Amadeus, di Milos Forman, adattamento dell’omonima pièce teatrale di Peter Shaffer, con F.Murray Abraham, Tom Hulce ed Elizabeth Berridge

A quell’edizione degli Oscar – la 57esima, nel 1985 – Milos Forman si presentò come l’avversario da battere. Ancor prima dei pronostici o della fattura del film in sé, della girandola di premi che renderà Amadeus (1984) tra i più vincenti di tutti i tempi: era la storia che lo diceva. Il rapporto di Forman con l’Academy è infatti quanto dei più dolci che gli albi d’oro possano ricordare.

Nel 1976, contro capolavori del calibro di Barry Lyndon; Quel pomeriggio di un giorno da cani; Lo squalo; Nashville, Forman fece la storia con Qualcuno volò sul nido del cuculo. Vincitore del Miglior film, Miglior regia, Miglior attore protagonista, Miglior attrice protagonista, Miglior sceneggiatura, Forman realizzò per la seconda volta nella storia degli Oscar la cosiddetta cinquina perfetta. Evento degno di una congiunzione astrale che in 93 anni di Academy Awards s’è saputo ripetere soltanto tre volte – una volta ogni trent’anni a livello statistico; le altre due corrispondevano al nome di Accadde una notte (1934) e Il silenzio degli innocenti (1991).

Milos Forman e Tom Hulce sul set di Amadeus

Certo, c’era stato Ragtime (1981) tre anni prima, candidato a 8 Oscar 1982 e rimasto a bocca asciutta – e non accolto benevolmente in modo unanime tra pubblico e critico – ma con Amadeus era diverso, si respirava l’aria della grande occasione; specie per l’imponente peso specifico del passato a Broadway. Mantenne le aspettative l’opera di Forman, portando a casa 8 Oscar tra cui Miglior film, Miglior regia e Miglior attore protagonista, a fronte di 11 nomination e tenendo testa ad opere come Urla del silenzio e Passaggio in India; l’ennesima conferma del talento di un occhio registico purissimo.

Un biopicnon-biopic, la storicità traballante dell’opera di Forman

Il soggetto alla base aveva un ché di strepitoso. L’idea di un biopic sul leggendario Wolfgang Amadeus Mozart era qualcosa lungamente accarezzato nella storia del cinema. Nonostante questo però, non si ebbe mai il coraggio di compiere un passo in quella direzione. Nel cinema Mozart riviveva negli adattamenti delle sue opere, ne Il flauto magico (1975) di Ingmar Bergman o in Don Giovanni (1979) di Joseph Losey. L’idea di Forman ha rappresentato un’innovazione quindi, ma nulla di più erroneo c’è nel definire Amadeus un biopic. Qualcosa di cui sia il regista di Taking Off (1971) che Shaffer furono molto chiari sin dai primi vagiti produttivi è che Amadeus non dovesse essere inteso come tale; piuttosto un drama liberamente ispirato alla realtà.

Tante le libertà prese in sceneggiatura. L’idea, ad esempio, che Antonio Salieri fosse un solitario caratterizzato alla stregua di un estremista religioso, votato alla castità, era pura finzione. Si sposò, ebbe otto figli e da quanto risulta almeno un’amante. Ben lontano quindi dal quadro propostoci da Forman e Shaffer; certamente dalla criticità meno marcata. Rispetto alla pièce teatrale però, Forman alleggerì di molto la caratterizzazione negativa dell’originale Salieri di Shaffer.

F.Murray Abraham

Soprattutto, Salieri non fu affatto dimenticato, né tantomeno tentò il suicidio in preda ai sensi di colpa. Divenne uno dei più ricercati insegnanti di musica dell’epoca, ritrovandosi Maestro di allievi eccellenti come Beethoven, Liszt, Schubert; nonché Franz Xaver Wolfgang: il figlio di Mozart. Non ultimo, anche per via della scelta dei volti attoriali di Tom Hulce (all’epoca semi-sconosciuto che la spuntò sui più quotati Mel Gibson e Mark Hamill) e F. Murray Abraham, la differenza d’età tra Mozart e Salieri non era così pronunciata: poco più di cinque anni di differenza tra i due.

Amadeus prima di Amadeus: tra Puskin e Shaffer

Dicevamo, il pesante passato teatrale. Prima ancora che un capolavoro da Oscar, Amadeus è stato uno strepitoso successo a Broadway. Una pièce teatrale in due atti scritta da Paul Shaffer nel 1978 che dalla sua prima assoluta, il 2 novembre 1979, non ha smesso d’essere replicata. I primi volti di Salieri e Mozart corrispondevano a Paul Scofield e Simon Callow; quest’ultimo prenderà parte anche all’opera cinematografica di Forman nel ruolo di Emanuel Schikaneder. Dal 1980 andò in scena con Ian McKellen/Paul Langella come Salieri, Tim Curry/Peter Firth/John Pankow/Mark Hamill come Mozart e Jane Seymour/Amy Irving come Constanze.

Un successo da 1181 repliche, che valse a Shaffer il Tony Award alla migliore opera teatrale 1981. Nonostante questo però, non è stato il premiato autore il primo a narrare della fantasiosa rivalità tra i due compositori. Il rimando più lontano – diretta ispirazione per la pièce – risale a Mozart e Salieri (1897) di Nikolaj Andreevic Rimskij-Korsakov; tratto a sua volta da un microdramma letterario di Alekander Sergeevic Puskin.

F.Murray Abraham e Tom Hulce

Nel 1830 il geniale scrittore russo redasse un brevissimo dramma in versi in cui Salieri, roso dall’invidia, fa commissionare a Mozart un’opera – il Requiem in Re minore K 626 con l’obiettivo di avvelenarlo per ucciderlo e spacciare il brano per suo; di fatto gli eventi che prenderanno parte alla risoluzione del conflitto scenico di Amadeus. Nella climax infatti, Forman esplicita in forma scenica il conflitto interiore relativo all’irrisolto rapporto paterno di Mozart, legandolo a doppio filo con il potere taumaturgico della musica; rendendolo infine funzionale alle macchinazioni di Salieri.

Divenne così un’opera teatrale di Rimskij-Korsakov di cui, nel novembre 1897, si tenne una piccola dimostrazione a un ristretto gruppo di persone. Fu infatti concepita, più che come pièce teatrale, come opera da camera. Alla prima mondiale le variazioni musicali dell’opera di Mozart furono compiute da un’altra leggenda: Sergej Rachmaninov.

Amadeus, o forse Salieri: l’inerzia narrativa di un capolavoro inarrivabile

Partiamo subito dicendo che Forman e Shaffer non si sbagliavano nel ritenere Amadeus, più che un biopic, un drama che reinterpreta e rielabora la realtà storica in forma fantasiosa. Noi possiamo perfino spingerci oltre dicendo che Amadeus è un drama con le forme del biopic dotato di un’inerzia narrativa impareggiabile, unica e innovativa.

C’è del genio nel racconto di Forman e Shaffer, e questo a prescindere dalla ricostruzione di interi momenti di opere mozartiane (Il ratto dal serraglio; Le nozze di Figaro; Don Giovanni; Il flauto magico), o dall’ispirazione puskiniana che conferisce al racconto carica valoriale e un’elitaria cifra stilistica. Il genio, quel qualcosa che ci fa usare la parola capolavoro per Amadeus con scioltezza, parte dalla natura stessa del concept: quel dislivello calcolato e insanabile tra titolo e contenuto.

F.Murray Abraham in una scena di Amadeus

Un’opera che si intitola Amadeus, cha narra della vita di Wolfgang Amadeus Mozart, dove la prima parola pronunciata in quasi tre ore di pellicola è Mozart, ma dove non soltanto la coscienza del racconto non è il compositore di Salisburgo, bensì la sua nemesi narrativa; in più lo stesso Mozart funge da deuteragonista piuttosto che da effettivo centro nevralgico degli equilibri del racconto.

Il cammino dell’anti-eroe quindi, in una falsa a-linearità funzionale per la giustificazione narrativa alla digressione temporale, incanalando il racconto nel più semplice e intuitivo sviluppo lineare. Una narrazione che è innovazione “velata” del genere biopic pur prendendone le distanze cucita addosso alla celebrazione del genio di Mozart, lasciato emergere dalle parole di ammirazione devota mista a risentimento violento del suo carnefice; resa infine immagine dalla maestoso occhio registico di Forman. Costruzione d’immagine su vasta scala tra cura scenografica maniacale e fotografia dal respiro intimo e naturale.

Un sudicio demonio dal talento ineguagliabile (e lacerante per il mediocre Salieri)

Quel Salieri di uno strepitoso Hoffman ridotto a derelitto sulla sedia a rotelle in un ospedale psichiatrico che si contorce, si stropiccia il viso, si piscia addosso, si burla del suo interlocutore religioso; si danna dinanzi a Dio delle azioni sadiche e manipolatorie con cui ha spento Mozart pur compiacendosene nel sorriso che sboccia mettendo in fila quei disgustosi denti gialli. Negli occhi spiritati e spenti di Salieri prende forma la rivalità alla base della narrazione di Amadeus univoca perché vissuta e sofferta dal solo Salieri che si proclama, egli stesso, re dei mediocri, ma mai dal Mozart di Hulce; giocoso e strafottente, dissacrante e geniale, altezzoso ma umile nel momento del bisogno; innamorato perso della Constanze di una preziosa Berridge.

Tom Hulce

Un sudicio demonio dalle molteplici parrucche colorate e dal talento incalcolabile che lacera dentro il mediocre Salieri demolendone lo spirito a ogni gesto, ogni singola nota scritta sul pentagramma; perfino in punto di morte. Regalandogli quell’ultima, ineffabile, lezione sul saper disporre del dono della musica in modo puro e naturale.

Il resto è dato una colonna sonora leggendaria che annovera al suo interno il meglio delle produzioni mozartiane: la Sinfonia n°25; la Serenata Gran Partita; Sinfonia Concertante per violino, viola e orchestra; Concerto per pianoforte e orchestra n°20; nonché l’immortale Eine Kleine Nachtmusik, strimpellata dallo stesso Salieri in apertura di racconto. Un’opera d’arte Amadeus: oltre i premi, oltre gli irripetibili Hoffman e Hulce, l’immagine registica di Milos Forman e la sua costruzione sopraffina; l’eccellenza in forma filmica nella sua più pura accezione.