Intervista all’attrice Cecilia Belletti

Cecilia Belletti

Cecilia Belletti

Abbiamo intervistato l’attrice Cecilia Belletti, tra le protagoniste del midnight cult “Who’s Watching Oliver” diretto dal regista thailandese Richie Moore.

Buongiorno Cecilia. Come e quando è nata la tua grande passione per il cinema? Quali sono i film che hanno segnato la tua infanzia e adolescenza?
Rispondere a domande su quale sia il mio film preferito è una di quelle cose che mi mette un po’ in crisi…forse per paura di dimenticare un film o un regista che invece mi ha colpito…comunque…in realtà la domanda in questione è un po’ diversa. Durante l’adolescenza ? Credo già a 12 anni di aver visto “ Il silenzio degli innocenti” con Jodie Foster e Antony Hopkins. Ricordo alcuni momenti che mi terrorizzavano, eppure lo guardavo e riguardavo. Mi viene in mente anche uno splatter, “Piccoli omicidi tra amici”, di cui ricordo poco, e “Doom generation”. Poi, quando facevo il liceo, ho visto “ L’odio” di Mathieu Kassovitz, con Vincent Cassel, per me un cult. Quando ero piccola invece avevo molte VHS di cartoni animati della Disney, ero molto soddisfatta della mia piccola videoteca. Mi piaceva “ La Sirenetta”, che rivedevo all’infinito. Sapevo tutte le battute a memoria e le ripetevo davanti allo schermo mentre guardavo il film. Tra i preferiti c’era anche “ Pomi d’ottone manici di scopa”, e tanti altri.
Ti sei laureata a pieni voti al DAMS di Roma. Che importanza hanno avuto gli studi universitari nella tua carriera artistica?
Sì, mi sono laureata con lode, con un corto e la tesi “Ai confini tra realtà e finzione”. All’Università ho vinto anche due borse di collaborazione, un anno in biblioteca e poi alla videoteca dove c’era una stanzetta di montaggio. E’ stato lì che ho iniziato a montare. Avevo girato il mio primissimo corto e non riuscivo a spiegarmi bene con il ragazzo che faceva il montaggio. Così ho sentito la necessità di imparare ad usare l’Avid, in modo da essere una brava regista, capace di comunicare con competenza con i montatori. In generale posso dire che avevo quest’idea della regia: divenire una persona preparata a livello tecnico e capace di comprendere e valorizzare ogni membro della troupe. Non sono mai stata una regista o una persona che passava giorni e notti a vedere film o leggere libri. Non volevo essere una regista intellettuale, ma preparata e competente sul set e in post produzione.
Oltre al cinema una delle tue grandi passioni è il teatro…
Sì, infatti. Ho iniziato a recitare in teatro a 12 anni. Per la verità frequentavo i laboratori pomeridiani della Scuola Media e poi del Liceo, finché non mi sono iscritta alla scuola di recitazione della “Compagnia dei Cocci”, a Testaccio. In quel periodo sono accadute alcune cose. C’è stata l’occupazione della scuola e lo sgombero della polizia. Ho avuto problemi a casa e verso la fine dell’anno. Proprio quando stavamo per iniziare le prove dello spettacolo mia madre mi ha impedito di proseguire. Ho dovuto lasciare perché dovevo studiare, e secondo mia madre il teatro toglieva tempo allo studio. Poi sono partita per gli Stati Uniti e lì mi sono iscritta alla “speech and drama” class della High School che frequentavo. Ho ancora l’anello della scuola americana da qualche parte…era il 1999, c’erano due maschere sull’anello. Il mio sogno che era quello appunto di fare l’attrice, e pensavo mi sarei iscritta all’Accademia di Arte Drammatica. Poi le cose sono cambiate, ho smesso di recitare e mi sono ripromessa che l’avrei fatto per per tutta la vita, ma come hobby, non come professione. Invece ho interrotto per molti anni. Ho messo il sogno in un cassetto e per anni me ne sono dimenticata. Il teatro mi ha salvato la vita. Nessuno mi crede quando dico che sono timida, perché sono molto socievole ed estroversa, mi piace chiacchierare…eppure sono una persona molto riservata. Quando era il momento di salire sul palco per un’improvvisazione ero sempre presa dal timore di non essere in grado, di non sapere assolutamente cosa fare, dalla paura, insomma. E in effetti questa paura spesso la sento ancora prima di andare in scena in teatro. Poi c’era quel momento in cui agivo e improvvisavo o recitavo, come per magia…credo questo scatto mi abbia aiutato a intraprendere diversamente la vita.
La tua carriera artistica è molto variegata: attrice di cinema e teatro, montatrice per la televisione, scrittrice, ma anche regista. Ho visto un tuo cortometraggio, “Blackout”, che ho trovato veramente stupendo. Ci racconti la genesi dell’opera?
Grazie per l’aggettivo “stupendo” che hai usato! “Blackout” non è solo un cortometraggio da me auto-prodotto ,ma quella che considero l’opera più “mia”. Non perché il personaggio della netturbina mi somigli, come mi ha sempre detto Antonella Britti, l’attrice protagonista, con cui ho passato molte estati al mare sin dall’infanzia, ma proprio perché credo di averci messo il cuore. E’ stata un’esperienza vera, anche in termini di pratica buddista. Avevo 25 anni, un altro entusiasmo, altre energie. Mi sono fatta davvero in quattro per riuscire a mettere su la troupe, trovare i permessi…ho fatto tutto da sola. Per 6 mesi ho telefonato e scritto all’Ama S.p.A perché mi servivano le divise da lavoro: una scopa, un carrello, e alla fine mi hanno dato tutto, compreso il camion con l’autista. Elisabetta Bernardini, una regista con cui avevo lavorato, che considero la mia maestra, mi ha ceduto
improvvisamente un premio di Arco Due, un service cinematografico, che aveva vinto ad un Festival. Così ho potuto prendere un carrello, e un parco luci. Per girare avevamo la telecamera digitale di Anna Marziano, che ha fatto la fotografia. Le sono molto grata per la dedizione che ha messo nel progetto. Rispose ad una mia email, non ci conoscevamo ed io ero l’unica nel progetto che non si era diplomata al Centro Sperimentale di Cinematografia. Comunque la cosa importante che ricordo è che, quando è arrivato questo colpo di fortuna, 10.000 euro in mezzi cinematografici, noi eravamo già pronte per girare, avevamo lavorato insieme al piano inquadrature,  fatto le location, etc. Ho lavorato tantissimo per questo corto, prima, durante e dopo. Ho sostenuto tutte le spese compresi 800€ di multe per aver parcheggiato la macchina nella zona ZTL di Trastevere per una settimana di fila, senza capire fosse vietato. Poi ho dovuto affittare un camion e trovare amici che mi aiutassero nei trasporti, nel montare il carrello. Poi, una volta che ho finito di montare, l’ho fatto girare poco. Distribuire un prodotto o semplicemente spedirlo ai vari Festival alla fine diventa un vero lavoro. Ognuno è stato prezioso, ma devo ringraziare particolarmente il disegnatore che ha fatto le animazioni, Wellington Giardina. Dopo quel lavoro ho deciso che avrei smesso con i corti auto-prodotti, perché è giusto che tutti vengano pagati. Speravo di mettere insieme un gruppo di giovani professionisti legati da un’intesa artistica vera e un interesse per il rispetto dell’ambiente…speravo che questo corto potesse essere per ognuno di noi un trampolino di lancio per qualcosa di più grande. Non so se è stato così…non credo sinceramente, ma questa era la mia intenzione, e anche per questo sono molto affezionata al film. Nel 2012 ho girato un altro corto, finanziato dalla Provincia di Torino, contro la cementificazione selvaggia e la tutela delle aree verdi.

Venendo ai lungometraggi, nel 2016 hai recitato, interpretando il personaggio di “Calipso”, in una grossa produzione americana, “Troy the Odissey”, di Tekin Girgin. Come andò in quell’occasione?
Sono stata contattata da un’agenzia thailandese con cui avevo fatto altri casting. Ho fatto il provino per il ruolo di Calipso e ho sentito che la parte era la mia, e che sarei stata presa. Ho interpretato una scena che poi, per motivi produttivi, non è stata più girata sul set. All’ultimo infatti, per motivi di budget (da destinare agli special fx), la delegazione americana in Thailandia fu costretta ad eliminare molte scene. In ogni caso il mio compito era quello di risvegliare Ulisse, scampato alla tempesta, porgendogli un fiore di loto. L’ho fatto ma mi hanno chiesto di ripetere la scena e di caricare quel gesto di seduzione. A quel punto ho deciso profondamente, ho tirato fuori la passione e l’ho fatta emergere senza paure inibitorie. Credo che anche le lezioni di danza di “bollywood” mi abbiano aiutata. Più tardi sul set una ragazza della produzione mi ha detto che quando ha visto il video del mio provino, mentre porgevo il fiore, ha esclamato “ I want her”. Durante il provino il cameraman ad un certo punto si è bloccato e fece una battuta in lingua thai e per qualche secondo tutti sono scoppiati a ridere. Avevano messo a fare Ulisse una persona della produzione che si sentiva a disagio mentre io gli parlavo con voce suadente e lo fissavo dritto negli occhi mentre gli porgevo questo fiore. Sono riuscita a non farmi distrarre o infastidire da questo loro momento di ilarità e a andare dritta all’obiettivo. Desideravo che Ulisse restasse al mio fianco per sempre, la mia unica arma da ninfa era la seduzione, la voce, la gestualità. Ho tirato fuori l’amore da dentro la mia vita, sicura che non l’avrei perduto. Può sembrare
banale e magari lo è…ma è così che è andata. Sul set è andato tutto bene, abbiamo girato molto velocemente, buona la prima, compresa la scena in cui dovevo mettermi a piangere. Avrei voluto poter parlare meglio con il regista del mio personaggio, del sottotesto, ma non c’è stata possibilità. Ho dovuto rifiutare di recitare una scena di sesso di cui non mi avevano parlato prima. Non perché ci sia nulla di male in sé, ma penso che prima di girare scene delicate sia dovuto e giusto un confronto con il
regista. Dopo quell’esperienza la produzione mi ha invitata a L.A. a visitare i loro uffici. Inutile dire che se avessi potuto, l’avrei fatto subito, ma non potevo lasciare Bangkok per tentare la fortuna in California, nonostante si sarebbero potute aprire nuove possibilità.
Sei co-protagonista in “Venus” di Ark Saroj, una puntata pilota di una serie tv. Che ruolo ricoprivi in questa produzione thailandese?
Il regista Ark Saroj aveva in mente un pilot per una serie tv. L’atmosfera del film era ispirata a Margerite Duras, “la maladie de la mort”. Ark è diplomato all’accademia del cinema di Bangkok e conosce bene il cinema francese. Sul set ero l’unica occidentale, è stata una bellissima esperienza, con loro mi sono trovata molto bene. Ark Saroj mi ha contattato tramite internet. Più tardi ho saputo che ha voluto incontrarmi dopo aver visto un cortometraggio splatter che avevo caricato sul mio canale YouTube. Chi avrebbe mai immaginato…avevo 18 anni in quel lavoro, un corto brevissimo, divertente, in cui io divoro un occhio al barista, dopo aver finto di volerlo baciare. E’ un corto assolutamente comico, anche perché io sembro davvero una bambina e il ruolo della ragazza sexy non mi riesce tanto. Tornando a “Venus”, ho avuto un ottimo rapporto con il regista, ci siamo parlati la prima volta davanti ad un tazza di caffè, io ero in tuta pronta per andare a correre. Voleva vedermi senza trucco, il più naturale possibile. Abbiamo parlato del personaggio, una ragazza americana che decide di prostituirsi e che si innamorerà dell’uomo che poi la ucciderà. Il film è ispirato alla storia di un serial killer realmente esistito che ha ucciso parecchie vittime in Thailandia. A riprese finite Ark ha trovato una foto della vittima americana, che interpretavo. Era impressionante perché mi somigliava molto. In questo lavoro ho girato delle scene piuttosto audaci e il regista mi ha accompagnato in questo percorso, mi ha diretto moltissimo, ma con molto rispetto e sempre aperto al confronto. Mi sono sentita sempre a mio agio con loro, anche con l’attore protagonista, sebbene fosse un perfetto sconosciuto. Trucco e costumi perfetti. E’ stato un lavoro professionale, girato con pochi mezzi, di grande riguardo nei miei confronti e di grande armonia sul set.
A proposito di Thailandia, hai vissuto e lavorato lì per anni. Hai voglia di raccontarci della tua esperienza artistica in questa zona del mondo così lontana e diversa dall’Italia?
Sono partita nel 2014, sapendo di poter lavorare con John Marengo, un acting coach americano, che vive e lavora a Bangkok. L’avevo conosciuto durante la mia prima vacanza in Thailandia. Ho trovato una sua intervista on-line mentre ero immobilizzata a letto con un busto di metallo, a seguito di un incidente su un motoscafo, e ci siamo incontrati. John mi ha detto che avrei potuto studiare con lui, mi ha parlato dei suoi workshop e mi ha spiegato un po’ come funzionava l’industria cinematografica in Thailandia: grandi produzioni che si spostano per girare nelle spiagge, sulle isole, oppure a Bangkok. Io stavo cercando il coraggio di lanciarmi per riprendermi il mio sogno e abbandonare la mia carriera di montatrice video. E l’ho fatto. Sono partita con l’obiettivo di fare l’attrice, nonostante le critiche e le preoccupazioni di familiari, amici. Non è stata una casualità tutto quello che ho fatto, ma una conquista a seguito di una decisione profonda. Ho faticato. Anche a Bangkok esiste la competizione. Ci sono molte ragazze russe, ucraine, americane, stranieri da vari paesi del mondo, fotomodelle bellissime e ragazze locali thailandesi. La lingua è stata sicuramente un ostacolo, non parlo thai e non sono madrelingua inglese. Comunque ho recitato in teatro, in inglese, nel ruolo di una straniera olandese in “Deathtrap”, una commedia thriller che fu un successo di Broadway, con la Dante Alighieri per lo spettacolo di “Pinocchio” in cui facevo il gatto e al Sing Sing Theatre ho fatto un numero di Burlesque in cui interpretavo Charlie Chaplin. Oltre alle esperienze cinematografiche e nel campo della pubblicità ho lavorato anche nell’industria di Bollywood.
Ma veniamo a “Who’s watching Oliver” di Richie Moore, piccolo cult horror del 2017 nel quale hai avuto una parte secondaria. Come sei venuta a conoscenza del progetto?
Quando Richie Moore mi ha contattato io mi trovavo in Italia. Avevo conosciuto Richie circa un anno prima, dopo aver risposto ad un annuncio. Un attore americano e conduttore televisivo piuttosto conosciuto a Singapore esordiva con la sua prima regia. Stavano cercando un’attrice per questo corto di cui Richie avrebbe lavorato come DOP. Ci siamo incontrati in un pub, dopo una lunghissima giornata di lavoro (insegnavo inglese in un College dall’altra parte della città). Abbiamo bevuto qualche birra e mi hanno parlato di questo progetto, poi all’improvviso mi hanno chiesto se potevo recitare qualcosa. Ho detto che avevo un pezzo drammatico. In verità, benché avessi letto “Il Gabbiano” di Chekhov in lingua inglese, non avevo studiato il monologo a memoria, quindi l’ho praticamente tradotto simultaneamente dall’italiano mentre lo recitavo, all’aperto, all’ingresso del pub. Richie Moore rimase molto colpito, tanto che quando il regista del corto mi scrisse per ringraziarmi e dirmi che non mi aveva scelto, mi disse che Richie mi avrebbe ricontattato in futuro per un altro progetto. Io non pensavo fosse vero, e invece è stato proprio così. Quando ho ricevuto il messaggio di Richie non ho esitato, dopo 6 giorni ero già tornata a Bangkok, dove avevo ancora una stanza e le mie cose. Poi sono rimasta per un altro anno e mezzo.
cecilia belletti
In “Who’s Watching Oliver” hai una piccola parte, ma molto ostica e dura: interpreti una ragazza italiana che viene brutalmente massacrata da un serial killer in Thailandia. Come hai affrontato questa parte? Vedendo il film, ritengo che tu te la sia cavata più che egregiamente in un ruolo alquanto difficile.
Grazie. Quando abbiamo girato le scene del film io ero da poco rientrata a Bangkok, nel pieno di stravolgimenti personali. Lavorare con Richie, Russell e Ray è stato un regalo della vita. Sul set c’era pure Topaz, che ha curato il make up horror, mi ha fatto una cicatrice profonda in fronte e una sulla gamba. Il secondo giorno di riprese ho passato almeno 6 ore con la schiena appiccicata di sciroppo rosso. Richie ha girato la scena da tantissime angolazioni, perciò mi sono dovuta sdraiare a terra su una pozza di sangue sul pavimento moltissime volte, prima di morire. Ricordo quella sensazione di freddo e fastidio quando il vestito e la pelle si impregnavano di quel liquido. Non era piacevole, ma nonostante questo disagio c’era una magia nell’aria, si respirava il rispetto del set, eravamo pochi, tutti molto concentrati. Richie faceva il DOP oltre al regista e stava in camera. E’ un professionista di alto livello. Abbiamo anche improvvisato parecchie cose. Lui mi disse fin dal principio che se avessi interpretato io quella parte, gli avremmo dato uno spessore diverso, rispetto a quello di altre vittime, di cui si vedevano solo corpi insanguinati. Mi hanno chiesto di parlare in italiano, perché all’estero le persone adorano la musicalità della lingua italiana, così a me è venuto in mente il nostro detto sugli specchi rotti. Ricordo l’odore del legno, la scala, le pareti, il pavimento. Io e Russell abbiamo faticato, non ci conoscevamo e abbiamo scambiato poche parole, ma prima di entrare in scena, mentre gli altri preparavano il set, e sistemavano le luci etc, noi stavamo fermi, vicini in silenzio a prepararci e questo ha creato una sintonia tra noi e una volta varcata la porta della stanza eravamo totalmente assorbiti dalla finzione: lui dalla follia ed io dallo stupore e terrore di essere capitata con un pazzo maniaco omicida. Lui ha gridato per ore, mentre io strisciavo a terra agonizzante, dopo aver ricevuto un accettata in testa e una sulla schiena. Mi focalizzavo sulle sensazioni fisiche, sentivo il mio corpo pesante, semi-paralizzato. Avevo deciso di avere una gamba totalmente immobilizzata, andata. E quindi per muovermi mi trascinavo questo peso morto del mio corpo quasi esanime, ma tenuto ancora in vita dalla paura di morire, di essere fatta a pezzi, di non riuscire a scappare. Strisciavo verso la porta, su quel limite, su quella soglia ho concentrato tutti i miei obiettivi, tutta la mia vita, le illusioni, sogni, felicità erano oltre quella porta, mentre al di qua c’era solo panico e dolore. Un’amica russa una volta mi ha chiesto se io non abbia paura a recitare parti del genere, paura che quello che succede nel film possa divenire realtà. No, al contrario, posso dire che quel giorno io sia morta varie volte, come in un video-game, in cui hai tante vite, ma ogni volta ho avuto la possibilità di buttare fuori del dolore, esorcizzando tutte le paure, i traumi di cui sono consapevole, e anche quelli di cui probabilmente non lo sono. Certo, quando pronunciavo la battuta “ specchio rotto…7 anni di sfiga”, non nego che ho dovuto un pochino lottare con l’aspetto scaramantico della mia vita per metterlo a tacere…
È imminente l’uscita del tuo primo libro. Di cosa parla? Come verrà distribuito?
Ho scritto questo libro di getto molti anni fa, poi ho sospeso e dopo circa 6 mesi ho ripreso la prima bozza e l’ho concluso. Dopodiché, nell’arco di ormai 7 anni, l’ho riletto varie volte e modificato, più che altro a livello di forma e struttura, non di contenuto. Quando l’ho scritto non avevo in progetto la pubblicazione, però poi lo lesse una scrittrice e mi fece i complimenti e mi disse “ perché non lo pubblichi?”. Non me l’aspettavo e allora nei rari momenti di pausa, di stasi o di transito, per esempio durante una vacanza o in seguito ad un trasloco, lo riprendevo in mano, con fatica, per migliorarlo. A dicembre del 2017 l’ho finito di revisionare e l’ho inviato a tre case editrici, una delle quali ha deciso di pubblicarlo. Stiamo finendo l’ultima revisione…sono lenta, impegnata su altro e non ho più voglia di leggerlo, quindi mi sta aiutando un’amica di cui mi fido perché non voglio rischiare, con l’ennesima rilettura, di voler fare altre modifiche. Non so bene cosa dire a riguardo, è come se fosse un libro che viene dal passato, quindi quando verrà alla luce…non so immaginare come mi sentirò. Il libro parla di molte cose: la mediocrità del mondo del lavoro, la difficoltà di un rapporto uomo-donna, dell’ignoranza dell’uomo medio italiano nel branco e della sua insicurezza, della violenza sulle donne, che non è solo quella perpetrata con lividi e pugni ma quella più subdola e sottile delle parole, delle critiche, dei complimenti inopportuni, dei commenti e dell’arroganza. Il libro descrive uno stato di prigionia femminile e la lotta esacerbata dal dolore per riuscire ad uscirne fuori. E’ anche un libro sulla responsabilità femminile del proprio cambiamento, sull’imparare a tutelare profondamente la propria vita. Perché ciò che il libro descrive anche minuziosamente nei dettagli è uno stato di prigionia interiore che diviene dolore tangibile. Ho voluto dare voce ad un dolore sordo, inascoltato della società moderna, spesso chiamato “panico”. E’ un titolo di buon auspicio. La casa editrice mi ha trovato un titolo di che mi piace molto, “Il risveglio di Alice”. Il mio provvisorio non funzionava.
Tra i fan di CineAvatar ci sono molti amanti del cinema horror. Quindi non potrai sfuggire alla solita domanda da nerd del settore: quali sono i tuoi horror preferiti di sempre?
Mi dispiace deludere i fan di CineAvatar, ma io non sono un’esperta di horror. Una volta, per una festa di Halloween, tanti anni fa, mi sono ispirata al film “ La notte dei morti viventi”, e mi sono mascherata dalla bambina-zombie che uccide con la paletta da scavo. Mi piace ovviamente Hitchcock, e ricordo di avere visto alla Sapienza “Suspiria” di Dario Argento, che parlò dopo il film in una conferenza. Poi ricordo di avere visto in una rassegna alcuni film di Mario Bava, tra cui “ La ragazza che sapeva troppo”. Non ricordo la trama, ma erano film che mi appassionavano veramente. In Spagna comprai il dvd del film “Tesis” di Alejandro Amenabar, sottotitolo: “me llamo Angela me van a matar ”. L’horror forse è un genere che non conosco molto…posso dire di aver visto “The Others”, sempre di Amenabar, con Nicole Kidman, e mi è piaciuto. Non mi viene in mente nient’altro, ma di certo mi sta sfuggendo qualche pellicola. Comunque, più che horror, mi interessano i thriller psicologici, ho una passione per Lynch. “Velluto blu”, “Cuore selvaggio”, “Mulholland Drive”. E amo la serie “ Twin Peaks”. All’università sono stata “segnata” da David Cronenberg. Mi piace il “pulp” di Tarantino, i film di Scorsese come “ L’odore dei soldi”, “ Toro scatenato” in cui c’è violenza, ma non è di genere horror. In generale mi piacciono i film di mafia e il cinema della realtà.
Progetti futuri e/o in cantiere a livello cinematografico?
Sinceramente, da quando sono rientrata in Italia, ho lavorato solo in teatro, e dopo due spettacoli ho mollato. Preferisco non dilungarmi a riguardo. Forse il silenzio è più incisivo. Posso solo dire che a Roma non ho ancora trovato un’agenzia che vuole o può inserirmi tra le sue attrici. Alcuni mi hanno chiesto migliaia di euro. Addirittura c’è chi chiede soldi solo per permetterti di fare dei finti provini alla presenza dei casting directors. Che sia un metodo efficace o no, che funzioni o non funzioni, non mi interessa. Al momento non ho la possibilità di dedicarmi alla recitazione e alla ricerca di un’agenzia come vorrei. Ho ricevuto una proposta di recente ma preferisco non parlarne finché non sarà realizzata.

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