THE POST di Steven Spielberg: luce vecchia, occhi nuovi

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Meryl Streep, Steven Spielberg e Tom Hanks sul set di The Post

Negli anni, Steven Spielberg ha saputo molte volte cogliere il momento giusto per realizzare un film che lasciasse il segno. Fu solo fortuna o c’è di più?

ECHI E PARALLELISMI

La mia risposta, ovviamente, è la seconda. Regista poliedrico, ha saputo attraversare quasi tutti i generi possibili come pochi e ha avuto successo come nessun altro. A fasi diverse della sua carriera sono corrisposti alcuni film “di passaggio” dall’evidente carica simbolica. Nella sua filmografia recente abbondano le pellicole che ricostruiscono (o si ispirano a) fatti realmente accaduti con una minuzia e un’asciuttezza invidiabili. La capacità di cogliere e sezionare i temi portanti che si ripetono nelle vicende storiche, facendoli riecheggiare nei cinema, non è cosa da poco.
Con The Post (QUI la recensione) Spielberg fa anche un passo più in là: raccoglie e fotografa un preciso momento della nostra società. No, non i primi ‘70 in cui si svolge la storia, ma gli ultimi ‘10 in cui viviamo.
Si affida al magnetismo da grande schermo di due mostri sacri come Meryl StreepTom Hanks (alla sua quinta collaborazione col regista di Cincinnati) per portare sullo al cinema una storia che intreccia temi politici, sociali, morali ed etici.
In particolare Hanks divora lo schermo con un’interpretazione dell’iroso e sarcastico Ben Bradlee sempre sul limite, ma mai sopra le righe.

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PERCHE’ ADESSO?

Ma perché The Post è così rilevante, alla fine dei conti? Chiedere allo stesso Spielberg.
Dopo l’elezione di Trump a fine 2016 il regista ha messo in stand by ciò che stava facendo (aveva appena terminato le riprese di Ready Player One e doveva iniziare Il Rapimento Di Edgardo Mortara) per realizzarlo in nemmeno una decina di mesi.
Anche da questi aspetti si vede la caratura di un autore. Con la A maiuscola.
The Post (forse) non invecchierà bene come altre pellicole del regista, ma la sua rilevanza nel clima in cui viviamo oggi è innegabile.
Bloccando tutti i suoi progetti per realizzare The Post in tempo record ha dato prova della sua adattabilità: sapeva benissimo di poter/dover adattare la vicenda alle emergenze di oggi e fare questo film tra qualche anno non avrebbe forse avuto (si spera) lo stesso effetto.
La libertà di stampa.
Il potere che si scaglia contro i media e che cerca di nascondere al popolo la verità per mantenersi tale.
La necessità di rischiare tutto pur di far emergere quella verità.
Il ruolo delle donne nella società e la loro capacità di affrontare gli ostacoli a testa bassa e senza strepiti.
Ci sono così tanti elementi che risuonano in modo dirompente alle nostre orecchie… e nessuno di questi è mai platealmente in primo piano oscurando la storia principale del film.

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BRICIOLE

La maestria di un narratore raffinato come Spielberg sta nel disseminare questi elementi in tutto il film quasi senza che lo spettatore se ne accorga. Non ha bisogno di fossilizzarsi continuamente su un concetto, fermando il lungometraggio e mostrandocelo: ce lo fa capire con le sfumature. Creiamo una connessione con un personaggio o con una situazione e solo dopo ci rendiamo conto che, in realtà, lo facciamo con qualcosa che ci tocca nel nostro quotidiano.
Ecco perché, forse, potrà invecchiare meglio di come si possa sospettare.
Tra una serrata sequenza di botta e risposta al vetriolo e una panoramica opprimente sugli sguardi inquisitori di avvoltoi senza scrupoli, ci sono miriadi di minuscole briciole che portano inevitabilmente a cogliere un messaggio.
Soprattutto una di queste, la camminata silenziosa di Katharine Graham (Meryl Streep) in mezzo al corteo, rimane impressa a fuoco nella mente uscendo dalla sala. Dimostrazione di quanto un’immagine possa valere più di mille parole. È proprio con le immagini che Spielberg dà l’idea di isolamento e inadeguatezza da cui la donna si sente schiacciata. Giocando con le luci e girandole intorno sempre più vertiginosamente col passare del film la pone solitaria al centro del palco.
Il percorso che Spielberg affida alla protagonista è la sfida narrativamente più rischiosa e interessante del film. Vista come un’ereditiera fortunata e incapace, Katharine deve fare leva su tutta la sua forza d’animo e afferrare per le corna un toro che tutti coloro che siedono al suo tavolo vogliono solo scansare.
Ben Bradlee (un Tom Hanks in stato di grazia), che quel toro lo sta cavalcando, impersona invece il coraggio schietto di chi non contempla la possibilità di fermarsi.
Sarà lui la sua inaspettata controparte in una serie di scambi davvero memorabili, diretti o meno, in cui vedremo emergere la vera e indomabile natura di entrambi.
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Tom Hanks e Meryl Streep nella prima immagine di The Post

GRAN FINALE

In chiusura del film, il regista americano piazza una scena eseguita magistralmente, che racchiude in metafora il succo e il motivo d’essere di tutta l’operazione The Post. Sarebbe interessante capire se fosse fin da subito presente nella sceneggiatura o se sia stata aggiunta per calcare la mano sulle questioni al centro della vicenda. Di sicuro le fa risuonare ancora più moderne.
E’ qui che tutto si conclude e trova compimento, è il punto d’incontro delle stringhe che per due ore sono state tirate con perizia davanti ai nostri occhi.
Tutto considerato, The Post è un film d’alta classe. Di là dalle tematiche rilevanti e più che mai attuali, resta un grande spettacolo di cinema in cui maestranze assolute convergono per regalare qualcosa che si spinge oltre i propri limiti. Regalando, nel frattempo, sequenze da ricordare.
Di certo nessuno dimenticherà quella violenta e catartica della stampa dei quotidiani: inchiostro e macchine sono sangue e ossa, versate e pressate per far emergere la verità. Una deflagrazione così potente da far tremare tutto il palazzo, mentre chi sta rischiando il tutto per tutto continua imperterrito a fare il suo lavoro.

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