (1971). Il motivo di questo fuggi-fuggi generale? La violenza di cui era permeato il racconto. È così densa tra le maglie narrative di Cane di paglia che, al momento del rilascio in sala, i membri delle comunità religiose di St. Buryan e di Morvah (i luoghi delle riprese) si dissociarono dall’opera ritenendola incoerente con i propri valori morali.

Dustin Hoffman

La censura irlandese compì tagli tali da smembrarla di intere sequenze. Il British Board of Film Censors (BBFC) addirittura ne vietò la distribuzione in Home Video nel territorio inglese dal 1984 (anno di morte di Peckinpah) sino al 2002. Nel 1987 la 20th Century Fox – che ne curò la distribuzione globale – fece un timido tentativo (in tutto saranno sette, in vent’anni). Il BBFC rispose picche. Tante erano le preoccupazioni in terra britannica dopo il celebre e sanguinoso massacro di Hungerford (1987) che un film come Cane di paglia sarebbe potuto inavvertitamente diventare un pericoloso cerino in forma filmica.

La pericolosa scena-madre, la protesta e l’intuizione di Susan George

Gli stessi critici cinematografici dell’epoca accusarono Peckinpah di esaltazione della violenza; nello specifico parliamo di: apologia del fascismo, linciaggio, vigilantismo, violenza privata, crudeltà verso gli animali, sadismo misoginistico, sciovinismo maschilista, e mitizzazione dello stupro.

Criticità quest’ultima ascrivibile alla valenza della scena-madre di Cane di paglia: lo stupro prolungato di Amy (Susan George), la moglie del protagonista, David (Dustin Hoffman), da parte dell’ex-fidanzato Charlie (Del Henney). L’oggetto della critica sta nella resa del momento. Espresso da Peckinpah in una pericolosa esaltazione del predominanza maschile a cui fa corrispondere un godimento della vittima che è pura approvazione dell’ignobile atto.

Del Henney Susan George nella provocatoria scena dello stupro "prolungato" di Cane di paglia

Una sequenza che, al pari del burro in Ultimo tango a Parigi (1972), fece scalpore già nel pieno della lavorazione. La stessa George fu infatti sul punto di licenziarsi quando seppe che Peckinpah voleva mostrare l’atto in modo esplicito e senza filtri. Su consiglio della giovane attrice Peckinpah lavorò di montaggio forsennato ponendo il focus filmico sul trauma di Amy piuttosto che sull’atto in sé; scelse infatti di concentrarsi maggiormente sugli occhi e sul viso, piuttosto che sulla nudità del corpo.

Cane di paglia: la curiosità di Dustin Hoffman, il cuore narrativo di violenza ad inerzia invertita

Nemmeno Hoffman sembrava realmente convinto da Cane di paglia. Nonostante la sua rapida ascesa lo avesse imposto come variegato volto attoriale new-hollywoodiano (Il laureato, Un uomo da marciapiede, Piccolo grande uomo), non è mai stato un grande fan dei film violenti. Negli anni successivi ammise serenamente di aver accettato il ruolo del pacifico e freddo matematico David unicamente per soldi. Eppure seppe leggerci qualcosa tra le fila dell’arco narrativo disegnato da Peckinpah. Come una scintilla di curiosità artistica.

Dustin Hoffman in una scena di Cane di paglia

Uno sviluppo causticamente poetico in quell’atteggiamento passivo e remissivo che l’ambiente sociale britannico – in una crescita esponenziale di violenza fisica e psicologica – finisce con il rendere dolorosamente attivo e intraprendente nella sua furia omicida calcolata (ma benevola) verso i villici aggressori.

Proprio per questo cinquant’anni dopo (nelle sale statunitensi arriverà il 22 dicembre 1971) non si sbaglia nel definire Cane di paglia più che un’opera gratuitamente violenta, un’opera violenta ad inerzia invertita; o per meglio dire: un inno filmico all’anti-violenza. Specie nelle sfumature narrative che muovono il racconto verso la sanguinosa e iconica climax: un agire violento che è puro cinema d’assedio alimentato non da sete di sangue, ma da giustizia e buon senso.

La sfida di Giù la testa, e l’intrinseca importanza di Cane di paglia per il cinema new-hollywoodiano

Tratto dal romanzo L’assedio di Trencher’s Farm (1969) di Gordon M. Williams (che lo stesso Peckinpah non esitò a definire marcio), Cane di paglia è arrivato in un momento cruciale nella carriera del suo autore. Siamo nel 1970. Con Il mucchio selvaggio (1969) e La ballata di Cable Hogue (1970) il regista nativo di Fresno ha suonato la riscossa del revisionismo western all’americana accettando il guanto di sfida degli Spaghetti della Trilogia del dollaro di Sergio Leone.

Il suo dittico (poi divenuto trittico con il western storico Pat Garrett e Billy Kid del 1973) ha raccontato le due facce del crepuscolo del cinema western: violento e nostalgico quello de Il mucchio; romantico e scanzonato quello di Cable Hodge. Le strade a questo punto erano due: accettare la sfida registica eccellente di Giù la testa (con cui avrebbe collaborato con il rivale Leone come produttore), o districarsi nel genere neonato del neo-western/western urbano come Cane di paglia. Scelse la seconda.

Sam Peckinpah e Dustin Hoffman

Solo che in origine non era questa l’opera scelta da Peckinpah con cui inaugurare il nuovo corso del suo opus filmico, bensì Un tranquillo weekend di paura/Deliverance (1972). Lo batté sul tempo John Boorman che ne acquistò per primo i diritti di utilizzazione. Si consolò con Cane di paglia. Permettendogli di aprire ed alimentare – contribuendo a costruirne la grammatica filmica – un filone narrativo del tutto inesplorato tra L’ultimo buscadero e Getaway! (1972), Voglio la testa di Garcia (1974), Killer Elite (1975), e Convoy – Trincea d’asfalto (1978), dando così nuova linfa new-hollywoodiana e vita esplorativa a un cinema sempre più sperimentale e in continuo mutamento.